Cosa mi spetterebbe se il giudice derubricasse il licenziamento per giusta causa a licenziamento illegittimo?


L’indennità sostitutiva di preavviso viene riconosciuta anche in presenza di licenziamenti senza preavviso sanciti come illegittimi in sede giudiziale

Sono stato licenziato per giusta causa: il mio contratto era un part-time, la giusta causa secondo loro è perché per via del covid la mia posizione lavorativa non serviva più. Consigliato del mio avvocato ho impugnato il licenziamento perché la giusta causa non esiste (hanno assunto 5 giorni prima di licenziarmi un’altra persona che svolge ora le mie mansioni e comunque non hanno licenziato la persona che aveva meno anzianità di me). L’azienda che è sotto i 15 dipendenti non mi ha risposto e non intende riassumermi, quindi l’avvocato ora vuole chiedergli un rimborso che da quello che ho letto dovrebbe essere solo 6 mensilità, è vero o mi aspetta altro?

In generale, l’indennità sostitutiva del preavviso deve essere riconosciuta anche in presenza di licenziamenti intimati senza preavviso che, in sede giudiziale, vengano ritenuti illegittimi o convertiti in licenziamenti in cui il preavviso doveva essere comunicato obbligatoriamente.

Quest’ultima ipotesi ricorre nel caso in cui in origine sia stato intimato un licenziamento senza addurre alcuna causale giustificativa, ma successivamente il giudice abbia ritenuto che non si era in presenza di un’ipotesi in cui il datore potesse liberamente interrompere il rapporto di lavoro. E’ altresì possibile che venga riconosciuta l’indennità nel caso in cui il datore proceda a licenziare un dipendente per giusta causa, ma il giudice lo converta poi in licenziamento per giustificato motivo soggettivo.

Qualora il licenziato risultasse essere un lavoratore di azienda con meno di 15 lavoratori, il decreto legislativo 23/2015 prevede una procedura conciliativa, finalizzata a rendere più rapida la definizione del contenzioso sul licenziamento, che prevede l’immediato pagamento di un indennizzo da parte del datore di lavoro.

In particolare, l’articolo 6 del decreto stabilisce che, in caso di licenziamento, il datore di lavoro, al fine di evitare il giudizio, entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento (60 giorni), può convocare il lavoratore presso una delle sedi conciliative indicate dal quarto comma dell’art. 2113 c.c. (tra cui, in particolare, le commissioni di conciliazione presso le direzioni provinciali del lavoro) e dall’articolo 76 del decreto legislativo 276 del 2003, e offrirgli un assegno circolare che, per i lavoratori delle piccole imprese, avrà un importo pari a mezza mensilità per ogni anno di servizio, e comunque non inferiore a 1 mensilità e non superiore a 6 mensilità.

Per incentivare questo tipo di soluzione, il legislatore ha previsto che detto indennizzo non costituisce reddito imponibile per il lavoratore e non è assoggettato a contribuzione previdenziale.

L’accettazione dell’assegno da parte del lavoratore comporta l’estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia all’impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l’avesse già proposta.

In definitiva, possiamo dire che il suo avvocato ha chiesto il massimo che il giudice possa concedere accogliendo l’impugnazione del licenziamento per giusta causa e che il datore di lavoro sarebbe stato obbligato a versare qualora avesse adottato la corretta procedura di cui all’articolo 6 del decreto legislativo 23/2015.

10 Settembre 2022 · Michelozzo Marra

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