Michelozzo Marra

Il fido (o scoperto di conto) garantisce una riserva di liquidità per le spese impreviste: la banca concede il fido solo ai clienti con adeguato livello di merito creditizio con accredito della busta paga o della pensione, e c’è un massimale in base al quale viene determinato il canone da corrispondere alla banca, equivalente alla commissione per la messa a disposizione immediata di fondi (ex commissione di massimo scoperto). Inoltre per il tempo che si utilizza lo scoperto (restando in rosso) corrono gli interessi debitori a favore della banca.

Il fido, che non è un saldo attivo, non può essere preteso da chi pignora il conto corrente per soddisfare il credito azionato. Si tratterebbe, in pratica, se il pignoramento del fido fosse possibile, di una surroga del creditore coattiva, almeno per la parte fino al massimale dell’affidamento: il credito verso il debitore passerebbe dal soggetto pignorante all’Istituto di credito dove il debitore detiene il conto corrente senza alcuna motivazione giuridica. Tuttavia, in occasione di un accredito, come quello della tredicesima della pensione, la banca potrebbe revocare il fido e richiedere al cliente il rientro dallo scoperto (utilizzando, allo scopo, la somma accreditata dall’INPS in conto corrente).

Per quanto esposto nel quesito, il giudice adito dal creditore non potrà fare altro che “accodare” il pignoramento, posponendo il prelievo del quinto della parte del rateo di pensione eccedente il minimo vitale a favore del (secondo) creditore procedente, non appena il primo credito azionato risulterà integralmente soddisfatto.


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