Truffa dell’assegno per acquisto veicolo usato su Whatsapp – Come funziona e come farsi rimborsare

Attirato, su un sito di annunci, da un veicolo usato, con un prezzo molto vantaggioso, ho contattato il venditore su Whatsapp: dopo varie trattative, mi ha detto che c’erano anche altre persone interessate all’acquisto e che accettava solo assegni, e per provare la mia buona fede in merito alla compravendita dovevo inviare una foto dell’assegno compilato in chat.

Pensando che con una foto non ci fosse nessun rischio e per non farmi scappare l’affare, gli ho inviato la foto.

Il venditore, dopo avermi detto di attendere, si è però volatilizzato.

Dopo qualche giorno, però, controllando il mio estratto conto, ho scoperto che era sparita la somma corrispondente al prezzo del veicolo.

Come è possibile? Come è riuscito a truffarmi in questo modo?

Posso fare qualcosa per ottenere un rimborso?

Circola ormai, purtroppo, da un paio di anni questa fastidiosissima frode che parte, come spesso accade, sul web: complici finti venditori di auto usate e ed impiegati di banca superficiali, il modus operandi ha dell’incredibile ma, purtroppo, funziona eccome.

In pratica, si fanno mandare via Whatsapp la foto di un assegno compilato, la stampano e vanno a incassare i soldi in banca.

Sembra la sceneggiatura di un film di Fantozzi, ma purtroppo è realtà.

Di certo, il trucco dell’assegno inviato su Whatsapp entra di diritto nella bacheca degli stratagemmi per abbindolare ignari acquirenti.

Vi raccontiamo come funziona.

Tutto si basa, innanzitutto, nell’attirare la vittima con un annuncio interessante, un’auto a un prezzo molto allettante, tanto da fare pressioni affinché fosse lui ad accaparrarsi l’auto usata.

Il venditore, però, informa la vittima di non essere lei l’unica potenziale acquirente, e che venderà l’auto al primo che offre garanzie.

Basta anche la foto di un assegno, giusto per stare tranquilli.

La buonafede dell’acquirente non lo porta minimamente a pensare che da una foto su Whatsapp non possa attivarsi la truffa ma ormai è troppo tardi.

Il tempo di pensare al motivo per cui il venditore è sparito nel nulla e con egli si sono volatilizzati anche i soldi sul suo conto, guarda caso proprio l’importo riportato sull’assegno virtuale.

La verità è che il truffatore ha stampato in alta definizione l’assegno e, in molti casi, è riuscito a incassarlo.

Facendo una breve parentesi, va detto che in questi casi le banche solitamente riconoscono solo il 50% di rimborso alla vittima di truffa, riconducendosi a sentenze che attribuiscono la colpa a metà tra l’istituto bancario (colpevole di non aver attuato al meglio i protocolli) e il truffato (colpevole di troppa buonafede).

Ma in questo particolare caso, la domanda sorge spontanea: come è possibile che un impiegato di banca accetti un pezzo di carta come se fosse un vero assegno?!

Gli istituti di credito parlano di negligenza, ma come si fa a non riconoscer un assegno?

Questo è proprio il mestiere del cassiere! E poi le tecniche anti-contraffazione sono diverse.

E se tutto ciò non bastasse è bene ricordare che, quando versiamo un assegno, le due banche si scambiano le informazioni relative al titolo in forma elettronica (check image truncation), ma prima di generare l’immagine, l’impiegato allo sportello deve verificare che l’assegno sia autentico.

Dunque, in tale ipotesi potrebbe esserci la collaborazione di un cassiere infedele.

Ma, come sempre, l’istituto di credito fa finta di niente, sostiene che è tutto regolare e convince il consumatore in buona fede di aver combinato un pasticcio e di avere delle colpe da scontare.

Facendo così il gioco del truffatore scappato col bottino e rimborsandogli solo la metà della somma persa.

Ma c’è una novità.

Una nota associazione dei consumatori, ricorrendo presso l’Abf (Arbitro Bancario Finanziario), ha ottenuto una sonante vittoria nei confronti di una Banca, condannata al rimborso integrale dell’assegno incassato illegalmente.

L’unico modo per incassare l’assegno, sostiene l’Abf, è che il truffatore potrebbe aver trovato una spalla compiacente nell’impiegato dell’istituto dove ha versato l’assegno e incassato i soldi.

Dunque, la responsabilità è al 100% dell’istituto di credito.

24 Gennaio 2019 · Patrizio Oliva

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