Patrizio Oliva

A causa dei recenti attacchi alle raffinerie dell’Arabia Saudita le quotazioni del petrolio sono aumentate del quattordici percento: l’ultimo aumento così alto risale al conflitto del Golfo, tant’è che, da quasi trent’anni, il petrolio non registrava un rialzo così repentino in un solo giorno.

Il presidente americano Donald Trump è sceso in campo, via Twitter, e poco prima che aprissero i mercati, ha autorizzato a mettere in vendita le riserve Usa di emergenza.

Ma quali effetti avrà sui consumi e le spese di famiglie e imprese?

Per i Paesi occidentali affrontare le conseguenze di una «crisi» petrolifera è un deciso ritorno al passato.

L’Unione Petrolifera equipara l’ammanco odierno di petrolio (5-6% della produzione mondiale) a quello della guerra del Kippur del 1973-74, della rivoluzione iraniana del 1978-79 o della guerra Iran-Iraq del 1980-81.

Ma nel 2019 la situazione è diversa, e le conseguenze di un periodo di prezzi elevati sarebbero differenti.

Sono molti i fattori di cui tenere conto, e tra di essi ci sono quanto meno la durata della situazione di incertezza nel Golfo; l’impatto geografico della carenza di materia prima; gli effetti sulle economie e, non ultima, l’evoluzione del cambio euro-dollaro.

Se la notizia che l’interruzione di una discreta fetta di forniture saudite per settimane o mesi fosse confermata, il rialzo del prezzo potrebbe diventare stabile. Ma nel mondo la materia prima non manca, e un più elevato livello di prezzi spingerebbe molti Paesi produttori a incrementare la loro attività, ribaltando il trend attuale al contenimento.

Le abbondanti riserve strategiche saudite, americane e dell’Agenzia internazionale dell’energia consentirebbero di attraversare senza troppi scompensi il periodo di transizione.

Da un punto di vista geografico, poi, non tutti i Paesi subirebbero le stesse conseguenze.

Il greggio saudita si dirige per il 70% in Cina e in Asia, e in Cina la produzione industriale ha registrato i primi cali.

Gli Stati Uniti sono ormai diventati uno dei maggiori Paesi esportatori, e addirittura potrebbero beneficiare di un aumento dei prezzi.

L’Europa, da parte sua, ha storicamente limitato la dipendenza diretta da petrolio.

Dei 100 milioni di barili consumati al mondo ogni giorno, ormai meno del 30% va nei trasporti.

Se nel 1973 il greggio contribuiva a soddisfare i tre quarti della domanda di energia in Italia, oggi si è a meno di un terzo.

Il prezzo di benzina e gasolio, inoltre, da noi è per più della metà composto da accise.

E rispetto al passato i prezzi del gas naturale da cui l’Italia dipende pesantemente per industrie e riscaldamento sono ormai sganciati da quelli del greggio.

Certo, molti settori industriali si servono ancora quasi esclusivamente di petrolio: il trasporto pesante e marittimo, l’aviazione (i prezzi dei biglietti potrebbero aumentare), e la petrolchimica.

Economie come quella italiana, che muovono le merci via gomma, potrebbero subire un aggravio di costi.

Paradossalmente, poi, per la bolletta energetica nazionale e per qualche impresa, le mosse adottate dalla Bce la scorsa settimana potrebbero risolversi in un appesantimento, visto che per acquistare un barile più caro in dollari bisognerà servirsi di un euro più svalutato.

Mettere insieme tutti questi elementi per stimare il risultato complessivo dell’incremento dei prezzi del petrolio sull’economia italiana resta comunque un esercizio difficile.

Per visualizzare l'intera discussione, completa di domanda e risposta, clicca qui.

Domande

Forum

Sezioni

Home

Argomenti

Altre Info

Cerca