Giovanni Napoletano

L’Autorità Antitrust nei giorni scorsi ha aperto un procedimento contro McFit, la catena di palestre presente in diverse città italiane: era stata proprio la nostra associazione a denunciare il comportamento poco trasparente della catena tedesca che, come tutte le palestre, è stata costretta a chiudere da marzo con i primi Dpcm legati alla pandemia.

Secondo le numerose segnalazioni giunte ai nostri sportelli a partire dai primi giorni di marzo fino a fine maggio, McFit Italia non avrebbe sospeso i pagamenti dei consumatori che avevano attivato il rid bancario, proponendo la fruizione in coda, ossia di recuperare i giorni di chiusura della palestra alla fine dell’abbonamento.

Poi, a seguito dell’entrata in vigore del decreto Rilancio (art. 216 comma 4 del d.l. n. 34 del 19 maggio 2020), la palestra ha emesso voucher di valore pari a 3 mesi utilizzabili entro il 1° giugno 2021, non consentendo lo scioglimento del contratto ai sensi dell’art. 1463 del Codice civile, espressamente richiamato dalla normativa emergenza.

Per l’Antitrust nel procedimento aperto, i comportamenti descritti appaiono configurare distinte pratiche commerciali scorrette” in base al Codice del Consumo. La richiesta ai consumatori del pagamento delle rate, “limitando la libertà di scelta dei consumatori attraverso una coercizione al pagamento di servizi che non possono essere resi, appare integrare una pratica aggressiva .

Quanto al rifiuto opposto ai consumatori che avevano richiesto lo scioglimento del contratto di abbonamento ai sensi dell’art. 216 del Dl Rilancio, tale diniego limiterebbe la libertà di scelta del consumatore, ostacolando il diritto di scioglimento del rapporto da parte degli utenti previsto dalla normativa emergenziale.

Sarà naturalmente l’Autorità a trarre le conclusioni: anche se la sospensione delle attività sportive è stata decisa dal Governo con i vari Dpcm e la chiusura delle palestre non è certo colpa dei gestori, i diritti dei clienti non possono essere compressi.

E’ proprio Codice civile a prevedere che le società che non possono fornire la prestazione per sopravvenuta impossibilità non possono chiedere il pagamento e sono tenute a restituire quanto percepito.

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