RITENUTA ALLA FONTE - ASPETTI FISCALI PROBLEMATICI RIGUARDANTI L'ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO

l'obbligo della ritenuta alla fonte sugli onorari pagati dalla parte soccombente a seguito di una sentenza di condanna alle spese processuali

L'obbligo di effettuare la ritenuta d'acconto si applica anche nei confronti dei soggetti che, in qualità di sostituti d'imposta, erogano compensi in favore del difensore (in qualità di antistatario) della controparte vittoriosa, in esecuzione di una sentenza di condanna alle spese processuali.

Ciò in quanto, come precisato dall'Amministrazione finanziaria mediante la Risoluzione dell'Agenzia delle Entrate numero 8/1619 dell'8 novembre 1991, il debito, indipendentemente dall'esistenza di un diretto rapporto tra l'avvocato distrattario e la parte che esegue il pagamento, rimane qualificato dal suo originario contenuto, oggettivamente considerato, di corrispettivo dovuto per le prestazioni professionali rese e, come tale, è soggetto all'obbligo della ritenuta alla fonte a titolo di acconto ai sensi dell'articolo 25 del DPR numero 600 del 1973.

l'obbligo della ritenuta sui compensi pagati dalla parte soccombente a seguito di una sentenza di condanna alle spese processuali, in favore della parte vittoriosa che, avvalendosi della propria qualità di avvocato, si è difesa personalmente

Analogo trattamento fiscale deve essere applicato nell'ipotesi in cui le spese del giudizio siano liquidate in favore del soggetto che, avvalendosi della propria qualità di legale abilitato, abbia esercitato la facoltà prevista espressamente dall'articolo 86 del codice di procedura civile e si sia, pertanto, difeso in giudizio personalmente.

Tale ipotesi si differenzia, invece, da quella contemplata dall'articolo 82, comma 1 del codice di procedura civile, che prevede la possibilità, per ogni cittadino, a prescindere dalla sua qualifica, di stare personalmente in giudizio nelle cause il cui valore non ecceda euro 516,46.

Le due fattispecie, invero, si differenziano notevolmente sia per i presupposti che per gli effetti che ne derivano.

A tale proposito, la Suprema Corte di Cassazione, mediante la sentenza numero 12680 del 9 luglio 2004 ha precisato che "la parte che sta in giudizio di persona può chiedere solo il rimborso delle spese vive sopportate, invece, il legale, ove manifesti la sua intenzione di operare come difensore di sé medesimo, ha diritto alla liquidazione delle spese secondo la tariffa professionale".

Ne consegue un differente trattamento fiscale delle somme corrisposte alla parte vittoriosa.

In particolare, mentre le spese rimborsate al privato cittadino hanno natura risarcitoria e non presentano alcuna rilevanza reddituale, le somme liquidate a titolo di rifusione delle spese di giudizio, comprensive degli onorari professionali, in favore dell'avvocato che si è avvalso della facoltà di cui al richiamato articolo 86 del codice di procedura civile, mantengono la stessa qualificazione e lo stesso trattamento delle somme corrisposte alla parte vittoriosa che ha ottenuto dal giudice la distrazione delle spese processuali a suo diretto favore. Pertanto, la parte soccombente che paga i compensi professionali, se riveste la qualifica di sostituto d'imposta, deve operare la ritenuta alla fonte a titolo di acconto ai sensi dell'articolo 25 del DPR numero 600 del 1973 (cfr., sul punto, la Risoluzione numero 106/E del 19 settembre 2006 dell'Agenzia delle Entrate, nonché, in senso conforme, la Circolare numero 203/E del 6 dicembre 2004).

l'obbligo della ritenuta alla fonte sui compensi corrisposti a società tra avvocati costituite ai sensi del decreto legislativo 2 febbraio 2001, numero 96.

Analogamente alle fattispecie appena esaminate, l'obbligo di operare la ritenuta d'acconto sussiste anche con riferimento ai compensi corrisposti in favore di società tra avvocati costituite ai sensi del decreto legislativo 2 febbraio 2001, numero 96.

A tale proposito, l'Agenzia delle Entrate con la Risoluzione numero 118/E del 28 maggio 2003 ha, infatti, precisato che alle società tra professionisti deve ritenersi applicabile la disciplina dettata per le associazioni senza personalità giuridica  costituite tra persone fi siche per l'esercizio in forma comune di arti e professioni, ai sensi dell'articolo 5, comma 3, lettera a) del Tuir; infatti, per l'Agenzia, il rinvio alle disposizioni che regolano la società in nome collettivo operata dalla normativa istitutiva delle Società fra avvocati (S.t.p.), "opera ai soli fini civilistici, in quanto consente di determinare le regole di funzionamento del modello organizzativo, mentre, ai fini fiscali, per ragioni di coerenza del sistema impositivo, occorre dare risalto al reale contenuto professionale dell'attività svolta".

Ne consegue che i redditi prodotti dall'esercizio in forma comune dell'attività di avvocato, realizzati con il modello di società tra professionisti, costituiscono redditi di lavoro autonomo ai sensi dell'articolo 49 del Tuir e non, invece, redditi d'impresa; come tali, i compensi erogati sono soggetti all'obbligo della ritenuta alla fonte se corrisposti da soggetti che rivestono la qualifica di sostituto d'imposta ai sensi dell'articolo 25 del DPR 600/73.

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