Equitalia, rate impossibili – Non mi resta che lavorare in nero?

Ho un debito con Equitalia di circa 40 mila euro (tra inps e tasse) risalente all’attività di libero professionista che ho svolto fino al 2014.

Nel tentativo di rimettermi in pari avevo ottenuto una rateizzazione che – chiudendo partita iva e non avendo altre fonti di reddito – ad un certo punto non sono più riuscito a rispettare.

Attualmente la mia condizione è questa: non trovo uno straccio di lavoro e l’unico modo per mettere a frutto le mie competenze (sono grafico) sarebbe di riaprire la partita IVA.

Mentre con un lavoro dipendente so che Equitalia può pignorare fino ad un quinto dello stipendio, come libero professionista ogni mio credito presso terzi è passibile di pignoramento, indipendentemente dal fatto che possa essere l’unica fonte di sostentamento.

Essendomi stata revocata la precedente rateizzazione, per Equitalia non posso ottenerne un’altra finché non pago le rate scadute, il cui importo complessivo è però troppo alto da versare in una volta sola. Idem con la rottamazione delle cartelle, posso aderire sì, ma gli importi delle rate sono troppo alti!

Non possiedo nulla, nel senso più assoluto del termine. Non ho casa, auto, soldi in banca.

Ed ora non ho neanche la possibilità di lavorare per rimettermi in piedi… non vedo vie d’uscita.

Nella sua situazione non ci sono vie d’uscita, purtroppo: oO trova un impiego come grafico oppure costituisce una società a responsabilità limitata con capitale minimo, che eroghi servizi in linea con la professione che è in grado di svolgere, in cui lei assume il doppio ruolo di socio di minoranza nonché lavoratore dipendente (non può essere socio unico, nè avere una quota di maggioranza).

Certamente, con il rischio incombente di pignoramenti presso i suoi committenti da parte di Agenzia Entrate Riscossione, non è pensabile intraprendere un’attività autonoma con partita IVA.

L’espropriazione esattoriale di quote societarie di una srl possedute dal debitore è, al momento, una procedura che presenta notevoli complessità e, spesso, risulta inefficace. Al concessionario non resterebbe, quindi, che pignorare lo stipendio mensile (che lei potrà stabilire a livello di pura sussistenza) nella misura di 1/10.

Il rovescio della medaglia è che il socio di comodo maggioritario, stante l’attività direttiva ed organizzativa dichiarata, potrebbe essere obbligato a versare contributi alla gestione Inps commercianti. Gli adempimenti fiscali e contributivi relativi alla gestione di un contratto di lavoro dipendente non dovrebbero costituire un problema per il professionista che dovrà essere necessariamente chiamato a curare la contabilità della compagine sociale.

Si tratta di un’opzione che richiede, come abbiamo avuto modo di vedere, un investimento iniziale, seppur limitato. L’alternativa è quella che lei ha richiamato nel titolo.

3 Gennaio 2018 · Tullio Solinas

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