Giorgio Martini

Se il chiamato non intende accettare l’eredità, egli vi deve rinunciare espressamente: i termini per la rinuncia sono tre mesi dal decesso se si è in possesso di beni ereditari; dieci anni dal decesso, se non si è in possesso dei beni ereditari (articolo 458 codice civile).

Tuttavia, secondo quanto disposto dall’articolo 481 del codice civile, chiunque vi ha interesse può chiedere che l’autorità giudiziaria fissi un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare.

D’altra parte l’Agenzia delle Entrate Riscossione non può essere tenuta nell’incertezza a tempo indefinito (fino a 10 anni) dal chiamato che non scioglie la riserva a solo scopo dilatorio e non decide se accettare o meno l’eredità del de cuius ed i suoi debiti verso l’erario (anche perché potrebbe anche propendere subito per l’accettare con beneficio di inventario).

La notifica della cartella esattoriale notificata al chiamato all’eredità, essendo impugnabile entro 60 giorni, anche con semplice ricorso amministrativo (allegando la dichiarazione di rinuncia all’eredità), serve, appunto, ad accelerare i tempi e ad evitare strategie dilatorie, un abuso del diritto e inutili spese giudiziali per attivare la procedura prevista dall’articolo 481 del codice civile.

Se il chiamato all’eredità non esercita la propria scelta, utilizzando le opportunità che la normativa vigente gli offre, anche Agenzia delle Entrate Riscossione si muove border line (ma nei limiti della legge), costringendo il destinatario della cartella esattoriale a scoprirsi.

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