Piero Ciottoli

La banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento (e quindi pretendere il versamento del capitale residuo in un’unica soluzione) quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive. A tal fine costituisce ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centottantesimo giorno dalla scadenza della rata (articolo 40 del Testo Unico Bancario – TUB).

Una rata, anche se trimestrale, pagata in ritardo è rilevante al fine della risoluzione del contratto. Inoltre siamo a febbraio 2019 e le rate del mutuo, almeno da quanto lei riporta, non risulta siano state pagate.

Anche se ci fosse come lei asserisce, un errore nell’atto di precetto riferibile alla pretesa di due rate pagate seppur in ritardo, questo non invalida la sostanza del provvedimento: e, comunque, al massimo, il creditore rinnoverà atto di precetto e pignoramento. Mi sembra del tutto inutile spendere soldi per impugnare il precetto e rimandare di qualche mese l’espropriazione: il precetto si impugna se si contesta la cifra ingiunta, ma si intende comunque pagare quanto dovuto. Insomma, la presunta falsità del precetto non estingue il debito reale.

Quando un avvocato promette assistenza tecnica in cambio del solo rimborso delle spese c’è da credergli: tuttavia, le spese legali si limitano in genere a carta bollata, che può essere acquistata dal cliente; a contributi unificati che possono essere versati dal cliente presso gli uffici postali con bollettino di conto corrente postale, banche (modello F23) e tabaccherie; oltre a spese di notifica degli atti depositati presso uffici riservati agli avvocati dislocati all’interno del tribunale (ma viene rilasciata una ricevuta).

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