Tranquilli: non è un altro 29, sarà molto peggio! La bomba credit card è in arrivo...

Tranquilli, non è un altro 29, sarà molto peggio!

Dopo il credit crunch legato al brusco sgonfiarsi dela bolla immobiliare, dopo la crisi finanziaria dei mutui subprime ad essa direttamente collegata, assisteremo alla rovinosa deflagrazione di un'alltra bomba ad orologeria, da tempo innescata dai "grandi" banchieri mondiali.

"La prossima onda di tsunami alta come un grattacielo coinvolgerà le carte di credito e debito, sparse a pioggia a centinaia di milioni di persone."

"Ed erogate da “impeccabili” profittatrici istituzioni bancarie e finanziarie, la cui moltitudine di clienti visto come va il sistema, non potranno pagare le quote mensili degli acquisti eseguiti a piene mani. Come raccontava nel 1542 lo scrittore François Rabelais nel suo libro Gargantua e Pantagruel “pungi il diavolo e ti ungerà, ungilo e ti pungerà".

Più la politica e la economia pasticciano insieme e più l'inferno si avvicina. Doloroso e per tutti indistintamente"  scrivono Marco Savina e Rodolfo Visser su Limes.

La bomba credit card l'hanno scoperta analisti e investigative reporter finanziari e hanno lanciato l'allarme: i debiti accumulati dai consumatori sulle carte di credito non saldate, hanno superato i livelli di guardia. Oggi sono pari a 915 miliardi di dollari, una somma stratosferica, più del doppio dei famigerati mutui subprime, e identico è l'effetto domino che possono attivare: le banche, si è scoperto adesso, usano rivendere interi blocchi anche di questi crediti a finanziarie specializzate, che li impacchettano e li trasformano in titoli che mettono sul mercato. Il rischio si disperde, si moltiplica, diventa irrintracciabile. Stessa identica procedura insomma dei mutui, ed effetti devastanti a catena che stavolta possono essere ancora peggiori: se i mutui bene o male sono supportati da una garanzia reale (la casa) e spesso sono anche assicurati da qualche agenzia federale, qui sono prestiti secchi e non garantiti in alcun modo. Anzi, per una perversione tutta americana, accade sistematicamente che al momento di aprire una carta di credito, l'unica cosa che ti chiede la banca è: avete una credit history? Il fatto di avere altri debiti in essere, costituisce esso stesso una garanzia.

Sono le cosiddette carte revolving, che si stanno affacciando ora anche in Italia: passato un mese di acquisti senza controlli, la banca manda a casa l'estratto conto per il saldo. Se non si paga, si accede automaticamente ad una sorta di fido, che può essere rinnovato di mese in mese. In America, dove il fenomeno ha assunto le proporzioni che si diceva (che crescono di giorno in giorno con un'accelerazione esponenziale), il più delle volte per pagare il conto delle carte revolving si prendono in prestito altri soldi dalla stessa o più spesso da un'altra banca. In questo caso si usa il meccanismo dell'home equity: dato che il valore della casa in cui si abita (e per la quale si paga già un mutuo, subprime o prime che sia) è aumentato, si chiede un rifinanziamento del mutuo stesso. Con i soldi così ottenuti, si paga il conto della carta revolving. E così via. Perché il giochetto funzionasse ovviamente bisognava che si possedesse una casa, e poi che il valore di questa aumentasse continuamente: ma dato che la situazione come tutti sanno è cambiata (ultimi dati della settimana scorsa: vendite in ribasso del 13% e prezzi del 4,9% su un anno fa), ecco che tutto il diabolico meccanismo si è bloccato. Ora la tensione accumulata potrebbe scoppiare da un momento all'altro nelle mani delle banche. Il numero e l'entità delle delinquency, cioè dei debiti sulle carte non saldati, sta aumentando vertiginosamente, e altrettanto i fallimenti individuali. Gli allarmi si moltiplicano.

Le banche si difendono come possono. Intanto cominciano ad accantonare riserve esplicitamente per questi crediti: l'ha già fatto Citigroup per 2 miliardi di dollari (che si aggiungono a tutte le perdite di questi mesi per le vicende analoghe), per poco meno lo sta per fare la Bank of America, l'ha fatto ovviamente l'American Express che trema perché di carte di credito vive e quindi ha aumentato del 44% le sue riserve per eventuali perdite. Le banche hanno poi aumentato il tasso su questi che diventano prestiti anomali: come ha reso noto la Federal Reserve, nel 2005 la media era del 12,51% annuo, nel 2006 del 13,21, nel giugno 2007 del 13,46, oggi è schizzata al 1516%. Si parla di medie, ma andando ad analizzare caso per caso si trovano tassi molto superiori (fino ad un incredibile 27% per i ritardati pagamenti più gravi). Altra misura: si sta riducendo il numero dei mesi per i quali è possibile posticipare il saldo. Prima era in media di 1517, ora si è dimezzato e anche meno. Ancora: le offerte di lancio con cui si “vendono” le carte a clienti potenzialmente interessanti erano tipicamente di dodici mesi a zero interessi. Ora se va bene sono di tre mesi all'1,9%, come ha rilevato il sito specializzato cardRat ings.com.

I primi a cadere sono i più deboli. Business Week ha raccolto la settimana scorsa in un servizio di copertina le storie agghiaccianti di chi, essendo troppo povero per potersi permettere un'assicurazione sanitaria e troppo “ricco” per accedere ai programmi di sicurezza sociale, per pagarsi le spese mediche non ha altra via che aprirsi un fido con la carta revolving. Visto che stiamo parlando di 47 milioni di persone, più altri 16 milioni per i quali l'assicurazione non dà una copertura adeguata (con franchigie fino a 10mila dollari), una popolazione pari a quella italiana, le banche e le finanziarie avevano scoperto un'altra via per fare affari d'oro. Così hanno creato altrettante linee di carte revolving espressamente pensate per i debiti sanitari. Hanno nomi confortanti come CareCredit o Help (che però è un acronimo e sta per Hospital Expense Loan Program), ma in realtà sono tagliole micidiali. Si calcola che circa la metà del debito complessivo da carte di credito, i 915 miliardi di cui si parlava all'inizio, sia stato generato in questo modo. Le storie si somigliano tutte: famiglie distrutte, chi si è dovuto vendere la casa e vive in un camper, chi è inseguito da rate di 1520mila dollari che crescono ameboicamente ma intanto è disoccupato. E i tassi applicati arrivano con la massima indifferenza al 1520%. Come in casi analoghi, quello che colpisce è la rapidità con cui questi tassi aumentano, tanto più perché tutta la corsa ai debiti era cominciata pochissimi anni fa, fra il 2001 (anno della crisi post attentato di New York) e il 2004, quando i tassi erano bassissimi e quindi si è stimolato oltre ogni immaginazione l'indebitamento individuale.

Il caso della sanità è il più complesso perché gli ospedali, che conoscono ovviamente la situazione della maggior parte dei loro concittadini, a questo punto hanno quasi tutti adottato la seguente tattica: per chi paga cash senza batter ciglio (sia esso il paziente o l'assicurazione) fanno sconti anche del 2025%. Altrimenti girano senza esitazioni (entro duetre giorni) il loro credito a una finanziaria specializzata, sia essa emanazione di una banca (o anche di una grossa azienda come per esempio la General Electric che ha una branch specializzata) oppure ancora una società nata espressamente per questo business. In ogni caso, la finanziaria si accolla il credito pagando l'8085% di quanto dovrebbe avere l'ospedale, che ha fretta di liberarsene perché ha urgente bisogno di contanti visti gli alti costi di medici, infermieri, farmaci, e accetta di rimetterci quel 1520%. A quel punto inizia il martellamento nei confronti del malcapitato, sia che questi sia inconsapevole sia che invece abbia aperto volontariamente al momento del ricovero un conto con una delle carte revolving di cui si diceva. I debiti della sanità finiscono nello stesso calderone dei debiti accesi per comprarsi l'auto (curiosamente qui i finanziamenti sono più generosi e i tassi si mantengono sul 78%), lo stereo, il frigorifero, la motofalciatrice. Così, in questo balletto di crediti, miliardi e tassi d'interesse stellari, nascono, proprio come per i mutui subprime, i famosi pacchetti “strutturati” che s’incanalano nei mille rivoli della finanza globale.

Attonite di fronte al dilagare della crisi debitoria, le autorità federali, dal presidente Bush alla Federal Reserve, stanno concordando con le grandi banche le misure d'intervento. Già se ne parlava al momento dei subprime, e se n'è tornato a parlare con maggior urgenza in questi giorni, ma è quasi pronto un primo fondo misto banche amministrazione di almeno 100 miliardi di dollari per tamponare le perdite. Poi le stesse autorità hanno avviato una partita ancora più delicata: l'opera di convincimento (e di aiuto concreto) perché proprio le stesse grandi banche rilevino le finanziarie più azzardose e più esposte. L'ha fatto la settimana scorsa la Hsbc rilevando la Cullinan Finance, che ha 37 miliardi di crediti strutturati a rischio, l'ha fatto la BankAmerica con la vacillante Countrywide per ben 2 miliardi. E sicuramente si andrà avanti per questa strada. A meno che non siano esse stesse, le grandi banche, a fallire.

6 ottobre 2008 · Ornella De Bellis

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Stai leggendo Tranquilli: non è un altro 29, sarà molto peggio! La bomba credit card è in arrivo... Autore Ornella De Bellis Articolo pubblicato il giorno 6 ottobre 2008 Ultima modifica effettuata il giorno 22 gennaio 2017 Classificato nella categoria attualità e riflessioni del sito la comunità dei debitori e dei consumatori italiani.

Commenti e domande

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  • Marco Mairate 5 novembre 2008 at 17:55

    Si ampliano le perdite legate al settore delle carte di credito. Quello che molti ormai definiscono come il prossimo ‘tsunami’ finanziario è costato a Citigroup 1,44 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre. La banca guidata da Vikram Pandit, infatti, ha perso una cifra considerevole sulle emissioni obbligazionarie costruite sui debiti delle carte di credito, un mercato da 500 miliardi di dollari.

    Un meccanismo molto simile a quello dei mutui subprime, dove milioni di mutui ad alto rischio venivano impacchettati insieme a mutui sani e poi rivenduti sul mercato sotto una nuova etichetta, magari tripla A.

    Ma sembra che anche per il debito delle carte di credito la storia sia molto simile. Strumento utilizzatissimo dai cittadini americani, le carte di credito sono diventate nel corso degli anni ben più di un strumento di pagamento, ma un modo per prendere soldi a prestito e ripagarli a rate (con tassi salatissimi).
    Succede così che un cittadino qualunque decide di richiedere più carte di credito, magari da istituti diversi, così da avere maggior capacità di spesa ed ‘eludere’ i massimali della singola carta. Gli analisti si aspettano un peggioramento di questo business anche nel 2009, anno in cui il tasso di delinquency dovrebbe arrivare a punte storiche.

    Citigroup così è solo uno dei primi gruppi ad uscire allo scoperto. Nel trimestre luglio-settembre, il gruppo ha detto di aver incassato 169 milioni di dollari dalla vendita di obbligazioni garantite dal debito contratto con le carte di credito generato nel terzo trimestre dello scorso anno. Sempre nello stesso trimestre, però, la seconda banca commerciale Usa ha perso 902 milioni di dollari dall’attività carte di credito contro 1,44 miliardi di dollari di utili dello stesso periodo del 2007. I ricavi della divisione sono calati del 40% a 3,79 miliardi di dollari.

    Secondo l’agenzia di rating Standard & Poors il settore delle carte di credito ha subito un brusco rallentamento negli ultimi tre mesi. Il cosidetto indicatore charge-off è passato dallo 0,4% dello scorso luglio all’attuale livello di 6,5%. I pagamenti, in ritardo di più di 30 giorni, passano dallo 0,4% al 4,5%.

    Secondo gli analisti Kelly Luo e Ildiko Szilank, sempre più clienti stanno avendo grosse difficoltà a rientrare nelle loro spese: la crisi economica e l’aumento della disoccupazione infatti non fanno che esacerbare questo stato di cose. Il Conference Board’s Employment Trends Index è sceso a 108,4 a settembre, il livello più basso degli ultimi 4 anni. Il credito al consumo è calato di 7,9 miliardi di dollari in agosto a 2,58 trilioni, il più ampio calo mai registrato secondo la Federal Reserve.

  • Riccardo Designori 4 novembre 2008 at 22:56

    Dopo i subprime si addensano le nubi sulle carte di credito

    Fino a oggi è stata solo una preoccupazione che ha attanagliato gli addetti ai lavori, ma con le parole del presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Junker, i problemi legati alle carte di credito diventano sempre più concreti. All’orizzonte, dopo la bolla dei subprime, sembra dunque esserci quella del denaro di plastica. In un’audizione al Parlamento europeo, Junker ha dichiarato che “dobbiamo prendere molto seriamente questo rischio, specialmente negli Stati Uniti”. La vicenda è molto delicata se si pensa alle cifre in gioco. Negli Usa ogni cittadino ha mediamente 8.200 dollari di debiti accumulati con questo strumento.

