I banchieri di casa nostra adesso fanno a gara per incontrare Muhammad Yunus – Ieri lo snobbavano, ma i tempi cambiano ed ogni occasione è buona per ritoccare un’immagine ormai compromessa …

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Relegheremo la povertà nei musei: ce ne sarà uno in ogni Paese, ci porteremo i bambini in visita e resteranno orripilati scoprendo la condizione infame che così tanti essere umani hanno dovuto sopportare per così lungo tempo e condanneranno i loro progenitori che hanno permesso tutto ciò. E’ questo il primo dei «sogni a occhi aperti» di una lunga lista che Muhammad Yunus ha messo nero su bianco nel suo ultimo libro, «Un mondo senza povertà». Desideri che l’economista del Bangladesh e premio Nobel per la Pace 2006 vuole veder realizzati nei prossimi 40 anni. Tra questi ce ne uno che sembra già a portata di mano, è l’idea che a quanto pare sta conquistando imprenditori, multinazionali e filantropi in tutto il mondo: curare il capitalismo malato con dosi massicce di iniziativa economica con finalità sociali.

Yunus, avvicinato ieri al suo arrivo a Milano, ha confermato  le indiscrezioni che circolano sulla possibilità di aprire una filiale della Grameen Bank anche in Italia, dopo l’esperienza fatta in altri Paesi europei. «Ne stiamo discutendo, ci stiamo lavorando, speriamo di poter dire qualcosa a breve» ha affermato.

Negli incontri di questi giorni tra Milano e Roma, Yunus promuoverà intanto il suo progetto di business sociale. «Un dollaro investito in un’impresa con finalità sociali – spiegherà tra le altre cose Yunus – è assai più efficace di un dollaro dato in beneficenza. Il dollaro dato in beneficenza viene consumato una sola volta, mentre quello investito in un’impresa continua a ripetere senza fine, come ogni altro capitale di impresa, il proprio ciclo produttivo creando benefici per un numero sempre crescente di persone».

Ovvero, come recita il motto di questo blog, non serve regalare pesce, bisogna insegnare a pescare!

Sarà dunque molto utile ai nostri banchieri sentire direttamente da Yunus cosa significhi la diffusione del “business sociale”, ossia l’iniziativa privata che non guarda alla massimizzazione dei profitti ma a obiettivi sociali e a un mondo più giusto.

Passera, Profumo, Geronzi, Guzzetti, Mazzotta e via dicendo avranno di che riflettere dunque ascoltando l’uomo che non chiede l’elemosina per i poveri, nè aiuti pubblici a pioggia, bensì una forma di iniziativa economica capace di attivare le dinamiche migliori del libero mercato conciliandole con l’aspirazione a un mondo più umano, più giusto, più pulito.

Yunus ha incontrato ieri Corrado Passera, ad di Banca Intesa, e la finanza milanese. Stamane sarà ospite del presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che ha organizzato un incontro pubblico da tutto esaurito. Poi volerà a Roma ospite di Profumo per un’iniziativa organizzata da Unicredit nell’ambito degli Incontri della fondazione Ducci: «Il microcredito contro la povertà», alle ore 18.30 a Palazzo Altieri, in Piazza del Gesù.

Mobilitazione, insomma, dei nostri banchieri per l’uomo che ha fondato la Grameen Bank nel 1977 per sostenere con piccoli prestiti a fondo perduto le donne povere nel Bangadesh. Ha funzionato, creando ricchezza diffusa e dando una chance a migliaia di diseredati. Oggi la banca del microcredito rappresenta un modello ed è presente in 57 Paesi (e forse aprirà una sede anche in Italia). La sua lezione diviene particolarmente attuale in momenti come questi di credit crunch e di banche nell’occhio del ciclone.

Ecco un’anteprima del discorso che Yunus farà a Milano e Roma.

