Il cotone: morbido sulla pelle, ma non sempre per il pianeta


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Pantaloni, camicie, magliette, indumenti intimi, scarpe: troviamo il cotone in tutti i tipi di abbigliamento. Non sorprende quindi sapere che il cotone è la fibra più venduta al mondo. Ogni anno, i produttori – principalmente in Cina, Stati Uniti e India – ne coltivano più di 19 milioni di tonnellate; ciò implica un impatto ambientale notevole, in particolare per quel che riguarda l’inquinamento delle acque e del suolo: infatti La coltivazione del cotone richiede l’uso di molti pesticidi, erbicidi e fertilizzanti sintetici. Diversi pesticidi comunemente utilizzati sono stati classificati dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) come “estremamente pericolosi”, specialmente per il sistema nervoso dei bambini e per la fauna. Oltretutto, la coltivazione del cotone necessita di molta acqua, fatto che può provocare catastrofi ecologiche. La più conosciuta riguarda il drammatico prosciugamento del Lago di Arai, situato tra Uzbekistan ed il Kazakistan. A partire dagli anni ’60, il volume di questo immenso mare interno si è ridotto ad un sesto della sua dimensione originale e le sua superficie è diminuita di un terzo, perché l’acqua dei fiumi che lo alimentava è stata deviata per irrigare le piantagioni di cotone.

19 Agosto 2013 · Giovanni Napoletano

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