    Per quanto concerne l’Italia la situazione dovrebbe essere migliore. A sostenere questa tesi arriva anche il commento del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, secondo cui “l’impatto di una eventuale crisi specifica nel settore delle carte di credito, secondo le autorità italiane, non sarà consistente”. Oltre al minor utilizzo vi sono da considerare le diversità tecniche di utilizzo di questi strumenti. Mentre in Italia sono maggiormente diffuse le carte che vengono saldate ogni mese per le spese sostenute nei trenta giorni precedenti, in America sono di gran lunga più popolari le carte cosiddette revolving. Queste ultime, in buona sostanza, corrispondono all’erogazione di una linea di credito che prevede un meccanismo di rientro molto diluito nel tempo. In cambio le società che emettono le carte fissano tassi di interesse molto elevati.

    L’eventuale scoppio strutturale di questo strumento sarebbe peraltro la diretta conseguenza della crisi di liquidità che sta attanagliando la finanza mondiale. Nella fattispecie, secondo le statistiche diffuse dalla Fed, le banche statunitensi stanno stringendo i rubinetti del credito in seguito all’outlook economico incerto. Gli istituti hanno posto vincoli più elevati sia sul fronte delle carte di credito sia su quello dei prestiti ai consumatori. A riprova di questo, i tassi d’interesse richiesti sulle passività sono passati da un soglia media compresa tra il 6-8% all’attuale 24-26%.

    Secondo quanto riportato dalla stampa a stelle e strisce nei giorni scorsi i finanziatori del sistema del consumo a credito statunitense avrebbero già registrato svalutazioni da 21 miliardi di dollari relative al primo semestre 2008. Inoltre, si potrebbero perdere nel settore ulteriori 55 miliardi di dollari nel corso del prossimo anno e mezzo a causa del licenziamento di decine di migliaia di lavoratori e delle conseguenti insolvenze.

    Tra i big del credito, a rischiare maggiormente sarebbe Bank of America. La prima banca commerciale americana ha registrato una perdita nella propria divisione delle carte di credito, per la prima volta dal 2006, a causa delle numerose insolvenze dovute alla crisi finanziaria. La divisione carte di credito, nel solo terzo trimestre, ha perso 373 milioni di dollari contro un utile di 1,04 miliardi nello stesso periodo del 2007. Il 47% del calo dell’utile operativo è stato imputato a insolvenze sulle carte di credito e sui mutui ipotecari.

    E la preoccupazione viene espressa anche da Moody’s. Per l’agenzia di rating gli emittenti di carte di credito si trovano di fronte ad un periodo “eccezionalmente difficile” a causa del forte rialzo della disoccupazione, che sta limitando la capacità di molti americani di pagare le rate mensili. Quello che è certo è che da questa bufera finanziaria lo stile di vita americano uscirà profondamente modificato, nel bene e nel male. Con buona pace di tutti.

  • c0cc0bill 4 novembre 2008 at 13:38

    Esiste il rischio che anche per le carte di credito “possa scoppiare una bolla” speculativa. Lo ha detto il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, in un’audizione al Parlamento europeo. “Penso che dobbiamo prendere molto seriamente questo rischio, specialmente negli Stati Uniti”, ha sottolineato Juncker.

  • APCOM 30 ottobre 2008 at 06:38

    Dopo la crisi dei mutui gli Stati Uniti si preparano ad affrontare un’altra crisi, potenzialmente altrettanto devastante, quella delle carte di credito. Dopo anni in cui ai consumatori americani sono state concesse estesissime linee di credito e offerte promozionali, gli istituti stanno chiudendo i rubinetti, proprio in un momento in cui il rallentamento economico ha un pesante impatto sulle spese per consumi.

    Gli effetti saranno evidenti probabilmente nella prossima stagione natalizia. Secondo un recente sondaggio condotto dalla società di consulenza Bdo Seidman, i direttori commerciali di 100 società di grande distribuzione americane con giri d’affari superiori ai 100 milioni di dollari prevedono un calo del fatturato del 2,7% nei mesi di novembre e dicembre, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il 39% dei negozianti prevede un calo del giro d’affari, mentre solo il 20% confida in un incremento rispetto all’anno scorso. Nel 2007, nella stessa rilevazione, i pessimisti erano appena il 5% del totale.

    Quello che è preoccupante è che il cambio di rotta degli istituti di credito riguarda anche i consumatori con alto merito creditizio. Grandi istituti di credito come Bank of America o Citigroup hanno cominciato ad applicare standard di credito più restrittivi per emettere nuove carte e stanno operando un cernita dei propri clienti considerati a rischio. Il problema è che le banche rischiano di attraversare un altro periodo di pesantissime perdite e svalutazioni di asset, un colpo per i bilanci già duramente afflitti dalla crisi dei mutui.

    Gli istituti di credito hanno già svalutato circa 21 miliardi di dollari in asset illiquidi legati alle carte di credito nella prima metà del 2008. Inoltre, con le aziende in procinto di licenziare migliaia di dipendenti per la crisi economica, gli analisti prevedono che il settore delle carte di credito perderà almeno altri 55 miliardi di dollari nel prossimo anno e mezzo.

    Attualmente, le perdite ammontano al 5,5% del debito complessivo delle carte di credito, e potrebbero sorpassare presto il 7,9% raggiunto dopo l’esplosione della bolla tecnologica nel 2001. “Se la disoccupazione continua ad aumentare, gli storni su carte di credito potranno superare quello che è storicamente normale”, ha detto Gary L.Crittenden, direttore finanziario di Citigroup.

    Il clima è difficile e gli istituti di credito non fanno sconti a nessuno: respingono i consumatori già in debito e tagliano i limiti di credito a chi già possiede una carta, specialmente ai consumatori che vivono in aree colpite dalla crisi immobiliare o che lavorano in settori in difficoltà. In alcuni casi sembra che vengano applicate restrizioni anche a chi effettua acquisti per esempio negli stessi negozi in cui fanno spese clienti considerati a rischio.

  • Francesco Zambon 29 ottobre 2008 at 13:05

    La scorsa settimana Innovest Avisors ha pubblicato un rapporto circa il possibile impatto delle carte di credito sulla finanza e sull’economia Americana.

    A partire dagli anni ’90, la domanda USA è stata alimentata da un utilizzo massiccio delle carte di credito. Visa, American Express e JP Morgan hanno costruito un grandissimo business e hanno alimentato la spese di tutte le famiglie americane. Il ricorso al debito negli Stati Uniti è molto più diffuso che nel Vecchio Continente. Così pure i meccanismi delle carte di credito sono più complessi e sofisticati.

    Le carte che vengono saldate ogni mese per le spese sostenute nel mese precedente sono poco diffuse. Infatti sono di gran lunga più popolari le carte cosiddette revolving. Quest’ultime in buona sostanza corrispondono all’erogazione di una linea di credito che prevede un meccanismo di rientro molto diluito nel tempo. In cambio le società che emettono le carte, fissano tassi di interesse altissimi che sfiorano il 19%.

    Le stesse società emittenti inoltre, non effettuano una meticolosa selezione della clientela. Anzi concedono le carte revolving pure a soggetti non in grado di offrire adeguate garanzie o che hanno un rating pessimo. Avviene persino che alcuni famiglie rifinanzino una carta di credito ricorrendo all’emissione di una nuova e ulteriore carta per coprire il debito contratto in precedenza. Oppure operino una rivalutazione dell’immobile su cui grava un mutuo ed effettuino una compensazione con parte dell’ammontare dovuto per le carte revolving.

    In analogia a quanto è avvenuto per i mutui subprime, le società emittenti lucrano sulla propria esposizione verso i clienti: il tasso di interesse applicato è tanto più alto quanto lo è il rischio.

    Paradossalmente alle emittenti conviene che i soggetti non estinguano il proprio debito. E’ più redditizio un cliente che dilaziona nel tempo il proprio debito o richiede nuove linee di credito perché gli si potrà applicare un tasso di interesse sempre maggiore. Di conseguenza le stesse emittenti hanno creato un circuito in cui milioni di famiglie sono dipendenti in modo crescente dal debito da cui non possono prescindere per soddisfare le proprie necessità.

    Robert Magging docente e ricercatore presso “Il Centro per gli Utenti di Servizi Finanziari” del Rochester Institute of Technology, si è interessato trai primi al fenomeno. Afferma che nel 1990 il debito delle famiglie americane era di 4 mila miliardi di dollari. Oggi raggiunge la soglia dei 13 mila miliardi. In particolare Magging sottolinea che il debito delle famigli per carte di credito revolving oggi ammonta a 950 miliardi di dollari a fronte dei 239 miliardi dei primi anni ’90.

    Magging osserva che tali stime sono approssimative. Poichè i dati non includono i debiti rifinanziati mediante la rivalutazione degli immobili che potrebbero aggirarsi intorno ai 350 miliardi di dollari.

    Milioni di famiglie dipendono quindi dalla rivalutazione dell’immobile per sostenere le proprie spese domestiche.

    Pertanto la crisi dei subprime morgage che ha fatto crollare il valore degli immobili, impedisce a molte famiglie di accedere a quella liquidità con cui prima del credit crunch rifinanziavano i debiti delle carte di credito. Milioni di americani rischiano di divenire insolventi. E di non sostenere più la domanda dei consumi, determinando un netto rallentamento dell’economia e conseguenti perdite di posti di lavoro.

    Ma non basta. Le società emittenti hanno ricavato liquidità per alimentare i crediti revolving cartolarizzando enormi masse di debito dei propri clienti. Hanno immesso sul mercato dei capitali titoli cartolari per 365 miliardi di dollari di cui hedge fund e fondi pensione sono stati imbottiti.

    Se le stime sono corrette, si sta per abbattere sui mercati una nuova bolla. Con la differenza che i subprime hanno come collateral beni solidi e tangibili come le case su cui ci si può rivalere. Mentre le cartolarizzazioni derivanti dal meccanismo delle carte di credito non forniscono nulla di solido su cui rivalersi.

    Purtroppo, il Piano Paulson non contempla alcun intervento a sostegno delle carte dei credito e delle relative cartolarizzazioni. I 700 miliardi devono essere già impiegati per fare ripartire il mercato dei commercial papers derivanti dai subpirme morgage.

    Eppure il default delle carte di credito non può essere sottovaluto. Il fenomeno impatta ulteriormente sulla finanza globale. E rischia di mettere in ginocchio l’economia americana. Con il coinvolgimento delle altre economie collegate agli USA, inclusa quella Italiana.

  • New York Times 29 ottobre 2008 at 13:10

    Crisi mutui: ora scoppia bolla credit card (Nyt)

    “Prima c’è stata la crisi dei mutui, adesso arriva la crisi delle carte di credito”. Il New York Times lancia l’allarme sulla prossima bolla che potrebbe scoppiare sui mercati finanziari, travolgendo nuovamente le Borse e colpendo duramente banche e società specializzate: la bolla delle carte di credito.

    “Dopo aver inondato per anni gli americani – scrive il quotidiano Usa – con offerte di carte di credito e linee di credito senza limiti, banche e società specializzate stanno tagliando drasticamente entrambi”.

    Nel primo semestre 2008, spiega il Nyt, le società che offrono carte di credito hanno svalutato crediti a rischio per 21 miliardi di dollari, “perché molti clienti non riescono più a pagare i debiti. E con le società che licenziano decine di migliaia di lavoratori, secondo gli analisti il settore si aspetta perdite per altri 55 miliardi nel prossimo anno e mezzo”. Al momento “le perdite totali ammontano al 5,5% del debito delle carte di credito, ma potrebbero superare il livello del 7,9% raggiunto nel 2001 dopo lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici”.

    Le grandi società specializzate – American Express, Bank of America, Citigroup – “hanno cominciato a irrigidire i requisiti per le nuove richieste e stanno escludendo i clienti più a rischio. Ad esempio Capital One, un altro big del settore, nel secondo trimestre dell’anno ha ridotto le linee di credito ai clienti del 4,5%”. Inoltre, “Visa, Mastercard e altre compagnie specializzate stanno correndo ai ripari per arginare le perdite e, nel frattempo, stanno scomparendo le opzioni che prima i clienti avevano facilmente a disposizione per ripagare i debiti, come la rivalutazione della casa comprata col mutuo o l’acquisto di una nuova carta di credito”.

  • Enrico Pedemonte e Paolo Pontoniere 22 ottobre 2008 at 13:33

    Se scoppia la bomba card …

    Diecimila dollari è il debito che ogni famiglia americana ha accumulato usando le carte di credito. Ora che le banche alzano gli interessi e rivogliono i soldi, un modello di vita cambierà.

    Immaginate di ricevere una lettera dalla banca che vi comunica un aumento del tasso di interesse sul vostro debito dall’8 al 26 per cento. Con poche righe di spiegazione: “Caro cliente, a causa del cambiamento delle condizioni del mercato…”. Negli Stati Uniti sta accadendo ai clienti di molte società di carte di credito americane, per esempio quelli di Adventa, che ha portato i tassi di interesse a livelli mai raggiunti prima.

    Così, dopo la bolla dei mutui subprime, sta per esplodere quella delle carte di credito. Un’altra anomalia americana destinata ad andare in pezzi in questo clima da resa dei conti dove tutti i nodi di una finanza senza regole stanno venendo al pettine. Alla fine del 2007, ogni famiglia americana aveva verso le carte di credito un debito medio di 9.840 dollari, in crescita continua da anni. Il debito complessivo supera ormai i 2.400 miliardi di dollari, una somma enorme che rischia di sommergere le grandi banche che emettono le carte, in prima fila Bank of America, J. P. Morgan Chase, Citigroup. Mentre Visa, American Express e MasterCard hanno visto il loro valore in Borsa dimezzato negli ultimi tre mesi. Gli esperti già prevedono nuovi stanziamenti del ministero del Tesoro per coprire i buchi che potrebbero trascinare diverse banche nel vortice della bancarotta.

