Conto corrente cointestato a firma disgiunta fra debitore defunto e coniuge – Accettazione tacita dell’eredità

Io e mia madre in data novembre 2017 abbiamo rinunciato all’eredità di mio padre, causa rilevanti debiti con l’agenzia delle entrate.

Al fine di bloccare il conto corrente cointestato (50% mia mamma / 50 % mio papà) sul quale veniva accreditata mensilmente la pensione di mio padre, mia madre ha dovuto firmare dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà per dichiararsi chiamata all’eredità/erede. Detto ciò, sia io che mia madre abbiamo poi dovuto firmare in banca un documento attestante la richiesta di chiusura del conto. Sottolineo che tutto ciò è stato fatto al fine di evitare che la pensione fosse erogata su quel conto corrente, non è mai stato prelevato alcunchè dopo il decesso di mio padre, ne è mai stato liquidata alcuna somma in nostro favore. Il conto risulta, ad oggi, dopo ben 18 mesi, ancora aperto, la banca non è in grado di darci una motivazione.

Tutto quanto appena descritto può avere comportato accettazione tacita dell’eredità?

Che nulla sia stato, finora, prelevato dal conto corrente cointestato con il defunto, non evita il possibile configurarsi di una accettazione tacita dell’eredità: infatti, va anche tenuto conto che, sicuramente, nella richiesta di chiusura del conto corrente cointestato, è stato necessario indicare un conto corrente (di intestazione esclusiva di madre o figlio oppure fra questi contestato) sul quale trasferire il saldo residuo in conto corrente.

Per inciso, sua madre avrebbe potuto prelevare, per evitare accettazione tacita dell’eredità, dal conto corrente cointestato, solo somme di danaro che fossero inequivocabilmente riconducibili alla propria disponibilità: se, tuttavia, sul conto corrente cointestato afferivano solo le rimesse pensionistiche del defunto, il discorso si complica.

Quello che andava fatto, era trasferire su un conto corrente intestato solo a sua madre le somme di esclusiva competenza della genitrice, e non richiedere la chiusura del conto corrente cointestato con contestuale trasferimento altrove, dell’intero saldo disponibile.

Peraltro, l’articolo 485 del codice civile dispone che il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso di beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o della notizia della devoluta eredità. Trascorso tale termine senza che l’inventario sia stato compiuto, il chiamato all’eredità è considerato erede puro e semplice.

In altre parole, al momento del decesso, sua madre, cointestataria del conto corrente con il defunto (e quindi, in possesso di somme attribuibili all’eredità), avrebbe dovuto redigere inventario, indicando quali importi costituenti il saldo erano da imputare all’eredità e quali invece di esclusiva competenza della vedova.

19 Marzo 2019 · Simonetta Folliero

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