Le banche, gioie e dolori del popolo dei mutui e delle carte revolving

1. Il potere delle banche - come spremere il correntista senza rischiare nulla
2. Le banche sono davvero le paladine dell'economia nazionale? E i consumatori possono affidarsi a loro in totale fiducia?
3. Il correntista spremuto
4. L’anatocismo bancario
5. Il popolo dei mutui
6. Il cartello delle banche - Obiettivo: limitare la concorrenza
7. Le azioni collettive dei consumatori nei confronti delle banche

Il potere delle banche - come spremere il correntista senza rischiare nulla

Le banche, gioie e dolori del popolo dei mutui e delle carte revolving: molto più spesso soltanto dolori. Più si sviluppa il capitalismo maturo, più le banche diventano anello conduttore di ogni variabile macroeconomica. Già, perché, oramai, le banche non possono più essere considerate solo come le erogatrici di denaro contante ma come un vero e proprio volano dell'economia.

Finanziando i consumatori sostengono la domanda, finanziando le imprese sostengono l’offerta, contribuendo ad incrementare l’occupazione, salvano la compagnia aerea di bandiera, insieme a quella telefonica nazionale. Insomma, le banche sono dappertutto.

Le banche sono davvero le paladine dell'economia nazionale? E i consumatori possono affidarsi a loro in totale fiducia?

Il potere economico: nel sistema fondato sul capitale di investimento, pare ovvio ritenere che le banche ne siano il motore. L’avvento dell'industria italiana, nella seconda metà dell'Ottocento, fu finanziato dal sistema bancario tedesco. Ma produrre denaro e farlo circolare presenta anche il più alto grado di possibilità di manipolazione. La storia delle banche italiane è anche una storia di innumerevoli corruzioni e predazioni. Dallo scandalo della Banca Romana del 1892, quando si accertò che l’istituto di credito, diretto da Bernardo Tanlongo, allora autorizzato a stampare moneta legale, ne aveva prodotto troppa, duplicando i numeri di serie di biglietti già in circolazione per un importo complessivo di 40 milioni di lire, al dissesto della Banca Privata italiana di Michele Sindona agli inizi degli anni Settanta nello scorso secolo, dal fallimento del Banco ambrosiano di Roberto Calvi, che riciclava denari mafiosi allo scandalo più recente dei “furbetti del quartierino” e della Banca popolare di Lodi di Fiorani. Un enorme fiume di capitali che servono sovente a finanziare sistemi illeciti di conquiste industriali, esportazioni di capitali nei paradisi fiscali, pagamenti off shore per evadere il fisco.

Il correntista spremuto

Ma i grandi scandali finanziari non sono i soli a gettare un’ombra di sospetto sulle imprese bancarie. É la gestione quotidiana degli sportelli e dei conti on line a far saltare spesso i nervi al povero correntista. Elio Lannutti, storico avversario delle malversazioni bancarie, scrive, nel suo ultimo libro (“La Repubblica delle banche”): “Una gigantesca piovra avvinghia con i suoi tentacoli i destini del mondo. Mafie invisibili, avviluppano ogni angolo delle moderne società condizionando i governi. Costringono le imprese a sottoscrivere derivati avariati, le famiglie a contrarre prestiti a tasso variabile, si insinuano nei tribunali per facilitare i fallimenti, ricomprare le case e mandare sul lastrico i debitori”. Un’idea eccessiva? Non pare proprio. Scrive ancora Lanutti: “Costruisce piramidi finanziarie di carta straccia fondate sulle sabbie mobili, consegue ingenti profitti sulle rovine degli uomini, senza rispondere mai dei disastri e dei crack da loro stessi procurati. I signori banchieri, la super casta più forte della politica e della magistratura, dei partiti, delle religioni, dei governi e di qualsiasi altro potere, rischiano i soldi degli altri o quelli artificialmente creati tramite la finanza sofisticata di carta denominata: future, collateral, option, siv, vanilla, senza neppure le previste autorizzazioni a battere moneta”.

In effetti, per quanto con un uso massiccio di iperboli, Lannutti coglie nel segno. I nuovi prodotti creati dalla fantasia finanziaria di Wall street, i famigerati derivati, oggi sostituiscono il denaro contante per molte imprese. Queste sono sovente quasi costrette a sottoscriverli perché, dicono i consulenti finanziari, è necessario coprirsi dal rischio di un aumento dei tassi di interesse, o perché il patrimonio immobiliare dell'impresa si sta svalutando. Molto spesso, gli incauti sottoscrittori aderiscono a formule contrattuali che prevedono l’attribuzione del rischio al solo cliente.La banca o non incassa gli interessi (ipotesi peraltro rara), non guadagnando nulla, o incamera ingenti commissioni sulle perdite subite dal cliente.