    Non si tratterà di semplici salvataggi finanziari. In una società dove il consumatore ha in media quattro carte di credito in tasca (ma uno su dieci ne ha una dozzina) i cambiamenti in corso rappresentano la crisi di uno stile di vita che ha dominato la scena fin dalla fine degli anni Settanta. Negli ultimi decenni la crescita dell’economia americana è stata basata su tre capisaldi: il petrolio a basso costo, il credito facile per acquistare la casa e la possibilità di ottenere un numero crescente di carte di credito su cui poter frazionare i propri debiti. Queste tre cose si tenevano insieme l’una con l’altra. Gli americani compravano case sovradimensionate – soprannominate McMansion – spesso in lontani sobborghi, e riuscivano a pagare i mutui, all’inizio molto vantaggiosi, usando due leve: da una parte aumentavano il proprio debito sulle carte di credito, dall’altra rifinanziavano il debito grazie alla continua crescita del valore delle case. Ma improvvisamente tutti e tre i pilastri di quel castello sono crollati in una drammatica sequenza.

    Prima è arrivato l’aumento del prezzo del petrolio a rendere le McMansion sempre più dispendiose: improvvisamente milioni di famiglie non riescono più a pagare le bollette. Poi l’esplosione della bolla dei mutui subprime ha fatto precipitare il prezzo delle case, mandando molte famiglie in bancarotta. Ora è la volta delle carte di credito: un numero crescente di americani non è più in grado di pagare un debito che per oltre due milioni di famiglie supera i 20 mila dollari. Secondo la Federal Reserve, solo negli ultimi tre mesi il 37 per cento delle banche ha alzato gli interessi dal 6-10 per cento al 24-26 per cento, un tasso da strozzinaggio. Il risultato è che il 60 per cento delle famiglie americane non riesce a saldare il conto della carta di credito a fine mese e continua a spendere più di quello che guadagna. Si tratta di una bomba che sta ormai per esplodere.

    Innovest Strategic Value Advisors, una società di ricerca, sostiene che per le banche le perdite delle carte sui crediti inesigibili ammontavano nel 2007 a 22,6 miliardi di dollari e, alla fine di quest’anno, arriveranno a 41,5 miliardi. Già nel marzo 2008 il numero di privati che hanno dichiarato bancarotta era cresciuto a 871 mila, il 36 per cento in più rispetto all’anno precedente. Ma ci sono segnali che la situazione stia peggiorando ancora. E questo – secondo la American Bankers Association – spinge due terzi delle banche a ridurre le linee di credito ai clienti visto il deteriorarsi della situazione economica di milioni di famiglie. È l’economia basata sulla plastica che si sta sgonfiando.

    Gary McBride, analista di Bankrate.com, prevede che sui consumatori si stia per abbattere una raffica di protesti di dimensioni storiche da parte delle carte di credito: “Si tratta di un debito di oltre un migliaio di miliardi di dollari destinato a compromettere ulteriormente la precaria situazione di istituti come Bank of America, Capital One e di altri, come Providian e Washington Mutual, che sono stati recentemente assorbiti da JP Morgan e Wells Fargo”. Dean Baker, esperto del Center for Economic and Policy Research, è ancora più pessimista: “Prevedo un’ondata di fallimenti bancari che aggraverà l’economia internazionale. Il crac delle carte di credito rischia di avere pesanti conseguenze sulla Bank of America. E molte piccole banche finiranno in bancarotta”.

  • c0cc0bill 21 ottobre 2008 at 20:54

    Crisi mutui: Bank of America perde 373 mln su carte credito
    Bank of America, la prima banca commerciale americana, per la prima volta dal 2006 ha registrato una perdita nella propria divisione delle carte di credito, a causa delle numerose insolvenze dovute alla crisi finanziaria.
    Pubblicità

    La divisione carte di credito ha perso 373 milioni di dollari nel terzo trimestre, contro un utile di 1,04 miliardi nello stesso periodo del 2007. Il 47% del calo dell’utile operativo – scrive l’agenzia Bloomberg citando documentazione pubblicata su richiesta delle autorità finanziarie – è da imputare a insolvenze sulle carte di credito e sui mutui ipotecari.

    I dettagli relativi al solo business delle carte di credito giungono a due settimane dalla pubblicazione del bilancio del gruppo Bank of America, che ha registrato un utile in calo del 68% nel terzo trimestre. Secondo Moody’s gli emittenti di carte di credito si trovano di fronte ad un periodo “eccezionalmente difficile” a causa del forte rialzo della disoccupazione, che sta limitando la capacità di molti americani di pagare le rate mensili.

  • Eugenio Occorsio 20 ottobre 2008 at 15:00

    Credit card, la prossima bolla

    Le cifre sono ancora una volta sconcertanti: l’esposizione creditizia in mano alle banche americane connessa con le carte di credito (o i debiti che gravano sui cittadini a seconda del lato da cui si guarda), ha raggiunto i 950 miliardi di dollari. E’ più del sofferto e controverso piano Paulson, dal quale peraltro è esclusa. E questi crediti, «quasi tutti sono tossici», sentenzia un rapporto della Innovest Advisors. Per ora, le cifre ufficiali parlano di 41 miliardi di crediti in sofferenza, cifra che salirà a 96 nel 2009. Ma secondo gli esperti delle stesse banche, i numeri cresceranno in modo esponenziale. Il problema è che come al solito questi crediti sono stati cartolarizzati, e ci sono in circolazione 365 miliardi di dollari di titoli “appoggiati” su di essi, diffusi a pioggia dalle banche negli hedge fund e nei fondi pensione. Si ricomincia. La prossima bolla, dopo le case, i mutui e le azioni, è pronta a scoppiare: quella delle carte di credito. Con un’aggravante: almeno i titoli basati sui mutui, quei 1.300 o più miliardi di dollari che usano i subprime come collateral, hanno qualcosa di solido su cui rifarsi, le case. Quelli basati sulle carte di credito, niente. Per trovare qualcuno che se li compri, i tassi su questi titoli sono alle stelle e ciò malgrado il mercato secondario è paralizzato.

    Quella delle carte di credito è una storia tutta americana, anzi la più americana di tutte. Il mutuocasa esiste in tutto il mondo, ma nulla è comparabile alla diffusione negli Stati Uniti delle card, usate anche per prendersi un caffè o comprare il giornale. Le catene di negozi e grandi magazzini fanno a gara per proporre ai clienti “denaro di plastica” per incentivarli a spendere. Le banche fino all’altro giorno non guardavano tanto per il sottile e aprivano generose e illimitate linee di credito a chiunque ne facesse richiesta, e anzi spingevano i clienti a farlo, anche con campagne serrate con Internet e l’email delle quali non c’è più traccia. Business Week ha raccolto le testimonianze di molti addetti ai callcenter che hanno ammesso che il loro lavoro era espressamente quello di stabilire un rapporto di fiducia con il cliente per potergli infine raccomandare caldamente di usare di più la carta, spesso senza alcun plafond.
    Il risultato è che giovedì scorso la JP Morgan (una banca che ha il 20% del proprio fatturato in questo business) ha comunicato che il numero delle sue carte di credito in default è aumentato del 45% nel terzo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, e questo tasso di fallimenti è in accelerazione. Per ora la banca stima che il 7% dei suoi crediti per le card (totale attuale 155,4 miliardi di dollari) andrà perso e derubricato l’anno prossimo. Ma gli stessi dirigenti ammettono off records che è una stima molto prudenziale. Negli stessi giorni la Bank of America ha reso noto che 3 dei suoi 184 miliardi di creditcard portfolio si sono volatilizzati. L’anno scorso in rapporto erano la metà.
    E stiamo parlando di grandi banche: ci sono decine di finanziarie, come la Discover (47 miliardi di crediti in carte) il cui business è totalmente dipendente da questo settore (97,8% in questo caso), che ora stanno tremando. L’American Express, la maggiore delle società specializzate, ha raddoppiato i fondi accantonati per far fronte alle perdite, da 810 milioni a 1,5 miliardi di dollari, e ha reso noto di aver avviato una revisione su larga scala delle procedure di apertura di posizioni, con una diffusa riduzione. La Visa, altro colosso che fu tra i primi a sperimentare le tecniche del revolving credit quando nato da una costola della BankAmerica nel 1958 cercava spazio in California, sta ora tentando di diversificarsi territorialmente visto che il 75% dei suoi profitti (1,2 miliardi di dollari) viene dagli Usa, il mercato più a rischio. Ma la situazione in America è pericolosa per tutti, operatori e clienti (che oltretutto in questo caso non hanno nessuna assicurazione). Come ha documentato la settimana scorsa la Federal Reserve, il 65% delle istituzioni finanziarie ha irrigidito gli standard per le aperture di credito: un anno fa la quota era del 5. La Fed ha anche reso noto che il numero dei crediti in sofferenza sulle carte è schizzato del 54% nel secondo trimestre del 2008 rispetto allo stesso periodo del 2007.
    Com’è comprensibile, l’allarme è scattato, probabilmente in ritardo. Il numero di nuove carte emesse, dopo anni di crescita a due e anche tre cifre, sta precipitosamente franando. Con una serie di risultati a catena. Intanto, l’abitudine degli americani di aprirsi una nuova carta di credito per pagarsi i debiti dei conti di quella vecchia, è sparita: i tassi richiesti sono tali da scoraggiare qualsiasi borrower, cioè chi ha bisogno di soldi. Le banche, in tempi di credit crunch, si tengono stretto il denaro e fanno pagare caro quello che prestano soprattutto ai clienti singoli. La possibilità di avere un refinancing sul mutuocasa, in pratica i soldi cash erogati a fronte della rivalutazione dell’immobile (che era il metodo tradizionale degli americani di ripagare i debiti sui conti delle carte di credito) è di questi tempi ovviamente scomparsa. Conseguenza di tutto questo, ça va sans dire, è che i consumi hanno ricevuto un ennesimo scossone: senza il denaro di plastica, nessuno ha più soldi da spendere: in America il tasso di risparmio è ampiamente negativo e i debiti dei privati hanno superato il 100% del Pil (il debito pubblico, per la cronaca, dopo il piano Paulson si avvicinerà al 60, e quello estero è del 120). Secondo uno studio di Capital One, una finanziaria essa stessa emettitrice di carte di credito, questo tipo di debiti degli americani è cresciuto del 75% negli ultimi dieci anni, nei quali gli stipendi sono rimasti sostanzialmente piatti.
    L’industria delle carte di credito in America è assai diversa da quella europea. Le carte sono essenzialmente di tre tipi: 1) carte di debito (tipo Bancomat) dove i soldi vengono ritirati immediatamente dal conto e la transazione avviene solo se c’è copertura; 2) carte di credito propriamente dette (in America di chiamano charge cards) che prevedono il pagamento a fine mese, sono soggette a massimale e costituiscono il modello più frequente in Europa; 3) carte revolving, che prevedono che a fine mese non si paga: è come l’accensione di una linea di credito presso la banca: viene fissato un tasso e poi col tempo si pagherà secondo un meccanismo di rateazione senza troppi limiti temporali.
    Quest’ultimo è lo schema adottato in America dall’85% dei clienti. Ed è la trappola, l’ennesima dell’industria del debito a stelle e strisce. Qualcuno ha cominciato a chiamarle revolver per la loro pericolosità. Lo scenario l’ha descritto efficacemente Robert Mannin, direttore del Center for Consumer Financial dell’università di Rochester, in due libri, Credit Card Nation e Living with Debt. Le banche non avevano nessun motivo per affinare gli strumenti di credit scoring, cioè di valutazione della solvibilità del cliente, avevano viceversa tutto l’interesse ad ampliare quanto più possibile questo metodo di finanziamento perché garantiva alti tassi (fino al 19%) e perché spesso il cliente aveva la risorsa del refinancing immobiliare per saldare i debiti. Le carte “classiche”, quelle prevalenti in Europa, a pagamento mensile e senza interessi, costano di più e sono snobbate dagli americani a favore delle carte revolving che generano una massa crescite di crediti: quest’ammontare è stato cartolarizzato in questi anni nel 70% dei casi. Ora tutto il meccanismo si è rotto e ha creato l’ennesima “bolla” di debiti/crediti in sospeso. In Europa per fortuna questo schema è quasi sconosciuto. Si segue parzialmente solo in Gran Bretagna, e in misura ancor minore in Turchia e Israele. Questo è il motivo per cui il business del denaro di plastica resta solido da questa parte dell’Atlantico. «Noi continuiamo a registrare tassi di sviluppo molto confortanti», conferma Gaetano Carboni, general manager dell’European Business Development di Mastercard dal suo ufficio di Bruxelles. «Le carte di credito e di debito sono sempre più utilizzate, e noi siamo sempre cresciuti negli ultimi anni a tassi ben superiori alle due cifre».
    Tornando all’America, c’è ancora un altro aspetto, forse il più inquietante di tutti. Dai fondi pensione privati, i cosiddetti 401k, che qui com’è noto costituiscono la totalità dei retirement plan, è possibile prendere “in prestito” una certa somma, anche consistente, da usare per “ricaricare” la carta di credito. La promessa è di reintegrarla al più presto, se non altro per tornare a usufruire delle agevolazioni fiscali dei 401k. Inutile dire che sempre più di questi soldi non sono mai tornati nel fondo. Anche in Italia esiste l’anticipo della liquidazione, ma è espressamente destinato all’acquisto di casa, quindi bene o male ad un investimento reale. In America invece i soldi vengono dati per qualsiasi spesa. L’importante è avere una carta di credito.

