Ornella De Bellis

Se i creditori procederanno con pignoramento della pensione presso l’INPS, Agenzia delle Entrate Riscossione (ex Equitalia) prenderà il 20% del rateo mensile – considerato al netto delle ritenute fiscali nonché al lordo della cessione del quinto – eccedente il minimo vitale (689,74 euro). La finanziaria o il privato (vince chi arriva prima e il secondo dovrà mettersi in coda) otterrà una quota pari al il 20% del rateo mensile, al netto delle ritenute fiscali e al lordo della cessione del quinto, eccedente il minimo vitale (689,74 euro).

Ricordiamo che alla luce degli importi massimi stabiliti per il 2020 relativamente all’assegno sociale (459,43 euro) nonché ai sensi dell’articolo 545 del codice di procedura civile, la pensione potrà essere pignorata presso l’INPS, solo per l’importo eccedente 689,74 euro, dal momento che il minimo vitale è pari all’importo massimo dell’assegno sociale aumentato della metà.

Per farla breve, nella peggiore delle ipotesi, se tutti e tre i creditori dovessero decidere di procedere con pignoramento verso l’INPS, ammesso che la sua pensione al netto delle ritenute fiscali e al lordo della cessione del quinto risultasse pari a 1730 euro, dovrà lasciare ai creditori (complessivamente) il 40% di (1730 – 690) euro = 416 euro circa.

Se, invece, uno dei creditori decidesse di aggredire il conto corrente sul quale viene accreditata la pensione, allora, poiché l’articolo 545 del codice di procedura civile stabilisce che le somme trasferite sul conto corrente a titolo di pensione possono essere pignorate solo per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale, vale a dire solo per l’importo eccedente 1.379,49 euro, il creditore dovrà lasciarle in saldo almeno 1.379,49 euro (e prenderà il resto fino al soddisfacimento del credito azionato).

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