Ma vi sono sistemi, del tutto legali, ancora migliori per spremere il correntista. Uno di questi è dato dalla differenza temporale fra un ordine di bonifico e la sua materiale percezione da parte del beneficiario. Oppure: fra la vendita di un titolo e l’incasso del ricavato sul proprio conto. Il sistema ha una formuletta magica di cui gli sportellisti e i consulenti bancari si innaffiano il palato, come un sopraffino bourdeaux d’annata: la data valuta. Questa registra il giorno dal quale scattano gli interessi su una somma versata dal correntista. Sul tempo che passa fra il versamento e la data valuta, le banche esercitano tutto il loro potere contrattuale. Quando poi si passa alla “data disponibile”, giorno dal quale il correntista può effettivamente disporre della somma, si comprende come le banche utilizzino ancora sistemi di trasporto del denaro basati sui cavalli nell’era dei pagamenti in tempo reale di Internet. Dai sei ai dieci giorni per rendere disponibile una somma di mille euro, magari derivante dalla vendita di un titolo. É come se la banca caricasse i denari sul carretto e li trasportasse da Roma a Frosinone, o da Milano a Sondrio, cercando di aggirare i briganti in agguato.

In realtà, la banca si appropria di quel periodo di giacenza del denaro, registrato sul conto del correntista ma materialmente non esistente e, moltiplicato per milioni di operazioni, ne lucra i benefici, investendolo o erogando credito ai tassi di mercato. Insomma, si tratta di un prestito fornito dal correntista gratis alla sua banca. Nessuno si è mai preso la briga di calcolare quanti profitti le banche abbiano ottenuto soltanto dalla differenza fra data di registrazione e la data di disponibilità del denaro derivante dal versamento di un assegno, dall'effettuazione di un bonifico o dalla vendita di un titolo.

L’anatocismo bancario

Dietro il termine "anatocismo bancario" si nasconde un altro scherzetto praticato dalle banche fino a qualche anno fa. L’anatocismo è una prassi commerciale per cui il creditore che deve avere un tanto in quota capitale e un tanto in quota interessi, capitalizza i secondi, i quali, da quel momento, cominceranno a produrre interessi. Insomma, si tratta di interessi che producono interessi. La prassi non è vietata dalla legge italiana ma le banche erano riuscite a trovare il sistema - astuto quanto diabolico - per spremere il correntista oltre il livello, pur notevole, consentito dal codice civile. Sull’estratto conto del correntista vi è la parte in cui quest’ultimo deve avere una remunerazione dalla banca per i soldi in giacenza, sotto forma di un tasso di interesse concordato e una parte in cui egli deve dare dei soldi alla banca perché il conto è andato in rosso (cioè, la banca ha anticipato dei soldi al correntista). Ora le banche calcolavano e liquidavano una volta all'anno le remunerazioni da dare al correntista, mentre quelle da percepire erano calcolate e liquidate trimestralmente, in modo da poter essere capitalizzate quattro volte in un anno solare.

É chiaro che in questo modo, le banche riuscivano ad incassare una somma maggiore, perché attribuivano al correntista debitore gli interessi per un trimestre e da quel trimestre quegli interessi producevano altri interessi passivi, mentre quando si trattava di retribuire il correntista, gli interessi erano calcolati annualmente, senza possibilità di capitalizzarli. Questa scandalosa disparità di trattamento fra se stessi e il proprio cliente è stata giustamente vietata dalla legge. Oggi le banche devono calcolare e liquidare interessi passivi e attivi nello stesso periodo di tempo, sia esso trimestrale o annuale.

I furbetti del quartierino risiedono molto spesso nei consigli di amministrazione delle banche, nelle direzioni di filiale, sono assisi dietro una scrivania a dare consigli interessati alla propria clientela. Secondo alcuni studiosi dei mercati finanziari, il conflitto di interesse dei banchieri e dei propri dipendenti inficia alla base il lavoro di consulenza.

In altri termini, il consulente di una qualsiasi banca non sarebbe mai in grado di offrire un consiglio avendo come fine la sola massimizzazione dei guadagni del proprio cliente. E, di fronte alla scelta secca di far perdere soldi al cliente e incassare una lauta commissione e non guadagnare nulla per non danneggiare il cliente, il consulente sceglierebbe sempre la prima opzione. Ne sono una dimostrazione i continui interventi legislativi, come la recente legge Mifid del settembre del 2007, che recepisce nel nostro Paese una direttiva europea, che tendono a porre dei paletti all'azione informativa delle banche e delle società finanziarie in materia di investimenti.



Il popolo dei mutui

Il cittadino medio spesso instaura con la banca un rapporto organico che deriva dalla richiesta di un mutuo. Il mutuo è un prestito che la banca concede al cliente per l'acquisto di un immobile (in Italia circa l’86% delle famiglie è proprietaria della casa dove risiede). Con il mutuo la banca può solo guadagnarci e, come in tutte le operazioni che intrattiene, non corre alcun rischio. La somma data in prestito, infatti, è ampiamente assicurata dall'accensione di un’ipoteca per un valore doppio rispetto al capitale anticipato. Per questo motivo, le banche ben difficilmente anticipano un capitale superiore al 60% del valore dell'immobile, anche se ultimamente alcuni istituti di credito riescono ad anticipare circa l’80%.

