La storia della pensione di reversibilità dal 1995 fino ad oggi

Breve excursus della pensione di reversibilità: dagli aggiornamenti normativi della legge Dini del 1995 fino ad oggi.

Per quanto concerne la pensione di reversibilità, tra i tanti aggiustamenti apportati al sistema previdenziale c'è stato quello di vincolare i trattamenti alla situazione economica degli eredi.

Sull'esempio di quanto stabilito da molte legislazioni straniere, infatti, queste pensioni subiscono tagli nel caso in cui il coniuge superstite possa vantare redditi propri superiori a tre volte il trattamento minimo Inps.

Ipotesi, questa, che si presenterà sempre più spesso in futuro, quando molte donne lavoratrici potranno contare su assegni pensionistici propri piuttosto consistenti.

Il taglio introdotto nel 1995 dalla riforma Dini, purtroppo, non è stato finora compreso nei suoi giusti termini.

La soglia che fa scattare la riduzione della pensione di reversibilità non è particolarmente elevata: in base ai dati del 2016 il limite è di 19.574 euro (al lordo dell'Irpef).

Comunque, adesso come adesso, sono di due tipi i trattamenti pensionistici che il nostro sistema prevede a favore del coniuge e dei figli di un lavoratore scomparso.

Si tratta di:

  • Pensione di reversibilità di pensionato (diretta)
  • Pensione di reversibilità di assicurato (indiretta)

La prima spetta quando il familiare deceduto era già pensionato, cioè risultava già titolare di una pensione di vecchiaia, di anzianità o di inabilità.

La seconda, invece, spetta al coniuge e ai figli di un lavoratore scomparso mentre era ancora in attività.

Perché scatti il diritto, il familiare scomparso deve aver maturato, indipendentemente dall'età, 15 anni di contributi (il minimo previsto per la pensione di vecchiaia prima della riforma Amato) oppure un minimo di cinque anni, di cui almeno tre versati nel quinquennio precedente la data del decesso.

Questo in linea generale.

I superstiti che possono incassare la reversibilità o la pensione indiretta si possono classificare in due grandi gruppi

  • coniuge e i figli
  • genitori, i fratelli celibi e le sorelle nubili

Nel primo caso, i figli hanno diritto alla pensione di reversibilità o indiretta a condizione che risultino: minorenni o studenti di scuola media superiore (dai 18 ai 21 anni) e universitari tra i 18 e i 26; il diritto spetta fino al conseguimento della laurea, ma solo se i figli erano a carico e senza attività lavorativa alla data del decesso del genitore.

Per essere considerati a carico non devono avere un reddito superiore al trattamento minimo Inps maggiorato del 30% (per il 2016 il limite è di 653 euro al mese); inabili senza limite di età:

In tal caso è necessario che siano a carico e già inabili all'atto della scomparsa del genitore.

Per quanto riguarda, invece, per i genitori, i fratelli celibi e le sorelle nubili, si tratta però di casi piuttosto rari.

Chi appartiene a questa categoria, infatti, subentra nel diritto non solo in mancanza del coniuge o dei figli ma anche se è in possesso di requisiti piuttosto rigidi.

Comunque, la vedova o il vedovo hanno sempre diritto alla pensione, a volte anche in caso di divorzio, a condizione che non si siano risposati.

La legge stabilisce, infatti, che, in assenza di un coniuge superstite in possesso dei requisiti per incassare la rendita di reversibilità (o indiretta), il coniuge rispetto al quale sia stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto alla pensione se risulta titolare di assegno alimentare e se il rapporto (di lavoro) da cui trae origine il trattamento è anteriore alla sentenza che ha posto fine al vincolo matrimoniale.

Nel caso in cui, dopo lo scioglimento del matrimonio, il lavoratore si sia risposato, il Tribunale può disporre che sia corrisposta al coniuge (o ai coniugi), rispetto al quale era stata pronunciata sentenza di divorzio, una quota della pensione eventualmente spettante al partner con il quale lo stesso lavoratore era legato in matrimonio alla data del decesso.

Il vedovo (o la vedova) decade dal diritto alla pensione quando contrae nuovo matrimonio. In questo caso ha diritto a una indennità “una tantum” pari a due annualità, compresa la tredicesima.

La misura della pensione ai superstiti è stabilita in una quota-parte del trattamento già liquidato al lavoratore o che a lui sarebbe spettato alla data del decesso.

Le quote sono:

  • 60% al coniuge e all'orfano solo;
  • 20% per ciascun figlio se ha diritto anche il coniuge, oppure 40% pro capite se hanno diritto solo i figli;
  • 15% per i genitori, i fratelli e le sorelle, per ciascun avente diritto.

In ogni caso, la somma delle quote non può superare il 100% della pensione che sarebbe spettata al lavoratore.

I redditi da prendere in considerazione sono quelli da dichiarare al Fisco con il modello Unico o 730.

Non costituiscono reddito:

  • i trattamenti di fine rapporto (la liquidazione) e le loro eventuali anticipazioni;
  • la casa di proprietà del superstite (se vi abita);
  • competenze arretrate soggette a tassazione separata;
  • la stessa rendita di reversibilità che potrebbe essere soggetta a riduzione e qualunque altra pensione di reversibilità di cui l'interessato sia titolare.

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