Il trattamento di dati personali nelle attività di recupero crediti

Sono pervenute a questa Autorità numerose segnalazioni concernenti trattamenti di dati personali (e comportamenti) posti in essere a danno di debitori (e, più in generale, di soggetti comunque tenuti all'adempimento) in occasione dello svolgimento di attività di recupero crediti. Tale attività può essere realizzata direttamente dal creditore come pure, nel suo interesse, da terzi, di regola operanti in virtù di contratti di collaborazione (in particolare, attraverso la figura del mandato o dell'appalto di servizi). In quest’ultima ipotesi, l'attività di recupero crediti è preceduta dalla messa a disposizione di dati personali relativi al debitore. Si tratta, per lo più, di dati anagrafici, di informazioni utili per contattarlo (quali, ad esempio, i recapiti telefonici), oltre ai dati relativi alla somma dovuta (entità della medesima causale eventualmente indicata, termini apposti all'obbligazione pecuniaria, oltre che titolo della stessa).

Le risultanze hanno evidenziato l'esistenza di alcune prassi finalizzate al recupero stragiudiziale dei crediti, caratterizzate da modalità di ricerca e di presa di contatto invasive e, talora, lesive della riservatezza e della dignità personale.

In particolare, le modalità di ricerca, presa di contatto, sollecitazione, o altrimenti connesse all'esazione della somma dovuta, si manifestano nelle forme più varie: visite al domicilio o sul luogo di lavoro; sollecitazioni su utenze di telefonia fissa o mobile, comprensive dell'invio di messaggi sms di sollecito; comunicazioni telefoniche il cui contenuto a carattere sollecitatorio è preregistrato, poste in essere senza intervento di un operatore (con il rischio che soggetti diversi dal destinatario vengano a conoscenza del contenuto della chiamata); invii di avvisi relativi all'apertura della procedura di recupero crediti tramite comunicazioni individualizzate, con l'inoltro di corrispondenza recante informazioni idonee a lasciar trasparire la situazione debitoria (ad esempio, plichi recanti all'esterno la scritta “recupero crediti” o locuzioni simili) relativa agli interessati o contenenti riferimenti suscettibili di indurre il destinatario in errore circa il valore e la provenienza dell'intimazione a pagare (usuale è il ricorso a formule quali “preavviso esecuzione notifica” o il richiamo di norme di rito con il riferimento alla futura attivazione di “ufficiali giudiziari”); affissioni di avvisi di mora sulla porta del debitore.

Non di rado, inoltre, l'attività preordinata al recupero crediti, coinvolge non soltanto il debitore, ma anche terzi, con modalità tali da metterli a conoscenza di vicende personali riferite a quest’ultimo (ad esempio, familiari, conoscenti o vicini di casa, anche utilizzando recapiti non forniti al momento della stipula del contratto e non reperibili in pubblici elenchi).

Al fine di rendere conformi alle disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali i trattamenti effettuati nell'ambito dell'attività di recupero crediti l'Autorità per il trattamento dei dati personali, ai sensi dell'articolo 154, comma 1, lettera c), del Codice, prescrive ai titolari del trattamento l'adozione delle misure necessarie di seguito specificamente indicate, evidenziando che il creditore deve comunque adoperarsi affinché i principi richiamati con il presente provvedimento siano rispettati nell'attività materiale di recupero crediti, anche se affidata a terzi, e che gli interessati, ove i comportamenti tenuti in sede di recupero crediti integrino un illecito civile (per quanto attiene al profilo del risarcimento del danno eventualmente subito) o penale (in quanto suscettibili di integrare fattispecie di reato quali le molestie o le minacce), possono ricorrere all'autorità giudiziaria ordinaria per i profili di rispettiva competenza.

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Commenti e domande

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  • vitaliano d'angerio 18 luglio 2009 at 15:48

    Una rata del frigorifero saltata. O, peggio ancora, quella del mutuo. In un recente passato il destino era già scritto: il nome del debitore inadempiente finiva diritto in una delle tante banche dati burocraticamente note come «sistemi di informazioni creditizie». Cervelloni elettronici a cui si collegano banche, finanziarie, intermediari e gli stessi privati per valutare affidabilità e solvibilità della controparte. Per un ritardato pagamento, benché sanato, si poteva restare incagliati fino a cinque anni nella «ragnatela di archivi», come li ha definiti il garante della privacy nell’ultima relazione presentata giovedì 2 luglio.