È una verità che andrà bene per il 2009: i beneficiari di microcrediti nel mondo non sono direttamente indeboliti dalla crisi finanziaria, hanno il loro business e i rimborsi sfiorano il 100 per cento. Meglio: il microcredito può venire in aiuto dei poveri del Nord. Abbiamo infatti lanciato, nel gennaio  2008, un programma di microfinanza nel quartiere di Queens, a New York, chiamato « Grameen America » e rivolto ai quei newyorchesi che sono esclusi dal sistema bancario. Vi abbiamo inviato una delle nostre squadre del Bangladesh, gente che non aveva mai messo piede negli Stati Uniti.

Quando abbiamo lanciato il programma, alcuni giornalisti ci hanno chiesto: « Ma perché avete deciso di portare la Grameen Bank nel cuore di New York? » . Ho risposto: « Siamo venuti a New York proprio perché è la capitale mondiale della banca. Le vostre banche lavorano per il mondo intero, ma queste rifiutano di lavorare per quanti vivono all’ombra dei vostri grattacieli: i poveri che vivono qui non vi hanno accesso. Negli Stati Uniti ci sono milioni di persone che non possono aprire un conto. Siamo qui per dimostrarvi che è possibile, senza essere sconvolgente, purché lo si faccia mettendo al centro la persona umana. Oggi la crisi ci offre l’occasione di meditare su questa ingiustizia; dobbiamo ripensare le istituzioni bancarie e finanziarie affinché si aprano a tutti.

Quando ho cominciato a riflettere sul microcredito, mi sono posto questa domanda: perché non estendere i servizi bancari ai poveri cosicché ne possano approfittare? Mi dicevano: impossibile! L’unico argomento che avevano era questo: i poveri non sono solvibili. Allora mi sono chiesto: sta alle banche decidere se i poveri sono o non sono solvibili, o non sta piuttosto ai poveri scegliere la banca più adatta a loro? L’ironia è che la crisi ha dimostrato che i più poveri, chi utilizza il microcredito, sono solvibili, eccome! Mentre chi sembrava solvibile, in particolare i banchieri, alla fine non lo è affatto.

Non bisogna buttare via il capitalismo, ma è come se in esso ci fosse una voragine che va colmata. Io dico: colmiamola e completiamo questo modello.

Il sistema capitalistico è stato sviluppato a metà, bisogna aggiungere l’altra metà, e finora c’è stata un’unica possibilità di scelta, nel mondo degli affari: io sto proponendo un’alternativa. Poi sta ad ognuno decidere dove orientarsi. Oggi siamo davvero in un momento molto importante: c’è la crisi del petrolio, abbiamo avuto per lungo tempo l’aumento dei prezzi dei cereali, ora il rallentamento dell’economia mondiale. Tutti fatti che hanno concorso a creare povertà e sono destinati a complicarsi nell’immediato futuro.

Il concetto teorico di business ad esempio è molto limitato, perché si fonda sul concetto che l’essere umano è una macchina per fare soldi. È come se, quando entra nel mondo degli affari, l’essere umano si mettesse degli occhiali che gli permettono di vedere come unico obiettivo soltanto l’utile, l’utile, l’utile. Ma l’occhio umano non è fatto per questo: è la teoria che ha creato questi occhiali. Il risultato è che per l’utile si creano molti problemi alla gente: povertà, malattie, degrado ambientale.

Oggi serve una leadership visionaria, che sappia dare prospettive nuove al futuro del Pianeta. Una realtà come il G8 deve prendere in pugno la situazione, ma si tratta di vedere se abbiamo solo leader dalle vedute ristrette, o se ci sono leader di grande statura e visionari.

2 Marzo 2009 · Antonio Scognamiglio



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Stai leggendo I banchieri di casa nostra adesso fanno a gara per incontrare Muhammad Yunus – Ieri lo snobbavano, ma i tempi cambiano ed ogni occasione è buona per ritoccare un’immagine ormai compromessa … Autore Antonio Scognamiglio Articolo pubblicato il giorno 2 Marzo 2009 Ultima modifica effettuata il giorno 16 Dicembre 2017 Classificato nella categoria attualità e riflessioni

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Per porre una domanda sul tema trattato nell'articolo (o commentarlo) e visualizzare il form per l'inserimento, devi prima accedere. Potrai accedere velocemente come utente anonimo.

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