Ludmilla Karadzic

Alla sua domanda c’è solo una risposta, che non sia espressione del solito buonismo ipocrita e inconcludente: lei può chiedere aiuto solo a sé stesso!

Deve convincere la sua compagna (in questo possiamo darle una mano con gli articoli raccolti sul tema in questo sito) che il creditore non ha alcun interesse ad avviare una procedura giudiziale di pignoramento presso la residenza del debitore solo per asportare mobili vecchi ed elettrodomestici usati che non saprebbe come convertire in denaro contante attraverso una vendita all’asta. Quindi, se nell’appartamento dove convive non ci sono gioielli, mobili d’antiquariato, quadri d’autore, complementi d’arredo griffati, impianti tecnologici di valore, la sua compagna non vedrà presentarsi l’ufficiale giudiziario o, al limite, si tratterà di una visita dovuta, con il pignoramento di qualche bene lasciato comunque in custodia al debitore sottoposto ad azione esecutiva. Peraltro, si può sempre registrare un contratto di comodato gratuito fra la proprietaria (o la conduttrice) dell’appartamento in cui ella convive con il debitore, limitando gli spazi e i beni a questi assegnati assegnati. Infine, per rendere più difficile il compito del creditore, che magari volesse approfittare del pignoramento presso la residenza del debitore per un regolamento di conti personale, si può anche chiedere agli uffici anagrafici (se non è stato già fatto) la formazione nella stessa unità abitativa di due distinte famiglie anagrafiche, una costituita dal debitore e l’altra dalla sua compagna: basterà dichiarare l’assenza di qualsiasi vincolo parentale, di affinità o affettivo fra i due conviventi.

Questo per quanto attiene la prima esigenza: non perdere il tetto sotto cui vive. Passando invece allo stalking che sembra subire dalla società di recupero crediti, va ricordato semplicemente che il creditore non può chiamare il debitore al telefono, minacciarlo o presentarsi nella casa in cui egli vive. Può solo inviare al debitore una raccomandata di messa in mora con l’invito a saldare il debito entro tot giorni, avvertendolo che, in caso di reiterato inadempimento, procederà con le azioni esecutive previste dalla legge. Stop. Cosa fare, allora, per dissuadere comportamenti lesivi della dignità e affermare il diritto del debitore ad essere lasciato in pace? Ci si reca al più vicino commissariato di Polizia di Stato o stazione dei Carabinieri e si presenta un esposto sulla persecuzione che sta subendo; se necessario si procede, successivamente, con una querela di parte nei confronti della società di recupero crediti, anche per estorsione e stalking. Vedrà che potrà ben presto riprendere a vivere: lei è stato punito dalla legge per i suoi comportamenti, deve pretendere che la legge difenda, adesso, i suoi diritti.

Ultimo problema: cercare di dar modo ad un eventuale datore di lavoro di accreditare il suo stipendio su un rapporto caratterizzato da un identificativo IBAN a lei assegnato. Per questo, in rete, troverà moltissime offerte per carte prepagate dotate dell’IBAN necessario alla bisogna: i fornitori non staranno troppo attenti alle sue passate esperienze imprenditoriali. Le carta con IBAN potrà essere emessa anche da un istituto di credito di un paese aderente alla UE e il datore di lavoro non potrà eccepire alcunché. Certo, i costi di gestione risulteranno un pochino superiori alla media, ma, come lei dovrebbe ormai sapere, dalla vita non si può avere tutto.

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