  • FTA Online News 20 ottobre 2008 at 10:02

    Gli Usa temono la bolla delle carte di credito

    Ancora cattivi segnali dall’economia statunitense. Un articolo pubblicato oggi da Repubblica ricorda che JP Morgan ha annunciato giovedì scorso che il numero delle proprie carte di credito in default è cresciuto del 45% nel terzo trimestre del 2008. Circa un quinto del fatturato del colosso Usa è legato a questo business e già per l’anno prossimo almeno il 7% dei crediti legati a questo business dovranno essere derubricati, anche se sembra che si tratti di una stima molto prudenziale. Si tratta comunque di un segnale molto negativo per il mercato Usa, anche perché in nessun altro Paese c’è una simile diffusione delle credit card e perché colossi come Visa, American Express, Discover, Citigroup e Bank of America potrebbero entrare in seria difficoltà se questo mercato fosse penalizzato da un calo dei consumi o da un aumento delle insolvenze. (GD)

  • Giorgio Resca Cacciari 16 ottobre 2008 at 13:24

    Il film ‘La tempesta perfetta’ si richiama a un evento realmente avvenuto e, fuori dalla vicenda umana raccontata, è affascinante la descrizione che il meteorologo dà della tempesta, del suo formarsi, un complesso di più perturbazioni tra loro in rotta di collisione; fino a definirla perfetta.
    La tempesta perfetta, oggi, è in via di formazione e prima che mostri la propria reale potenza passerà ancora del tempo. Il problema è che in epoca di tutto veloce e globalizzato il cittadino consumatore si aspetta che l’evento accada per l’ora di cena o al più per la mattina del giorno dopo. Non è cosi.

    I tempi delle vicende umane non sono calcolabili con equazione matematica, questo rende difficile il mestiere per economisti e studiosi di storia, che sono spessi derisi e inchiodati alla croce perché si pretende da loro la capacità di predizione tattica. Quello che possono offrire sono ‘visioni’ non databili ma non per questo errate.

    L’origine della tempesta. Come nel film, non siamo di fronte a un singolo evento, ma a più eventi; precisamente tre e tra loro collidenti. Il primo: il sole sorge a Oriente. Questa immagine è simbolica, ma rende bene il momento. L’Asia si è svegliata e le proprie dimensioni sono tali che ogni suo movimento ha ripercussioni economiche e politiche per la placida Europa e per la più dinamica America.

    Questa crescita quando è incominciata? Con uno slogan: “Le quattro modernizzazioni”, il tentativo (riuscito) di far decollare il gigante cinese aprendo al capitale straniero ma sotto uno stretto controllo politico. Il risultato fu la creazione di Zone economiche speciali, aree geografiche facenti da laboratorio e da rimorchiatori per l’economia dell’intera Cina.

    La Cina decise di diventare la fabbrica mondiale. L’altro gigante (l’India) seguì solo in parte questa strategia e optò per veicolare gli investimenti stranieri più sui servizi e le nuove tecnologie, informatiche in prima linea. E’ ovvio che quando due nazioni – che da sole pesano per la metà dell’intero valore demografico del pianeta – iniziano un tale processo, le dinamiche che si mettono in moto non sono più misurabili e tantomeno si possono arrestate con processi pacifici.

    Cina, India ma a seguire altre nazioni asiatiche si sono messe in moto e questo non è più un evento che gli occidentali sono né saranno in grado di pilotare e controllare. Possono e dovranno dialogare con questi governi, ma non più dare ordini e neppure condizionare le loro scelte. Questo deve essere capito, compreso e accettato, in modo particolare dai circoli conservatori americani; se così non fosse, nubi scuri sorgerebbero a Oriente, oltre al sole.

    Il secondo evento: la Russia è ritornata ed è arrabbiata. Il declino dell’Unione Sovietica iniziò con la convinzione da parte dei dirigenti moscoviti che il mondo fosse diviso in due e che Mosca ne controllasse una delle parti. Scelta errata; i sistemi sociali sono soggetti alla necessità della continua espansione e se questa si blocca è solo questione di tempo, ma la forza gravitazionale del sistema lo farà collassare su se stesso.

    L’Urss si confrontava con un mondo occidentale che non aveva rinunciato alla sua espansione economica e politica e l’incapacità di Gorbaciov di capire che l’economia veniva prima della libertà produsse la catastrofe. La lezione sovietica fu recepita al volo dalla Cina che ha percorso un’altra strada e adesso è candidata a diventare la prima nazione del secolo in corso.

    Comunque sia, la Russia, forte della sua storica capacità a reggere la sofferenza, si è ripresa. E’ presto per capire a cosa siamo di fronte. L’attuale Russia è uno strano organismo, una specie di Fenice; un po’ capitalista, un po’ socialista, un po’ autoritaria, un po’ democratica, insomma un po’ di tutto e su tutto il governo dell’unica organizzazione che funzionava nell’Urss: il Kgb.

    Forte della propria dimensione e delle proprie risorse energetiche, era solo questione di tempo per rivedere la Russia sulla scena mondiale da protagonista; e così e stato. Come spesso avviene nelle democrazie, i campanelli d’allarme suonano sempre in ritardo e spesso si fa finta di non sentirli, se ci si è resi colpevoli della sciagura che li ha fatti squillare. Infatti l’Occidente, anziché aiutare la Russia, non ha fatto altro che umiliarla e alimentare la depredazione dei suoi beni e valori, ma questo non poteva durare all’infinito; e così è stato.

    Ora con Mosca bisogna confrontarsi e la vicenda della Georgia ha ben tratteggiato il futuro delle relazioni. E’ solo l’inizio: Ucraina, Azerbajgian e Asia Centrale sono destinate a tornare sotto l’ombra, non della falce e martello, ma dell’aquila bifronte. Non sarà una nuova Urss, ma piuttosto una grande Confederazione tenuta assieme da gasdotti, oleodotti e dal comune poco sentire democratico delle élite politiche.

    Il terzo evento è il ‘bollire storico’ che governa il mondo arabo e – in minor parte – quello persiano. La questione arabo-persiana potrebbe non essere vitale, se proprio in quelle terre non fosse concentrata la maggior parte delle risorse energetiche petrolifere ora utilizzabili. L’assenza di una modernità laica nel pensiero arabo è un problema non piccolo da affrontare e questo modo non-laico di ragionare ha generato contraddizioni che stanno venendo al pettine. L’esempio principe è l’Arabia Saudita, vero centro di gravità planetario per motivi petroliferi, e non solo.

    Qui le contraddizioni sono evidenti e non sanabili, basta pensare che il pensiero islamico estremista trova proprio in Arabia la fonte di maggiore finanziamento, che ha permesso di creare quella vera e propria mina vagante che è il Pakistan islamico-nucleare, dove l’odio per l’Occidente si sposa con la Bomba ma senza – per ora – esplodere.

    La guerra irachena e l’afgana sono ben lungi dall’essere finite e anche se le perdite umane sono limitate per l’Occidente non è così per l’impegno finanziario e questo, anche se non detto chiaramente, incomincia a far sentire il proprio peso. Per le democrazie le guerre sono diventate dei ‘business plan’ che prevedono una data di chiusura; se questa non si vede, gli azionisti incominciano a diventare nervosi.

    Sino a ora i tre eventi (il sorgere dell’Asia, la rinascita della Russia, il bollire del Medio Oriente) hanno ruotato su loro stessi senza uscire dai propri assi. Fino a oggi. Su quali cardini sono incernierati questi assi di rotazione? Essenzialmente due. Il primo è la disponibilità delle risorse fisiche su cui si regge sia l’esistenza del singolo che delle nazioni. Il secondo – più subdolo – è la grande droga finanziaria che ha inondato il mercato americano (ma non solo) permettendo a famiglie, aziende e allo stesso Stato federale di vivere al di sopra dei propri mezzi, forte solo del fatto che il dollaro è ancora il centro di gravità su cui ruotano le transazioni commerciali.

    Ora, un cardine (quello finanziario) è saltato. Con esso anche i bilanci non solo delle banche, ma probabilmente quelli di molte industrie occidentali e sicuramente quelli pubblici, in particolare degli Stati Uniti e Gran Bretagna. A questo punto il solo cardine rimasto (la certezza energetica e alimentare) ha problemi di tenuta. Perché? In fin dei conti, la recessione dovrebbe ridurre i consumi (il prezzo del greggio conferma la teoria), perché il costo delle materie prime non è mai stato un problema geopolitico, ma la loro disponibilità sì.

    La disponibilità è concentrata in aree critiche: Caspio, Medio Oriente, Asia Centrale, Iran e Africa. La Cina e L’India, per non fermare le loro macchine produttive, incominceranno a pompare i consumi interni e questa azione avrà due conseguenze da ben valutare. La prima: le efficienze tecnologiche occidentali sono cose ancora esotiche per l’Asia e quindi a parità di lavoro meccanico fatto in Occidente, il consumo sarà almeno il doppio. La seconda: come se non bastasse, il consumo interno della Cina dovrà essere finanziato prelevando risorse finanziarie all’estero, quindi distogliendo gli investimenti nel debito federale americano; questo aumenterà lo stress finanziario che inizia a fare capolino in Occidente. Bisogna tener presente che le famiglie americane sono abituate a dare come garanzia bancaria due valori: la casa e i pacchetti azionari e obbligazionari.

    Avete capito bene. Con il crollo delle borse, attivato dal demone della troppa liquidità che ha cavalcato strumenti finanziari a dir poco complicati, il consumatore americano vedrà collassare, ancor prima del proprio reddito, le normali garanzie bancarie che sono alla base delle sue carte di credito. Ora s’innesterà l’effetto domino: le garanzie cesseranno e faranno ‘saltare’ le carte di credito. Queste ultime bloccheranno le vendite e senza queste salterà la produzione, negli Stati Uniti e all’estero. Tutto questo crollo aumenterà la fuga dei capitali cinesi richiamati in tutta fretta per finanziare il nascente e sterminato popolo consumatore cinese.

    Insomma, finchè gli Stati Uniti e l’Europa sono stati in grado di trainare i consumi mondiali, i ‘sistemi instabili’ (Russia, Asia e Medio Oriente) erano in stato d’equilibrio con l’Occidente. Le masse gravitazionali del pianeta avevano trovato un ‘modus vivendi’, forse non perfetto, ma sufficiente a non sbilanciare l’intero sistema. Ora, con il collasso della finanza privata, l’intero modello deregolamentato occidentale entra in affanno e – per ricaduta – libera energia che si riverbera su quei sistemi instabili, che tenderanno a reagire alle richieste interne.

    Errati gli interventi governativi occidentali: stampare carta moneta non farà altro che immettere altra droga valutaria nel sistema finanziario. Proprio come un drogato che si rende conto che l’eroina e la cocaina fanno male ma che non può più farne a meno, così è attualmente il modello di sviluppo occidentale: consumi non sorretti dal un corretto risparmio e ragionevole debito, ma una folle corsa al consumo senza controllo, basando il tutto sulle garanzie bancarie sotto forma non di beni fisici ma di azioni, obbligazioni e derivati. Tutta questa carta alimentata dalla produzione di altra carta: la moneta. Carta che giustifica carta. No, così non funziona proprio.

    Avremo in questo caso tre sistemi fisici (Medio Oriente, Asia e Russia) che entreranno in rapida rotazione (alla ricerca di nuovi equilibri proprio a causa del collasso occidentale) e collidenti con gli interessi geopolitici e strategici americani e britannici. La crisi si autofertilizzerà attingendo al continuo espandersi della crisi del sistema finanziario anglosassone che avrà, nei media globali, l’effetto turbocompressore.

    Un meccanismo infernale non cercato e neppure voluto, una tempesta perfetta proprio perché rispondente al principio di indeterminazione di Heisenberg.

