Andare in pensione con la quota 100 – Di quanto si riduce l’assegno mensile versando meno contributi?

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Credo di avere i requisiti per andare in pensione anticipatamente utilizzando la quota 100, di contro, però, verserei meno contributi: per questo vorrei evitare di perdere troppi soldi riguardo l’assegno mensile.

Dunque non so che strada percorrere.

Di quanto si può ridurre, in linea generale, l’importo andando in pensione prima?

Grazie alla nuova normativa, varata da poco dal governo, si può decidere, per chi ne ha i requisiti, di aderire alla famosa quota 100, anticipando il ritiro dal mondo del lavoro, versando meno contributi, ed andando incontro, di conseguenza, ad una riduzione dell’assegno pensionistico.

Bisogna dire, però, che secondo i calcoli effettuati da alcuni studi, la riduzione, in caso, ad esempio, di stipendi da 2 mila euro netti al mese, può incidere per quasi 20 0mila euro totali.

La quota 100, il cui decreto verrà approvato probabilmente giovedì in Consiglio dei ministri, prevederà finestre trimestrali per i lavoratori privati e semestrali per i dipendenti pubblici.

La misura durerà fino al 2021 e ci sarà il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro superiori ai 5 mila euro annui.

Ricordiamo che possono usufruire della quota 100 le persone nate tra il 1952 e il 1959, che abbiano iniziato a lavorare tra i 20 e i 29 anni.

L’anticipo può essere di pochi mesi o anche oltre i cinque anni.

Ma il carattere sperimentale della norma, che varrà solo per tre anni, potrebbe introdurre differenze enormi tra due coetanei.

Per esempio, due persone nate nel 1959 potrebbero andare in pensione con cinque anni di differenza.

Se il primo ha iniziato a lavorare nel 1983 e il secondo nel 1984, uno potrà usufruire della quota 100, l’altro no.

Comunque, questo è chiaro, prima si va in pensione e meno contributi si versano.

Di conseguenza, minore sarà l’assegno ricevuto.

Sulla pensione netta l’incidenza può essere tra il 10% e il 30% in meno mensilmente rispetto a chi va in pensione con i normali requisiti di vecchiaia.

Per la simulazione si prende, inoltre, in esame il parametro della ricchezza pensionistica complessiva, ovvero l’importo dell’assegno moltiplicato per gli anni durante i quali si percepirà, tenendo conto delle statistiche sull’aspettativa di vita.

In questa ipotesi, la perdita di ricchezza pensionistica varia dall’11% al 35%.

Per chi oggi recepisce una pensione da circa 2 mila euro netti al mese, la riduzione va dai 35 mila ai 185 mila euro.

Quota 100 non conviene, quindi, almeno da un punto di vista economico.

E lo dimostra l’esempio di un lavoratore dipendente che guadagna 2 mila euro netti al mese.

A giugno arriverebbe a 61 anni di età e 37 di contributi.

Potrebbe quindi andare in pensione nel 2020 con quota 100.

Percepirebbe, con l’anticipo pensionistico, un assegno da 1.244 euro.

Per poco più di 21 anni (secondo l’aspettativa di vita).

Per un totale, incluse le tredicesime, di 344.133 euro.

Con le regole previste dalla legge Fornero, invece, dovrebbe aspettare il 2026, quando avrà 67 anni e 7 mesi di età.

Per cinque anni e quattro mesi, quindi, continuerebbe a lavorare ricevendo i 2 mila euro al mese, per 138 mila euro totali, contando le tredicesime.

Poi inizierebbe a ricevere una pensione netta mensile di 1.761 euro, con una speranza di vita – a partire da quel momento – di circa 17 anni.

Andrebbe a ricevere di pensione 390 mila euro.

Sommandola al reddito degli ultimi anni, arriveremmo a 529.083 euro.

La differenza tra questa cifra e il caso dello stesso lavoratore andato in pensione con quota 100 è evidente: in totale parliamo di 185 mila euro in più.

Fermo restando che se si decide di anticipare la pensione è più per questioni di salute o di altro genere che non economiche.

15 Gennaio 2019 · Paolo Rastelli

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