    Questo fino al 2005. Poi la svolta. Nelle banche dati le informazioni sui debitori inadempienti ci finiscono lo stesso. Ma ora i limiti e i paletti sono tanti, soprattutto temporali, e sono stati fissati in un codice deontologico promosso dal garante della privacy e siglato da una sfilza di associazioni di categoria e di consumatori: di fatto è applicato da tutti i protagonisti del settore. Paletti di cui c’è bisogno visto che, nonostante le rassicurazioni dell’Abi (l’associazione dell banche che ha sottoscritto il codice) sui debiti finanziari delle famiglie italiane, la crisi economica rischia di intaccare tanti portafogli della penisola.

    Ecco dunque le modalità di inserimento dei dati. Innanzitutto le nuove regole sui sistemi di informazioni creditizie hanno differenziato la gravità degli eventi e, di conseguenza, i periodi temporali di conservazione delle informazioni. Infatti le notizie sui pagamenti non rispettati, ma successivamente regolarizzati, possono essere conservate un anno per i ritardi non superiori a due rate o altrettanti mesi; se lo sforamento temporale dei versamenti è superiore, gli anni di banca dati raddoppiano (e diventano due). Ci sono poi i debitori che non regolarizzano più: a quel punto nel cervellone si resta per tre anni dalla scadenza del contratto o dalla data successiva in cui, per altri motivi, è cessato il rapporto (si è trovato ad esempio un accordo sul rimborso). Questi i tempi di uscita. Però anche «l’entrata» ha dei filtri temporali, proprio per evitare iscrizioni frettolose. E qui c’è un’altra differenza da fare: vi sono banche dati con informazioni soltanto negative (ritardi o mancati pagamenti). Vi sono poi strutture informatiche che assemblano notizie negative e positive: in quest’ultimo caso, sono spesso gli stessi consumatori interessati all’inserimento; in particolare, coloro che non hanno garanzie da fornire ma che possono dimostrare di essere dei debitori affidabili. Sta di fatto che per i primi (notizie solo negative) l’inserimento delle informazioni relative al «primo ritardo» potranno essere comunicate alle banche dati dopo almeno 120 giorni dalla data di scadenza del pagamento o in caso di quattro rate mensili non regolarizzate. Invece i giorni si riducono a 60 (o due rate mensili) in caso di archivi che assemblano notizie buone e cattive.

    Da ricordare che prima di essere inseriti nelle banche dati creditizie, il debitore deve essere avvisato e ha la possibilità di far valere notizie a lui favorevoli. Inoltre agli archivi elettronici, non possono accedere le società di recupero crediti, e le notizie contenute in tali cervelloni non possono essere usate da società di marketing o di vendita diretta di prodotti.

    Il codice deontologico entrato in vigore nel 2005 ha rallentato il numero di ricorsi al garante sulla privacy nei confronti dei sistemi di informazioni creditizie (28 nel 2007 contro i 26 del 2008). Più in generale sono in calo pure le semplici segnalazioni come si legge nel documento: «Sono diminuiti reclami e segnalazioni in materia di trattamento dei dati da parte dei sistemi di informazione creditizia. La tendenza è riconducibile all’adozione del codice di deontologia del settore». Tutto a posto quindi? No, perché ci sono ancora dei casi, anche molto gravi, segnalati nella relazione del garante. Ma rispetto al passato, qualcosa è cambiato.

  • sara 21 gennaio 2009 at 20:09

    Il mio ragazzo aveva una ditta la quale è stata chiusa perchè non è andata bene, però mancavano da pagare dei fornitori, i quali sono andati tramite vie legali per il recupero delle somme dovute. Uno di questi conosce la mia famiglia e sono venuti a trovare i miei genitori e fare domande sul mio ragazzo: volevano sapere dove lavora ora, dove abita e il numero di telefono, mia madre ha solo indicato la cittadina dove si trova il nuovo datore di lavoro. La mia domanda è: a questo punto che hanno “estorto” queste notizie il decreto esecutivo è ancora valido posso oppormi e farlo invalidare? grazie

  • eliana 13 novembre 2008 at 09:30

    mio marito ha contrato un debito con una società finanziaria e restano da pagare circa 2300,00 euro al momento non siamo in grado di onorare il debito, dicendo che l’avremmo fatto al più presto, siamo in ritardo di tre rate, ma da allora ci bersagliano di telefonate, hanno pure chiamato mia suocera facendosi dare il mio num di cellulare e minacciano di rivelare a mia suocera che abbiamo contratto il debito e che se non paghiamo noi deve farlo lei.minacciano che non potendo onorare il debito non siamo in grado di sfamare i nostri figli e auindi si rivolgeranno agli organi competenti. come devo tutelarmi. io e mio marito siamo in regime di separazione. grazie

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