  • Pompeo Locatelli 9 ottobre 2008 at 12:19

    Tutto il mondo è paese. Almeno visto dallo sportello bancario. Alla fine di settembre, proprio mentre il Congresso degli Stati Uniti era impegnato nell’esame a oltranza del piano di salvataggio per il sistema finanziario Usa, alla commissione competente del Senato arrivava una dura e dolente nota di protesta dell’American banker association, ovverosia l’Abi a stelle e strisce, che contestava come «dannosa per il sistema e, di riflesso, per i consumatori onesti» la riforma, già approvata alla Camera dei rappresentanti con una forte maggioranza (312-112) , della legge denominata in codice Hr5244 che prevede diverse modifiche ai rapporti tra emittenti di carte di credito e utenti.
    Che cosa contestano i poveri «banker»? In particolare, se la nuova normativa sarà approvata, gli emittenti non potranno più cambiare, senza preavviso, i tassi di interesse praticati alla clientela. Al contrario, sarà necessario un preavviso di 45 giorni. Inoltre, i conti andranno saldati entro 25 giorni dall’emissione contro gli attuali 14.
    Francamente non ho alcuna idea sulle conseguenze tecniche della riforma. Ma mi colpisce l’aspetto politico e psicologico della questione: mentre il Parlamento degli Stati Uniti discute in quali forme dirottare una cifra gigantesca (850 miliardi di dollari), pari al Pil dell’Olanda, dalle tasche dei contribuenti alle casse di banche che avevano prestato quattrini senza alcuna avvedutezza, badando solo a lucrare commissioni sempre più elevate al servizio di stipendi abnormi, gli stessi banchieri usano le loro non indifferenti lobby (le stesse che avevano intralciato la reazione a regole più stringenti sulla loro attività) per opporsi a un intervento in un’altra polveriera che minaccia il sistema: circa 50 milioni di famiglie americane, cito il New York Times, hanno in media un debito di 17 mila dollari con le credit card.
    Buon senso vorrebbe che fosse interesse anche delle banche disinnescare una mina forse più pericolosa degli stessi mutui «subprime». Perché tra i 50 milioni di possessori di carte di credito figurano senz’altro le vittime dei subprime, già alle prese con il sequestro della casa o la minaccia del licenziamento, che si fa palpabile oltreoceano. Non sarebbe meglio per tutti, banche comprese, venire incontro ai clienti in difficoltà? O meglio, prevenire le difficoltà? Evidentemente molte, troppe banche non hanno intenzione di rinunciare a cuor leggero a una fonte di extraprofitti, anche se in molti casi si tratta di profitti destinati a restare sulla carta, per colpa dell’insolvenza dei debitori. Se penso alla resistenza a oltranza, a casa nostra, sul fronte della commissione di massimo scoperto o di altre pratiche pur cassate dalla magistratura, non mi stupisco più di tanto. Ma non approvo.
    Tutto il mondo è paese, a giudicare dai comportamenti della classe politica. Il Congresso americano, a un mese dalla prova elettorale che, oltre alla scelta del nuovo presidente, riguarda una parte consistente del Parlamento, non se l’è sentita di dare l’ok, in prima lettura, al piano di Hank Paulson, il segretario al Tesoro in arrivo da Goldman Sachs. Certo, si tratta di una medicina amara per i contribuenti, cosa che non piace a sinistra. Ed è ancor più vero che mai, nella storia degli Usa, lo Stato federale ha avuto un peso analogo sull’economia, cosa che ha fatto insorgere la destra «neocon», populista e barricadiera, decisa a opporre la sana gestione dell’America che lavora ai banchieri di Wall Street.
    Ma, al di là delle critiche, tutti i commentatori, seppur a denti stretti, hanno dovuto ammettere che nel breve termine non esiste altra soluzione che non passi da una sorta di «Apocalisse finanziaria». Di qui nasce un amaro insegnamento: gli Usa, che fino a ieri hanno dato lezioni di efficienza tecnica nel momento del bisogno, si sono piegati (seppur temporaneamente) alla logica della «politica politicante». Intanto, i due candidati alla Casa Bianca hanno giocato allo scaricabarile: nessuno dei due si è assunto fino in fondo l’onere di sostenere il piano, ma nessuno l’ha rinnegato. Insomma, dalla logica di Pearl Harbor, evocata dal finanziere Warren Buffett per spiegare il suo ingresso in Goldman Sachs, a balletti tipo Alitalia. Ma la vacanza della ragione, almeno oltreoceano, è durata due giorni, non settimane, mesi o anni come alla Magliana. E così, dopo una revisione del progetto (bisogna pur giustificare la pausa di riflessione imposta da una provvidenziale festività ebraica…), è stato possibile riprendere il filo di un discorso all’insegna del senso dello Stato, in una cornice epocale.
    Non è il caso, intendiamoci, di mettere in discussione il capitalismo, bensì: i revisori che non rivedono proprio nulla; i consulenti d’impresa che hanno certificato modelli di business arrischiati ma redditizi per i manager, cioè quelli che pagano. E ancora: agenzie di rating che distribuiscono pagelle un tanto al chilo; consiglieri indipendenti che accettano silenti tutte le scelte dei consigli di amministrazione. E così via.
    Sarà necessario molto di più che un semplice colpo di scopa per rimettere ordine nel sistema. Ma di questo, come concordano anche i più critici, tipo Robert Shiller (quello che già denunciò l’«esuberanza irrazionale» della bolla delle dot.com), si parlerà dopo aver evitato il peggio. Ma di fronte ai rottami che galleggiano sul Pacifico, pardon a Wall Street, non è il caso di perdere tempo a far processi: si salva il salvabile, su cui ricostruire una volta evitato il peggio.
    La lezione americana serve anche a noi. È vero che il sistema bancario italiano ha retto meglio di altri, impropriamente considerati più «avanzati». Ma lo stesso, ahimè, non si può dire per le banche francesi, tedesche, inglesi o belghe. E non è affatto escluso che il contagio della grande crisi arrivi per quella via anche in Europa, come appare dai casi Fortis (Belgio, Lussemburgo e Olanda) Dexia (Belgio, Francia e Germania). E anche dall’Irlanda, che ha garantito i depositi per 400 miliardi di euro e per due anni. Inoltre, è prevedibile che la crisi dei principali clienti delle nostre piccole e medie imprese presto ci costringerà ad adottare misure straordinarie a difesa della nostra principale ricchezza, il lavoro. Per non dimenticare l’ennesima mazzata al risparmio, perché le conseguenze del default di Lehman Brothers (e di altri emittenti) minaccia di colpire molti risparmiatori che hanno sottoscritto prodotti a capitale protetto (ma da che?).
    Insomma, non facciamoci illusioni. Stavolta, magari, la colpa non sarà delle nostre banche o di nostri politici. Ma la mazzata può essere altrettanto grave. I rimedi? Fare la nostra parte in sede Unione europea e Banca centrale europea (l’Italia da sola può fare ben poco) ma giocare di squadra. Altrimenti, a poco servirà avere superato meglio degli altri i primi ostacoli: arriveremo ultimi comunque, in caso di crisi generale. E gli Usa ci rifileranno, dopo i subprime, anche i conti incagliati delle credit card altrui. Tutto il mondo non è paese.

  • Marco Savina e Rodolfo Visser 8 ottobre 2008 at 17:56

    l denaro ha assimilato e fatto proprio il profilo base degli organismi viventi. Cerca con grande impegno, sospinto da madre natura, la propria riproduzione. Le banche d’affari globalizzate sono schiave di vere e proprie tempeste dell’ormone speculativo del tutto simili a quelle adolescenziali umane, ognuna di esse vuole crescere e riprodursi a dismisura. Se per caso il territorio o le condizioni non sono adatte allora si creano le opportune premesse. Basta un mormorio e tutti si precipitano nel nuovo Eldorado.

    Il fiore sgargiante è sempre lo stesso, bastano i titoli dei giornali: boom dei tecnologici, del petrolio, delle abitazioni e così via. I prezzi saliranno ancora, il rialzo è appena cominciato e durerà per lunghi anni a venire.

    La quantità di denaro della finanza liberalizzata e globalizzata è enorme, molto maggiore del parco dei possibili clienti. Quando poi si concentra su di uno specifico settore diventa un uragano. Tutti i parametri ed i caveat del buon senso vengono travolti e sbriciolati. Una casa, due case, tre case, un mutuo, due mutui, tre mutui. Mancano i soldi? Non c’è problema, questa volta è diverso, perché esiste giustappunto una nuova formula di un Nobel dell’Università di Chicago. Ecco i soldi, basta una firmetta qui in basso. Rimborserai in comode rate ed in caso di necessità potrai sempre vendere, tanto la domanda è in aumento e di conseguenza anche i prezzi di mercato saliranno.

    Il meccanismo della bolla immobiliare è semplice. Chi presta sfrutta il proprio grande e rinomato nome per emettere obbligazioni, gradite anche alle banche centrali grazie ai favorevolissimi rating, con il fine di ottenere grandi quantità di denaro a tassi di interesse minimi. Il malloppo così raccolto viene spezzettato e riprestato a tassi maggiori ed il differenziale tassi rappresenta proprio il profitto lordo. Quindi in finale il “prestatore” appare immune dalle variazioni del mercato degli interessi. Aumenterà il tasso che deve pagare, ma parimenti aumenterà anche quello che riceverà.

    Fino a qui “business as usual”, tutto molto semplice.

    Ma non basta a placare gli appetiti. Sotto l’imperiosa spinta dell’ormone “greed”, ovvero l’avidità, si finanziano ricerche di nuove formule algoritmiche. Lo scopo è cartolarizzare il cospicuo pacco rate dei debitori, trasformarlo in prodotto sintetico ed in finale associarlo a meccanismi sofisticati di “risk free options”. Questo nuovo strumento solletica a sua volta la voracità di altre entità finanziarie, non solo degli hedge fund che “lavorano” volumi fino a quaranta volte i mezzi propri, ma anche talvolta delle Banche centrali. Il pacchetto viene parcellizzato e magicamente riappare la massa liquida. Resta solo un piccolo insignificante problema. Il prodotto è talmente sofisticato che non c’è più traccia del punto base, ossia debitori e beni sottostanti sono letteralmente spariti, volatilizzati.

    Sembra di vedere la versione finanziaria del cartone animato dell’apprendista stregone nel film “Fantasia” di Walt Disney. L’apprendista invece di spazzare il pavimento, sfoglia il libro degli incantesimi ed ordina alla spazzola e al secchio di lavorare da soli. Un errore nell’applicazione della formula fa si che spazzola e secchio raddoppino in continuazione fino a saturare di acqua e spuma l’antro del Mago.

    Tutto l’edificio a piramide rovesciata si appoggia sugli stessi tre punti: John Doe pagherà le prossime rate? I prezzi continueranno a salire? Ci saranno nuovi contagi da questa sorta di frenesia alimentare? Purtroppo nulla dura in eterno e rapido arriva il tempo della fuga, ma quando una enorme massa vuole uscire tutta insieme da una piccola porta, pochi scappano in tempo mentre i giganti restano inevitabilmente incastrati.

    L’aumento accelerato dei prezzi 2001 – 2006 tende asintoticamente all’infinito e solo degli ottusi non possono notare l’immane stangata in arrivo. Lo sprint finale parte proprio nel 2001. La borsa si è disintegrata? E via di corsa a buttarsi sugli immobili, come tanti squali martello. In USA si dice “ a free lunch does not exist”, non esistono pasti gratuiti visto che per l’appunto, una temporanea cecità da tempesta ormonale ha fatto dimenticare, forse a tutti, le più elementari pietre miliari del buon senso.

    Di chi è la colpa del disastro?

    La Federal Reserve ha aumentato i tassi nel 2008 i modo moderato.

    Non è quindi un problema dei tassi di interesse. Sono saliti ma non in forma dirompente come fu per le cartelle fondiarie Cariplo negli anni settanta.

    Allora sicuramente la colpa sta nella falsa sicurezza tipo “vanity fair” rispetto alle complesse formule di Black & Scholes.

    L’Università di Chicago è l’Alma Mater di venticinque premi Nobel per l’economia dal 1970 ad oggi. Samuelson, Friedman, Markowitz e Scholes tra gli altri, hanno perseguito la ricerca di modelli macroeconomici e di portafogli ottimali “risk free”. Non si diventa professori di economia a Chicago e non si ricevono premi Nobel inseguendo il moto perpetuo o riprendendo la strada degli alchimisti medioevali per scoprire la pietra filosofale del guadagno eterno, sicuro e senza rischi. Le pubblicazioni citano con chiarezza i limiti posti nelle condizioni al contorno del complesso sviluppo matematico. Il punto di principio indissolubile racconta che l’economia non è scienza cartesiana sperimentale, dato che i modelli non sono ripetibili e quindi verificabili in un qualunque laboratorio a identiche condizioni, perchè le basi statistiche e le elaborazioni stockastiche hanno limiti rigorosi. Primissimo ed antichissimo la classica citazione “il futuro è nel grembo di Giove ed agli umani non è dato sapere”. Precedenti negativi dimenticati? Il crack della LTCM, stesso modello stesso disastro. Ma questa volta è diverso! Perché ovviamente è molto più grosso.

    Il peccato ultimo appare quella della propensione al moral hazard. In tutti i paesi esiste qualche tipo di paracadute pubblico per tutelare i depositi dei clienti, strumento a fronte del quale il banchiere pensa assai meno al tipo di rischio che sta assumendo. Non controlla se i mezzi propri del suo istituto sono adeguati, ma pondera beatamente solo alle commissioni che incassa, al bonus di fine anno ed alle stock options che godranno certamente dei maggiori profitti esposti, I prestiti all’America Latina quando era già noto che non potevano essere pagati sono solo uno dei mille esempi.

    Ora scendono in campo i “lender of last resort” i prestatori dell’ultima spiaggia, ovvero le Banche Centrali ed i Governi. I guru come Warren Buffet e Li Ka Shing comprano pubblicamente, inaugurando la stagione del rinnovo della fiducia ed annunciando che esistono ancora organismi finanziari sani ed affidabili nel loro mestiere. Lunga e tuttora incompleta la lista dei salvataggi. Grandissima efficienza sia della FDIC (ente federale che assicura dal fallimento i depositi fino a centomila dollari) che dell’OTS (l’ufficio di supervisione dei depositi fiduciari), nel calmare le frenetiche corse al ritiro dei fondi. Il governo USA interviene su Fannie Mae e Freddie Mac che rappresentano metà dell’intero mercato dei mutui americani. Washigton Mutual, la maggiore cassa di risparmio degli USA va a carico di JP Morgan, mentre AIG la gigantesca assicurazione in mano al Governo e Wachovia finirà a Citigroup. In Europa Fortis si salva con l’intervento del governo Belga, ma siamo solo all’inizio.

