La usura nella storia

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Il termine usura viene correntemente impiegato per definire un prestito di denaro ad alto interesse, concesso a persone in stato di bisogno. Tuttavia il suo significato non è sempre rimasto lo stesso nella storia, ma si è modificato lungo i secoli in relazione sia alle dottrine filosofiche e morali del tempo, sia alle condizioni dell’economia e della società.

Se Aristotele, considerando la moneta come un semplice mezzo di scambio, riteneva ingiustificato il prestito a interesse e non accettava l’idea che questa da sola potesse dare dei frutti; presso i romani il termine usura non implicava necessariamente alcuna disapprovazione morale e veniva impiegato anche per indicare prestiti che non comportavano interessi.

Il problema dell’usura venne ad acquistare un rilievo più specifico nel Basso Medioevo. L’usura – scrive Jacques Le Goff – è uno dei grandi problemi del XIIIsecolo: con la ripresa dei commerci e l’improvviso diffondersi dell’economia monetaria, dopo la grande crisi dovuta alla caduta dell’Impero Romano, il problema dell’usura si impose nuovamente all’attenzione delle autorità del tempo, e soprattutto della Chiesa. Richiamandosi al precetto evangelico, gli scolastici opposero il più rigido divieto a ogni forma di prestito di denaro che comportasse anche il più tenue interesse. L’usuraio venne rappresentato negli “exempla” (racconti usati nelle prediche), ed anche nelle sculture romaniche, come l’uomo con la borsa, il peccatore per eccellenza. La ragione stava essenzialmente nel fatto che al di là dei prestiti alla produzione, anticipandosi di alcuni secoli l’odierno preoccupante fenomeno del sovraindebitamento delle famiglie, si andavano rapidamente diffondendo i prestiti al consumo, con la conseguenza che le classi più misere erano spesso costrette a ricorrere agli usurai per procurarsi anche i mezzi di prima necessità.

E i più poveri finivano con il trovarsi avviluppati in una spirale senza fine che tendeva ad aggravare la loro povertà. L’illeicità della pratica era avvertita dagli stessi prestatori, e poiché Chiesa e poteri laici dicevano all’usuraio ”scegli: o la borsa o la vita (dell’anima)“, molti di questi, sul finire del proprio cammino terreno, destinavano somme alle istituzioni pie, facevano costruire monumenti, operavano lasciti anche cospicui. Ma naturalmente, in una società in cui i prestiti sono necessari per il prosperare della produzione e dei commerci, e talvolta per la sopravvivenza, condannare l’interesse significava semplicemente relegarlo nella clandestinità. I mercanti e i grossi imprenditori ricorrevano ad ingegnosi artifici per mascherare l’interesse. Poi, progressivamente, venne chiarendosi la differenza tra prestiti alla produzione e prestiti al consumo, pervenendo a giustificare l’interesse nei prestiti accordati a operatori economici, mentre continuava ad essere riprovato il compenso pagato per i prestiti al consumo.

Cominciarono così a delinearsi due mercati finanziari distinti: l’uno legale, che favorì lo sviluppo dei grandi banchieri e di un efficiente sistema creditizio; l’altro, clandestino, nel quale si manifestavano gli abusi più odiosi.

Alla triste sorte di chi era costretto a ricorrere a questo mercato, non furono però insensibili benefattori di ogni sorta, che nella seconda metà del Quattrocento diffusero in italia i primi Monti di Pietà (vedi pag. 43) che accordavano prestiti su pegno.

L‘attività creditizia che storicamente ha lasciato la documentazione più consistente riguarda il debito pubblico nonché il settore legato alla produzione e al commercio.

Attraverso questi documenti è spesso difficile tracciare una linea di demarcazione ben definita tra interesse ed usura. Nei secoli XIII e XIV, ad esempio, i Comuni contraevano prestiti con interessi dall’8% al 90%. Nel corso del XVII secolo incominciarono a mutare le condizioni che dovevano avviare l’Europa verso nuove forme di organizzazione economica e finanziaria. L‘esigenza di un attivo mercato del credito si manifestò dapprima nei paesi europei più sviluppati come i Paesi Bassi e l’Inghilterra.

La tendenza al ribasso degli interessi (con conseguenti vantaggi, ad esempio, per i miglioramenti fondiari, le bonifiche e le nuove piantagioni) fu un fenomeno di lungo periodo. Le misure dell’autorità pubblica furono comunque possibili in quanto una tendenza analoga si era registrata sul libero mercato finanziario. In questi casi dunque non si può più parlare di usura nel senso in cui viene comunemente intesa, e di usura non si potrà più parlare riferendoci ai saggi di mercato prevalenti dopo la rivoluzione industriale, che prese avvio nella seconda metà del Settecento.

Negli ultimi due secoli, invece, l’usura è andata confinandosi negli ambienti più equivoci della società, alimentata da attività illegali. Essa stessa si è costituita come attività illegale, oltre che odiosa e riprovevole, sebbene le legislazioni dei diversi paesi, e dei diversi periodi, abbiano dedicato al fenomeno sensibilità non univoche.

9 Novembre 2007 · Loredana Pavolini

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