Genny Manfredi

La ragione per cui la casa coniugale viene assegnata a chi risiede con la prole, non autosufficiente, è quella di non provocare traumi ai figli e di farli continuare a crescere nello stesso habitat domestico in cui hanno vissuto finché i genitori sono rimasti uniti.

Ecco spiegato il fatto per cui, tutte le volte in cui la coppia ha dei figli minorenni o che ancora non si mantengono da soli, il giudice assegna la casa al coniuge che ci convive.

Al contrario, se la coppia non ha figli, la casa ritorna al legittimo proprietario o, se la coppia era in regime di comunione dei beni, di norma, viene divisa di comune accordo o con l’intervento del tribunale.

Ma, come nel suo caso, il tempo passa, i figli crescono, e raggiungono la maturità e l’indipendenza economica.

Dunque, in tale ipotesi, l’assegnazione della casa coniugale può essere revisionata e tornare al proprietario legittimo.

Di questo avviso anche la Corte di Cassazione, la quale, con ordinanza 1546/18, ha chiarito che non vi sono più i presupposti per l’assegnazione della casa alla madre, a tutela della prole, se la stessa ha concluso il proprio percorso di studi e sta affrontando il mondo del lavoro.

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