    Lehman Brothers (la vecchia Shearson, Kuhn, Loeb) icona di Wall Street se ne va per sempre, Merrill Lynch si consegna a Bank of America ed i due supergiganti Goldman Sachs e Morgan Stanley abbandonano definitivamente l’arena chiedendo alla Federal Reserve la disponibilità ad approvare la domanda per trasformarsi in banche ordinarie. Finisce ingloriosamente l’epoca dei Merchant ed Investment Bankers. Wall Street non determinerà più modi e metodi della finanza mondiale. Speriamo che arrivi presto il tempo degli emuli di Muhammad Yunus e delle sue formule di microcredito, molto più utili al settantacinque per cento della popolazione mondiale che non se ne fa un bel nulla delle eleganti astrazioni dal fantastiliardo in su dei guru di Wall Street. Le formule dei Chicago boys sono state male interpretate e peggio applicate, anche se prossimamente e mutuando dal diritto si dirà “ignoratio formulae non excusat”.

    Intanto l’FBI è già al lavoro alla Fannie Mae e fra poco entrerà a dare un’occhiata (si fa per dire) da tutti i caduti sul campo di battaglia. Questa volta non è diverso. La prossima onda di tsunami alta come un grattacielo coinvolgerà le carte di credito e debito, sparse a pioggia a centinaia di milioni di persone ed erogate da “impeccabili” profittatrici istituzioni bancarie e finanziarie, la cui moltitudine di clienti visto come va il sistema, non potranno pagare le quote mensili degli acquisti eseguiti a piene mani. Come raccontava nel 1542 lo scrittore François Rabelais nel suo libro Gargantua e Pantagruel “pungi il diavolo e ti ungerà, ungilo e ti pungerà”. Più la politica e la economia pasticciano insieme e più l’inferno si avvicina. Doloroso e per tutti indistintamente.

  • Luigi Zingales 7 ottobre 2008 at 17:41

    La fine di Lehman Brothers «è il risultato di una politica di leva finanziaria molto aggressiva nel bel mezzo di una grave crisi». L’epicentro del terremoto? «Cattiva regolamentazione, mancanza di trasparenza e la compiacenza del mercato come prodotto di anni e anni di guadagni». Così Luigi Zingales, professore di Impresa e Finanza alla Graduate School of Business dell’Università di Chicago nell’intervento svolto lunedì alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti davanti al Committee on oversight and Government reform.

    Zingales ha sottileato che la guardia è stata abbassata anche per effetto di un prolungato periodo di crescita dei prezzi nel settore immobiliare e, contemporaneamente, di un ricorso esacerbato alle cartolarizzazioni basate su standard come minimo disinvolti. Nel caso di Lehman (e di altre banche d’investimenti), ha spiegato ancora Zingales, il disastro è stato il naturale esito di un modo consolidato di rincorrere la costruzione di prodotti finanziari strutturati basati su securities sempre più complesse e e premiate da rating tripla A che nel tempo hanno perso il contatto con la realtà.

    «In un clima generale di corsa ai rendimenti – ha detto ancora Zingales – i manager dei fondi sono andati avanti pur essendo consapevoli del rischio che si stavano prendendo. Convinti, oltretutto, che se lo shock fosse arrivato tutti i concorrenti avrebbero avuto lo stesso problema e che, con buona probabilità, il Governo sarebbe intervenuto». Ecco perché «la decisione del 19 settembre (da parte del Tesoro Usa, ndr) di garantire tutti i fondi monetari» ha finito «per avvalorare il gioco d’azzardo, distruggendo per sempre lo stimolo ai money manager di valutare con attenzione i rischi».

    Tornando a Lehman, poi, tutto questo è stato aggravato da altri due fattori: l’uso folle della leva e l’affidamento forte ai finanziamenti tramite debito a breve. «La banca guidata da Richard Fuld era arrivata a più di 30 a 1 sotto il profilo della leva finanziaria – ha ricordato Zingales – vale a dire che con un semplice calo del 3,3% nel valore degli asset la compagnia rischiava l’insolvenza»

  • Iperio 7 ottobre 2008 at 12:37

    fore è l’ora di tagliare i consumi?
    il vecchio proverbio ammoniva: Chi guadagna quattro e spende sette, non ha bisogno di borsette.
    Invece ci siamo fatti tentare da slogan idioti tipo chi più spende più guadagna.
    peccato fosse il titolo di un film comico, del 1985.
    ora siamo alla comica finale, ma saranno pochi a ridere… gli altri recitano la parte di Charlie Chaplin in tempi moderni

  • Pierpaolo Molinengo 6 ottobre 2008 at 16:06

    Sono sempre i debiti degli americani a creare preoccupazioni, e a colpire causando l’effetto domino. Questa volta nell’occhio del ciclone ci sono le carte di credito, che secondo alcuni osservatori diventeranno il prossimo settore finanziario ad essere colpito. Innovest StrategicValue Advisors, una società di ricerca americana, in un rapporto appena pubblicato ha appena affermato che le banche saranno costrette a svalutare ben $18.6 miliardi in conti di carte di credito insolventi nel primo trimestre del 2009 e $96 miliardi in tutto il 2009, piu’ del doppio rispetto alle stime relative al 2008.

    Secondo la ricerca nel 2007, i charge-off sono ammontati a $26.6 miliardi, mentre la stima per il 2008 arriva a $41.5 miliardi. Gli analisti di Innovest ritengono che si tratti di una cifra complessiva tale da poter creare danni non indifferenti ai bilanci delle maggiori società emittenti di carte di credito, e cioé Visa, MasterCard e American Express. Gregory Larkin, senior banking analyst di Innovest, ritiene che le svalutazioni del debito tossico sulle carte di credito per adesso stanno sfidando la gravità se il paragone viene fatto con quel che sta accadendo sul mercato dei mutui. Larkin ha aggiunto che se la storia è un indicatore da seguire ci sarà per le carte di credito un’impennata di insolvenze pari a quella che si è vista per i mutui, dove l’aumento è stato pari di otto volte.

  • Wall Street Italia (WSI) 6 ottobre 2008 at 15:28

    CARTE DI CREDITO: SARANNO LA PROSSIMA TEMPESTA

    I debiti degli americani sulle carte di credito sono sul punto di esplodere: saranno il prossimo uragano a colpire il gia’ fragile settore finanziario Usa. Quest’anno le insolvenze sono doppie rispetto al 2007. E l’anno prossimo…

    I debiti degli americani sulle carte di credito sono sul punto di esplodere e saranno il prossimo uragano a colpire il gia’ fragile settore finanziario degli Stati Uniti. Lo sostiene una societa’ di ricerca americana, Innovest StrategicValue Advisors, in un rapporto appena pubblicato. Le banche saranno costrette a svalutare ben $18.6 miliardi in conti di carte di credito insolventi nel primo trimestre del 2009 e $96 miliardi in tutto il 2009, piu’ del doppio rispetto alle stime relative al 2008.

    Per tutto il 2007, i “charge-off” sono ammontati a $26.6 miliardi, mentre la stima per quest’anno arriva a $41.5 miliardi. Da queste proiezioni, gli analisti di Innovest ritengono che si tratti di una cifra complessiva tale da poter creare danni non indifferenti ai bilanci delle maggiori societa’ emittenti di carte di credito, e cioe’ Visa, MasterCard e American Express.

    Le svalutazioni del debito “tossico” sulle carte di credito per adesso stanno “sfidando la gravita’” se il paragone viene fatto con quel che sta accadendo sul mercato dei mutui, secondo Gregory Larkin, senior banking analyst di Innovest. Ma questo scenario e’ destinato rapidamente a mutare. “Se la storia e’ un indicatore da seguire – spiega l’analista – ci sara’ per le carte di credito un’impennata di insolvenze pari a quella che si e’ vista per i mutui, dove l’aumento e’ stato pari di otto volte”.

  • Marianna Quatraro 6 ottobre 2008 at 15:17

    La crisi dei mutui americani sta producendo un effetto domino su ogni aspetto della vita economica mondiale. Questa volta nell’occhio del ciclone ci sono le carte di credito, che secondo alcuni osservatori diventeranno il prossimo settore finanziario ad essere colpito.

    Innovest StrategicValue Advisors, una società di ricerca americana, in un rapporto appena pubblicato ha appena affermato che le banche saranno costrette a svalutare ben 18.6 miliardi in conti di carte di credito insolventi nel primo trimestre del 2009 e 96 miliardi in tutto il 2009, più del doppio rispetto alle stime relative al 2008.

    Secondo la ricerca nel 2007, i charge-off sono ammontati a 26.6 miliardi, mentre la stima per il 2008 arriva a 41.5 miliardi. Gli analisti di Innovest ritengono che si tratti di una cifra complessiva tale da poter creare danni non indifferenti ai bilanci delle maggiori società emittenti di carte di credito, e cioè ad essere colpite saranno Visa, MasterCard e American Express.

    Le svalutazioni del debito sulle carte di credito per adesso stanno sfidando la bufera che sembra all’orizzonte, se il paragone viene fatto con quel che sta accadendo sul mercato dei mutui, secondo Gregory Larkin, senior banking analyst di Innovest. Ma questo scenario è destinato rapidamente a mutare.

  • Valerio Mazza 6 ottobre 2008 at 15:09

    Mutui subprime: le parole della crisi

    ABS CDO Le cartolarizzazioni dei mutui residenziali (anche subprime) sono state ricartolarizzate nelle strutture dei CDO, che consistono a loro volta in emissioni di obbligazioni in tranche con rating dalla AAA allaB

    AGENZIA DI RATING Società specializzata nell’assegnazione di rating.In Europa quattro agenzie (Moody’s,Standard &Poor’s, Fitch e DBRS) hanno ottenuto il riconoscimento di ECAI (External credit assessment institution) valido ai fini dei nuovi criteri di calcolo per il capitale prudenziale delle banche (Basilea2) basato su rating interni ed esterni

    ASSET BACKED SECURITIES (ABS) Titoli obbligazionari collocati con cartolarizzazioni: il pagamento della cedole e il rimborso del capitaleè garantito dal flusso di cassa generato da un portafoglio di attività finanziarie (asset). Le agenzie di rating assegnano voti a Stati sovrani, aziende industriali, banche, fondi comuni e anche a singole emissioni di finanza strutturata come le cartolarizzazioni e i CDO (collateralized debt obligations).

    CARTOLARIZZAZIONE Questa tecnica finanziaria utilizza i flussi di cassa generati da un portafoglio di attività finanziarie (prestiti obbligazionari e bancari, mutui ipotecari residenzialie commerciali, contratti di leasing, crediti da carte di credito) per pagare le cedole e rimborsare il capitale di titoli di debito (obbligazioni a medio-lungo termine oppure carta commerciale a breve termine).
    Esistono innumerevoli formule di cartolarizzazione, e di attività finanziarie che garantiscono il servizio del debito: i covered bond prevedono la segregazione del portafoglio; nelle cartolarizzazioni più classiche di asset-backed securities (MBSo mortgage-backed securities sui mutui, credit card receivables, NPL non-perfoming loans peri prestit in sofferenza), i crediti vengono ceduti a una società veicolo scatola vuota emittente di bond; il portafoglio viene gestito da un manager nei CDO dinamici; gli asset a garanzia del debitoa medio-lungo termine sono di diversa natura nei CDO statici; gli asset a garanzia consentono il collocamento di titoli di debitoa breve termine come la carta commerciale (asset-backed commercial paper o ABCP)

    Collateralized Debt Obligation (Cdo)
    Rappresentano una specifica categoria di Abs. Sono titolia reddito fisso che derivano dall’aggregazione di diverse attività soggette a rischio di credito.

    Credit crunch Contrazione del credito. Congiuntura economica in cui è difficile reperire capitale d’investimento da parte di banche o investitori a causa della loro sfiducia nel mercato.La scarsità di finanziamenti fa salire il costo del creditoe rende difficile per le imprese accedervi. Il razionamento riduce o blocca l’attività di M&A e alla lunga ha un impatto sull’ammontare degli investimenti.

    DELEVERAGE Operazione che si realizza rimborsando il debito pregresso con la liquidità disponibile oppure vendendo asset finanziari in portafoglio per fare cassa.

    GARANZIA COLLATERALE (COLLATERAL) Quando il debitore utilizza attività finanziarie (titoli di Stato, obbligazioni, cartolarizzazioni) a garanzia del rimborso di debito.

    MARGIN CALL Quando la banca richiede all’investitore-debitore (un fondo che utilizza la leva finanziaria cioè si indebita per prendere posizioni sul mercato, fare arbitraggi, trading o altro) di integrare i titoli oppure il contante depositati come garanzia sul debito. A seguito del margin call l’investitore-fondo riduce la leva finanziaria- le posizioni e le esposizioni sul mercato finanziate con debito- e/o diminuisce il debito con la banca. In mercati dove la liquidità scarseggiaè costretto a svendere i titoli in portafoglio per fare cassa.

    RATING Valutazione assegnata da agenzie indipendenti ed espressa in lettere, dalla AAA/Aaa alla C; misura la capacità di un debitore di pagare puntualmentee integralmente gli interessi (cedole o rate) e il rimborso del capitale sul debito (bond, prestito bancario, mutuo ipotecario). Il rating può tener conto del recupero del credito in caso di insolvenza del debitoree di un eventuale aiuto di Stato in caso di default.

    RESIDENTIAL MORTGAGE BACKED SECURITIES (RMBS) Cartolarizzazione di mutui ipotecari residenziali con rating dalla AAA alla singola B. I mutui americani subprime concessia clientela ad alto rischio sono stati cartolarizzati con strutture RMBS.

    VEICOLI I titoli di debito garantiti da crediti (o asset) vengono emessi da società-veicolo create ad hoc (special purpose vehicleo Spv) fuori dal bilancio delle banche che originano i crediti.
    Questi veicoli hanno nomi diversi sulla base della loro natura contabile o in relazione al titolo di debito emesso: spv nelle cartolarizzazioni classiche, CDO (collateralized debt obligation), CLO (collateralized loan obligation), CBO (collateralized bond obligation), conduit (off-balance sheet affiliate), Siv (Structured investment vehicles), Siv-lite (emittenti di carta commerciale).

  • Maurizio Brighi 6 ottobre 2008 at 15:01

    da effedieffe.com

    STATI UNITI: Studente della Central Washington University, dunque senza reddito, Seth Woodworth ha ricevuto una carta di credito: American Express. Si è trovato con un debito di 3 mila dollari. Soltanto ora ha capito che anche solo per ripagare 500 dollari di debito contratto con la carta di credito, al 16% d’interesse, se versa solo il rateo minimo, ci vogliono tre anni. Figurarsi tremila dollari. Ma il giovane Woodworth non è il solo diventare debitore insolvente appena messi i pantaloni lunghi.

    Gli studenti americani sono 17 milioni. E il 75% di loro hanno una carta di credito, o anche due o tre. Nei campus universitari sciamano promotori finanziari (spesso essi stessi studenti che arrotondano così: ricevono da 5 a 10 dollari per ogni contratto) che attraggono i compagni con piccoli omaggi, un frisbee, una T-shirt, anche un Ipod, per fargli firmare il contratto. La promozione viene diretta persino a quindicenni delle high schools: «Ragazzi che si trovano con un debito di 15 mila dollari prima di aver raggiunto l’età in cui possono ordinare una birra in un bar», dice Business Week.

    «Ho conosciuto studenti di scuola media superiore che hanno una situazione debitoria tale, che quando mostrano la carta di credito si vedono rifiutare il noleggio di un’auto», racconta la deputata democratica di New York Luise Slaughter.

    L’American Express e le altre finanziarie più attive nell’aprire linee di credito a studenti senza reddito (Banl of America, Morgan Chase, Citibank) dicono, naturalmente, che offrono un servizio utile ai giovani e alle famiglie. Dopotutto, molti studenti USA hanno già contratto un mutuo per pagarsi l’università, «garantito» dai loro redditi futuri di laureati. Sostengono anche, le finanziarie, che forniscono tutte le informazioni necessarie, e che dopotutto gli studenti sono responsabili delle loro azioni.

    Lo studente Ryan Rhodes, Università di Pittsburg, ricorda di aver fatto presente alla banca, prima di firmare il contratto per la credit-card, di non essere occupato. «Non ti preoccupare», è la risposta. Il già citato Woodworth ricorda di aver fatto presente il suo stato di disoccupato all’American Express, quando gli consegnarono la carta di credito. Va bene, di faremo un limite di credito di 6 mila dollari, spiegarono loro. Tre mesi dopo, American Express alzò il limite a 10 mila dollari. Possono sembrare cifre relativamente modeste (non poi tanto, nell’America di oggi). Ma sono l’inizio di un precipizio senza fondo, per la pratica delle agenzie di emissione detta «universal default». Cosa significa?

    Mettiamo che uno studente – o anche un adulto – abbia due carte di credito; paga regolarmente i ratei su una delle due, ma salta uno o due pagamenti sull’altra. Da quel momento, le due banche (che ovviamente si scambiano le informazioni sulle insolvenze) caricano interessi del 30% su entrambe le carte. E’ appunto il caso in cui è incappato Woodworth.

    «Non dormivo la notte», dice. I suoi genitori, dissanguandosi, l’hanno tirato fuori dalle grinfie dell’usuraio elettronico. Secondo le associazioni dei consumatori, è questo il motivo per cui le banche inseguono gli studenti, mentre negano le loro carte di credito ad adulti disoccupati: perché i primi sono vulnerabili alla pubblicità e alle promozioni, e per di più i loro genitori li tirano fuori dai guai. Gli studenti sono considerati selvaggina buona dall’industria delle credit-cards perché hanno alle spalle un «prestatore d’ultima istanza», le famiglie.

    Resta lo strano fatto che in USA è possibile rifilare una carta di credito a un minorenne e pretendere da lui il pagamento, quando lo stesso minorenne è considerato irresponsabile in quasi tutte le altre attività. Non può comprare un pacchetto di sigarette in un supermercato. Non gli viene consentito di ordinare una birra in un bar. Un imberbe che vuole ordinare un whisky deve mostrare la carta d’identità con la sua data di nascita. Il politicamente corretto trova evidentemente un limite nelle ragioni della finanza speculativa.

    Ora, finalmente, di fronte alle implosioni a catena delle montagne di debiti (dai mutui subprime ai fondi speculativi «leveraged», cioè altamente indebitati), i politici vogliono correr ai ripari prima che esploda anche la bolla degli studenti debitori. Tanto più che è imminente lo scoppio delle carte di credito degli adulti americani, ciascuno dei quali ha un debito, sulle sue targhette di plastica, di 7 mila dollari – su cui paga interessi fra il 18% e il 30%.

    I democratici che controllano il Congresso minacciano di sottoporre a supervisione e controlli l’attività dei rifilare carte di credito nei licei ed università. Il senato USA terrà una serie di audizioni sulle pratiche più discutibili di questa «industria» (in USA la chiamano così) questo autunno, senza fretta. Barney Frank, deputato democratico (Massachusetts) ha minacciato leggi durissime. E la deputata Skaughter ha già deposto un progetto che limita la linea di credito che può essere estesa agli studenti al 20% del loro introito o a 500 dollari, ma solo se i genitori firmano il contratto insieme ai loro figli.

    Ovviamente American Express e Bank of America e Morgan Stanley si oppongono a limiti e regolamentazioni, in nome del «libero mercato» e dell’ostilità all’intervento pubblico in economia. Si offrono, invece di darsi un codice di auto-disciplina, ossia di regolarsi da sole. Vista l’autodisciplina che la finanza creativa ha mostrato nel concedere mutui a milioni di persone che palesemente non potevano pagarli, e poi di rifilarli sotto forma di obbligazioni ad altri investitori, si può nutrire qualche dubbio sul senso di responsabilità degli usurai con la plastica.

    Un esempio di come si sono auto-regolamentate le istituzioni finanziarie sta emergendo in queste ore: una trentina di grossi fondi speculativi (hedge fund) rifiutano di restituire ai loro clienti il denaro che i clienti hanno affidato loro, e che ora – nel clima di restrizione generale del credito – la clientela rivuole indietro in massa. Ciò, in base ad un codicillo del contratto che hanno fatto firmare ai clienti stessi, ovviamente a caratteri microscopici.

    Il motivo del rifiuto è evidente: per fare cassa da restituire ai clienti, gli hedge fund dovrebbero vendere in massa e tutti insieme i presunti «attivi», ossia azioni e obbligazioni e «derivati» vari che hanno in portafoglio, e che in questo momento hanno quotazioni bassissime; ciò porterebbe a perdite enormi dei portafogli, oltrechè un altro tracollo a Wall Street. In più, siccome gli hedge fund si sono super-indebitati con le grandi banche per darsi i mezzi come moltiplicatori per i loro giochi d’azzardo, le banche creditrici esigerebbero restituzioni, via via che il «collaterale» a garanzia del debito – azioni obbligazioni e derivati – vengono esitati a valori scadenti. Queste «chiamate a margine» (margin calls, nel gergo), innescherebbero un circolo vizioso che porterebbe a bancarotta i fondi, e poi anche le banche.

    Così hanno trovato la soluzione più comoda: tenersi – a norma di contratto – i soldi della clientela che li chiede indietro, per guadagnar tempo nella speranza (vana) che i mercati finanziari risalgano. Nel frattempo, gli hedge fund continuano a scremarsi commissioni di gestione sui capitali bloccati, pari al 2%. Il guaio è che questo blocco dei ritiri – una specie di corsa agli sportelli tipo ‘29, solo più sofisticata – coinvolge nella implosione della finanza USA le famiglie agiate, quelle che appunto più investono in hedge fund le loro notevoli liquidità, e che di colpo si trovano senza i soldi sperati, esattamente come gli insolventi dei mutui subprime.

    Sono colpiti da questo congelamento anche i fondi pensioni e gli «endowments», le dotazioni di cui vivono le grandi fondazioni culturali, ma anche gli ospedali e le università di prestigio: risultato di donazioni, che questi enti hanno investito almeno in parte nei fondi speculativi alla ricerca di maggiori rendimenti.

    L’implosione dei debiti, cominciata dai poveri insolventi con mutuo a tasso variabile, comincia a far scricchiolare i piani alti della ricchezza americana. E’ quel che si dice una crisi sistemica.

    (Fonte: Business Week, «Majoring in credit-card debt», 6 marzo 2008)

  • Ovidio Biffi 6 ottobre 2008 at 14:07

    Il piano del presidente Sarkozy e soprattutto l’atteggiamento cauto della cancelliera Merkel hanno riaperto il dilemma: le banche vanno salvate? Ed è tutto un rifiorire di editoriali, inchieste, pareri e sondaggi che inevitabilmente finiscono per accettare o comunque privilegiare la soluzione del salvataggio.

    Questo perché si temono le code dei piccoli risparmiatori davanti alle banche (invece dietro, cioè ai piani nobili, gli amministratori e gli azionisti confidano sull’efficacia dell’immagine dei creditori in strada in questi frangenti…). Ma le banche meritano veramente un trattamento privilegiato? Non è forse meglio usare i soldi pubblici per indennizzare i piccoli risparmiatori di banche destinate al fallimento? Siamo proprio sicuri che salvandole, le banche torneranno a remunerare meglio e di più il risparmio (quindi anche a valorizzarlo, ce n’è tantissimo e urgente bisogno), che si impegneranno a limitare i rischi di chi affida loro denaro indicando sempre correttamente l’uso che fanno con quanto ricevono in pegno?

    Non spetta a me dare risposte. Invito chi legge a trarre da solo un giudizio sulla situazione da questa breve cronaca di come è nata la crisi finanziaria in atto:

    All’inizio era solo un mutuo. Acceso da un mr. Smith, allo sportello di una banca come Washington Mutual. L’impiegato ascolta e senza chiedere garanzie, concede centomila dollari. Inizia così il percorso che porterà quell credito a diventare una minaccia per il sistema.

    Da anni le banche non sono più fabbriche del credito, che concedono un mutuo e incassano gli interessi per trent’anni. È più redditizio fare I supermercati dei prestiti: il cliente entra, sceglie il finanziamento, la banca lo concede e incassa le commissioni. Ma il mutuo (e il rischio) lo trasferisce a qualcun altro. Il prestito diventa un derivato.

    La banca lo trasforma in un’obbligazione garantita da un mutuo (si chiamano Cmo, Cdo, Clo) che vende a un’altra istituzione in cambio di denaro liquido. Chi la compra riceve le rate di mr. Smith, mentre la banca che ha concesso il finanziamento ottiene subito contante che può usare per concedere mutui, incassare le commissioni e continuare il gioco.

    Nessuno però vuole tenere sui bilanci derivati rischiosi che implicano l’obbligo di accumulare riserve (improduttive) per proteggersi contro l’eventualità che mr. Smith non paghi le sue rate. Arriva così la seconda mutazione. Il mutuo è diventato un derivato, ma mr. Smith è considerato un debitore abbastanza affidabile. Il derivato collegato al suo mutuo è impacchettato in un nuovo titolo con quelli di altri pagatori sicuri e quello di un muratore disoccupato (che si è comprato una villa e che prima o poi smetterà di pagare).

    La prevalenza di nuovi derivati fa guadagnare al nuovo derivato il rating tripla A. Sembra un investimento sicuro. La banca, allora, lo impacchetta di nuovo con altri derivati, diluendo ancora i debitori a rischio. L’illusione è che il rischio così frammentato diventi trascurabile. La banca si assicura poi contro la possibilità che mr. Smith salti una rata.

    Compra un Credit Default Swap (Cds), uno strumento che prevede un rimborso se il prestito incorporato nel pacchetto non è rimborsato. Ma il Cds è a sua volta un derivato, e la banca che lo ha emesso lo inserisce in un altro panino di titoli che poi venderà sottoforma di Cdo, magari assicurandolo con un altro Cds. Risultato: le banche non sanno più cosa hanno in bilancio. E quindi non si prestano più denaro fra di loro, come dimostra l’impennata del Ted (indice del panico interbancario).

    Qui arriva Paulson: scopo del piano è trasferire parte di questi titoli sul bilancio pubblico. Nell’attesa di vedere se mr. Smith continuerà a pagare le rate.

    Il riassunto, mirabile per la sua chiarezza, era sulla prima pagina del Foglio del 1. ottobre. Oltre alla storia finanziaria, la sequenza fa venire in mente che una volta c’erano e venivano rispettati doveri professionali e morali, come pure leggi non scritte, che colpivano duramente le infrazioni collegate a denaro e prestiti.

    Da soli, termini come fallimento, frode, usura e strozzinaggio bastavano a fissare limiti invalicabili, a frenare l’ingordigia e servivano a marchiare personaggi e istituti da porre al margine della società, costretti poi ad agire nell’illegalità.

    Cose semplici, quasi istintive, durissime; eppure in grado per secoli di far capire a ognuno, anche ai più sprovveduti, la differenza fra chi opera nel bene e nell’onestà e chi invece flirta con il male e la disonestà. Oggi nemmeno la prospettiva di finire in carcere funziona da freno e limita la corsa verso la ricchezza immediata.

    Figuriamoci che freno può derivare dalla prospettiva di dover fronteggiare un’insolvenza o un fallimento, o di dover chiedere un salvataggio a qualcuno… Al massimo lo si considera un prezzo giusto, un rischio calcolato per poter arraffare ancora più denaro possibile. Per questo mi chiedo se ha davvero senso salvare dal fallimento le banche e se invece non sia giunto il momento di tornare a valorizzare (nel senso di ridargli il significato e il peso morale di un tempo) il fallimento!

  • Marco Valsiana 6 ottobre 2008 at 15:04

    Prima i mutui, adesso le carte di credito. La crisi esplosa negli stati uniti ha aperto un nuovo fronte, questa vola direttamente nei portafogli dei consumatori americani: il gigante delle Credit Card American Express ha visto i profitti trimestrali scivolare al 10%, ha aumentato le riserve per rispondere a future perdite e pronosticato un anno difficile nel 2008 con l’economia in affanno.Anche tra i ranghi dei possessori delle sue carte, considerate fra le più sicure e prestigiose, cominciano ormai ad aumentare ritardi nei pagamenti e insolvenze. E le difficoltà dei consumatori nel pagare le rate non si fermano nel loro portafoglio. Potrebbero costare sempre più care non solo ad American Express ma anche ad altri gruppi finanziari e bancari, grandi emettitori di credit card, già reduci da gravi passivi per l’esposizione ai mutui subprime, quelli più rischiosi, e a investimenti in titoli a questi collegati. La spirale di contagio sul mercato del credito, insomma, nonostante di decine di miliardi di dollari già andati in fumo potrebbe rivelarsi tuttaltro che vicina alla conclusione.

    La bolla delle carte fa tremare Wall Street
    Dopo la crisi dei mutui esplodono i default nei finanziamenti al consumo: Amex accantona 1,5 miliardi

    Dai mutui alle carte di credito: la crisi negli Stati Uniti apre un nuovo fronte e affonda i conti di American Express. Un segnale che le perdite finora sofferte dalle grandi banche e società finanziarie americane potrebbero ancora aggravarsi nei mesi avvenire, quando ai miliardi di dollari bruciati sull’altare dei prestiti immobiliari subprime si aggiungerà la minaccia di voragini di sofferenze scavate nei bilanci dalle cosiddette “credit card”.
    American Express, nonostante vanti clienti nella fascia alta e più sicura del mercato, a suonato un generale campanello d’allarme con i risultati del quarto trimestre dell’anno scorso: il terzo network statunitense di carte di credito ha riportato profitti per 831 milioni di dollari, in linea con le previsioni ma in calo del 10% rispetto ai 922 milioni dello stesso periodo del 2006.
    E dietro questa cifra se ne nascondono altre ben più preoccupanti: la divisione statunitense delle carte di credito ha visto gli utili evaporare a sette milioni di dollari contro 473 milioni.
    La divisione internazionale ha perso 68 milioni rispetto a profitti per 99 milioni. Il giro d’affari è riuscito ha lievitare del 10% a 6,42 miliardi, ma ha deluso aspettative che sfioravano gli 8 miliardi di dollari. Soprattutto, il Gruppo newyorchese ha moltiplicato le riserve a fronte di continue perdite: ha contabilizzato oneri straordinari per 438 milioni di dollari in risposta all’aumento di prestiti inesigibili e ritardi nei pagamenti, parte di una voce complessiva per coprire perdite lievitate del 70% a 1,52 miliardi di dollari.
    In borsa il titolo è rimasto preda del nervosismo, chiudendo comunque in rialzo di oltre 1,5% a quota 48 dollari.
    American Express non è sola nel denunciare le nuove difficoltà. Grandi banche e finanziarie quale Citigroup, già le più scottate dalla debacle dei mutui con predite per circa dieci miliardi di dollari lo scorso trimestre, hanno ormai cominciato a rispondere al pericolo rappresentato per i loro conti da altre forme di prestiti, dalle carte di credito ai finanziamenti per le auto. Nell’ultimo trimestre Citigroup e Capital One Finalcial hanno entrambe raddoppiato le riserve a fronte di simili perdite: Citi ha accantonato quasi 2,5 miliardi di dollari. Tra le reti di carte di credito la Discover Financial Services, il quarto network nel settore e il solo assieme ad American Express a emettere carte e gestire transazioni, ha visto il titolo cadere del 44% dopo il suo scorporo da Morgan Stanley lo scorso luglio. Visa, che ha in programma un collocamento in borsa, e Mastercard, che darà il bilancio nei prossimi giorni, gestiscono unicamente le reti mentre le carte sono offerte da banche o finanziarie ma potrebbero a loro volta risentire delle nuove sfide.
    Nell’ultimo trimestre American Express ha considerato inesigibili il 4,3% dei prestiti, rispetto al 3,7% dei tre mesi precedenti, e si attende un ulteriore accelerazione almeno al 5,1% nel corso del 2008.
    La società, per limitare i rischi, ha deciso di ricorrere a criteri più severi nel concedere carte di credito in stati quali la California e la Florida martoriati dalla crisi immobiliare. L’Amministratore delegato Kenneth Chenault ha tuttavia riconosciuto che i risultati nell’anno avvenire saranno sotto pressione e “rallenteranno”. Gli utili per azione potrebbero aumentare tra il 4% e il 6% anziché del 12%-15% tradizionale obiettivo del gruppo.
    L’ammissione di difficoltà era stata preceduta da crescenti avvisaglie: nelle ultime settimane sia Merill Lynch che Goldman Sachs avevano ridimensionato le raccomandazioni d’investimento sul titolo American Express, in vista di indebolimenti dei consumi che hanno trovato conferma nelle deludente vendite della stagione natalizia.
    Fitch aveva previsto per il 2008 un “significativo deterioramento della performance delle carte di credito, a causa del contagio in arrivo dai mutui residenziali, dalla frenata della crescita, e dall’incremento della disoccupazione”. Ieri Michael Taiano, analista di Sandler O’Neill, ha sentenziato che “anche i consumatori più privilegiati sono ormai colpiti dalla crisi del settore immobiliare esplosa nel paese”. E Red Gillen di Celent ha aggiunto che “nessuno può considerarsi immune da perdite in un’economia così travagliata”.

    Fonte: Il sole 24Ore

  • RITA 6 ottobre 2008 at 13:31

    Ho letto un libro che si intitola “Un milione di nuovi miliardari e non ce ne siamo accorti” è scritto da un americano (non mi ricordo se professore di economia o cosa), dove veniva visto globalmente il mondo economico da una decina di anni a questa parte……….
    Il risultato è sconfortante, consigliava se si avevano soldi di investirli su attività tipo spalaneve, in quanto quelle non potevano essere spostate nei paesi emergenti, tutti gli altri per il rapporto costo/lavoro delocalizzano, facendo così portano la parte produttrice fuori dall’America (la parte che se è anche in cina con stipendi bassi ma produce)e tengono il terziario (scartofie e quant’altro che non rendono) in America, ma si aumentano i posti di dirigenti, segretarie ecc.ecc. con paghe elevate e per gli altri carte di credito a go-go per pagarsi tutto……….
    Questo tutto naturalmente viene importato e quindi adoperi soldi che non hai prodotto………..(se non virtualmente)
    Cosa ancora più grave, dove installi le fabbriche, si insediano anche università e scuole che formano del personale altamente specializzato, se non hai le fabbriche ottieni uno scollamento scuola / lavoro, e quindi non avrai le specializzazioni per domani o dopodomani…………
    Per questo consigliava investimenti in ditte mega piccole e magari localizzate in territori ben precisi, lo so che forse avrà esagerato, ma negli ultimi capitoli prospettava una vita agricola per la soppravivvenza, in quanto ci siamo mangiati tutti i capitali ed anche oltre…………..

  • Renzo Cianfanelli (intervista al prof. Peter Morici) 6 ottobre 2008 at 11:52

    Peter Morici, cravattino a farfalla, origini italiane e battuta tagliente, è professore di economia alla Robert H. Smith School of Business dell’università del Maryland, ma in queste giornate di turbolenza e incertezza la sua faccia si vede in continuazione sui telegiornali di mezzo mondo.Nei giorni passati, mentre le banche d”investimento di Wall Street, una dopo l’altra, venivano spazzate via dalla crisi, in una trasmissione di prima mattina della National Public Radio, l’economista ha fatto andare la colazione di traverso a quelli che Tom Wolfe, in quel romanzo famoso degli anni Ottanta intitolato Il falò delle vanità, chiamava sarcasticamente «i padroni dell’universo». «Hanno accumulato montagne di soldi usando la tecnica dei giocatori d’azzardo con i risparmi degli altri», ha detto, «ma ora la festa è finita. D’ora in avanti, questi banchieri che facevano confusione fra il loro mestiere e quello dei biscazzieri, si dovranno adattare a vivere con stipendi da bancari normali. E, se non sono d’accordo si potranno sempre riciclare come chef di qualche pasticceria».

    Professor Morici, dall’America il pasticcio ora si estende all’Europa. Basterà a rassicurare i mercati la garanzia dei depositi al 100 per cento che la cancelliera Angela Merkel ha prospettato per le banche tedesche?

    «La risposta sintetica è: no. La crisi a questo punto non è più solo un problema degli Stati Uniti, ma un problema globale. Il che non significa che gli americani non siano colpevoli di tutto questo, appunto, grande pasticcio. La responsabilità è nostra, e ora in qualche maniera ci consoliamo pensando che, se questo è innegabile, è anche vero che il resto del mondo più sviluppato ci è venuto dietro per sua libera scelta. Quanto alla garanzia dei depositi, mi sembra evidente che, se la Germania si muove su questa strada, anche gli altri Paesi principali dell’Unione europea dovranno fare altrettanto. Perché in caso contrario, all’interno dell’Ue, si verificherebbero massicci spostamenti di capitali dalle banche europee rimaste prive di garanzia, alle banche tedesche».

    Lei allora in buona sostanza assolve i banchieri europei?

    «No. È evidente che in questo stato di cose anche le banche europee hanno le loro parte di responsabilità. Ma i banchieri, alla fin fine, ragionano da banchieri. Cercano gli investimenti che promettono il rendimento più alto e gli azionisti, come contropartita, consegnano certificati di debito. Così se noi tutti contribuenti, vale a dire lo Stato, garantiamo il pagamento di questi certificati, anche quando le banche hanno fatto operazioni sbagliate, il risultato è che i banchieri, per quanto colpevoli, non pagheranno di tasca propria per gli errori commessi».

    Parliamo di UniCredit. La banca italiana, pur ribadendo di non avere il minimo dubbio sulla propria solidità, per rispondere alle speculazioni al ribasso dei giorni passati si è trovata costretta a deliberare, nel cda straordinario di questa domenica, un piano di consolidamento da oltre 5 miliardi di euro. Basterà questo intervento a rassicurare i mercati?

    «Non credo. E la ragione è che le banche degli altri Paesi non mi sembrano intenzionate a fare altrettanto. Secondo me, la sola azione capace di stabilizzare i mercati – o almeno che potrebbe stabilizzarli – è un piano ben coordinato almeno delle quattro più importanti banche centrali europee, che dovrebbero intervenire tutte simultaneamente e con lo stesso obiettivo».

    In Europa, la prima a muoversi unilateralmente con la decisione di garantire tutti i depositi bancari è stata l’Irlanda, suscitando le proteste della Gran Bretagna, che per prevenire una fuga di capitali verso le banche irlandesi teme di dover fare altrettanto. Se ora la ben più importante Germania si muove sulla stessa strada, lei prevede che questa tendenza sia destinata a diffondersi?

    «È presto per dirlo, ma è chiaro che più si diffonde il fenomeno e più gli altri Paesi troveranno difficile resistervi».

    Che cosa significa questo in concreto: giorni o settimane?

    «Credo che, per un intervento coordinato in Europa, lo spazio sia ormai di pochi giorni soltanto».

    Negli Stati Uniti il Congresso ha approvato il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari. L’opinione pubblica americana è rassicurata?

    «No, al contrario è disorientata e insospettita perché il sistema creditizio rimane bloccato. Inoltre molti sono convinti che i soli a non pagare le conseguenze della crisi saranno i finanzieri e i banchieri, che grazie al voto del Parlamento sono riusciti a rovesciare sulle spalle del contribuente il problema delle loro speculazioni fallite. Il governo in definitiva non può illudersi di risolvere la crisi dando in pasto alle banche centinaia di miliardi di dollari. Deve avere la forza di mettere il piede dentro la porta delle banche che salva, il che non vuol dire fissare d’imperio i parametri di gestione, ma cambiare radicalmente la struttura degli incentivi pagando al personale stipendi adeguati invece di lasciarli liberi di pagarsi da soli con le commissioni di affari. Se il governo non riesce a ripulire Wall Street da cima a fondo, prevedo che questo costosissimo salvataggio finirà in lagrime. Proviamo per un momento a immaginare che cosa succederebbe, poniamo, in Germania se la Bmw pagasse ai suoi dipendenti stipendi di 300 dollari l’ora e poi, quando i conti non tornano, andasse a elemosinare soldi dal governo tedesco. Ora, in America molta gente non vede perché il governo deve intervenire con iniezioni di denaro pubblico per salvare dal fallimento banche dove il personale, per fare affari sballati, si fa pagare tranquillamente compensi di 5 mila dollari l’ora. È venuto il momento di dire basta alla generazione degli affaristi d’assalto».

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