Sui mutui la fantasia contrattuale delle banche si esprime al suo meglio. Già all'inizio, la scelta per il cliente è obbligata. Se le analisi di mercato danno come probabile un rialzo dei tassi di interesse, la banca offrirà al cliente solo mutui a tasso variabile, perché, in questo modo, potrà lucrare maggiori profitti con l’aumento dell'Euribor (un tasso interbancario al quale sono solitamente agganciati i mutui immobiliari).

Se invece le analisi inducono a ritenere che i tassi tenderanno a decrescere, allora la banca offrirà solo mutui a tasso fisso. Dirà proprio così: “In questo momento, non abbiamo mutui a tasso variabile”, come se fossero cassette di pomodori di cui momentaneamente è sprovvisto il magazzino! Il cliente girerà molti istituti e troverà più o meno le stesse condizioni, salvo qualche banca che offrirà un mutuo a tasso variabile ma con un tasso limite in alto e in basso, in modo tale che, anche in caso di discesa dei tassi al di sotto della soglia, gli interessi rimarranno fermi a quel livello. Insomma guadagno assicurato e rischio annullato.

Interessi e portabilità del mutuo. Dolori ancora maggiori il cliente subisce quando vuole estinguere il mutuo. Già il metodo di capitalizzazione utilizzato dalle banche è iniquo, perché si fonda sul cosiddetto “piano di ammortamento alla francese”. Senza voler entrare nei dettagli tecnici, basterà dire che questo tipo di ammortamento consente alla banca di incassare quasi interamente la maggior parte degli interessi verso la metà del periodo di finanziamento. In questo modo, il debitore non ha alcuna convenienza ad estinguere il mutuo prima della scadenza, perché avrà già pagato quasi tutti gli interessi. Oltre a ciò, prima dell'entrata in vigore del decreto sulle liberalizzazioni di Bersani, le banche facevano pagare pesanti penali a coloro che trasportavano il mutuo in qualche altro istituto di credito, limitando in questo modo, e in maniera pesante, la libera concorrenza. Con il decreto Bersani, queste penali sono state vietate ma molte banche non hanno rispettato la legge, dimostrando ancora una volta il loro potere.

Su tale materia l’Antitrust ha avviato 23 istruttorie per accertare gli ostacoli frapposti all'applicazione del decreto Bersani. Antonio Catricalà, presidente dell'Authority, nella sua relazione per il 2008, ha sottolineato che “nonostante la nostra tempestiva presa di posizione e nonostante un intervento della Banca d'Italia, molte banche si sono ostinatamente attardate in una prassi che noi riteniamo abusiva della legge che impone la portabilità dei mutui senza oneri per i risparmiatori”

Il cartello delle banche - Obiettivo: limitare la concorrenza

Spesso le banche sono state accusate di limitare la concorrenza o con accordi collusivi o con un vero e proprio cartello. Quest’ultimo è un’associazione fra produttori finalizzata a fissare prezzi e tariffe uguali in tutti i mercati ed è vietata dalla legge antitrust italiana del 1990.

Nel caso italiano, le regole di questo cartello sono contenute nelle cosiddette “Norme bancarie uniformi”, una sorta di codice civile parallelo che le banche hanno scritto a loro esclusiva convenienza, in base ad usi e tradizioni consolidate nel tempo, per regolare in modo uniforme i rapporti con la clientela.

Proprio quello che la libera concorrenza dovrebbe vietare. Ancora Catricalà usa parole di fuoco sul problema dei cartelli: “I cartelli non sono peccati veniali; sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche sul mercato: negli Stati Uniti sono considerati fatti criminosi, puniti con la prigione». Ma tutto può preoccupare le banche meno che gli urli alla luna di Autorità e associazioni dei consumatori.

Le azioni collettive dei consumatori nei confronti delle banche

Di fronte a questa situazione di chiara “asimmetria informativa” del sistema bancario rispetto alla propria clientela (le banche si sovrappongono agli interessi dei consumatori; perseguendo e imponendo soltanto i propri, anche grazie alla loro più approfondita conoscenza del mercato), l’attuale governo sta riuscendo a sminare quello che appariva come lo strumento più adatto in mano ai consumatori per cercare di limitare il potere bancario: le azioni collettive. Queste ultime, ben conosciute negli Usa (“class action”), consentono ad un gruppo anche molto numeroso di clienti di promuovere un’unica causa, con un risparmio enorme nei costi della lite o dell'eventuale transazione conclusiva.

Un vero pericolo per le banche. Già, perché in molti casi, i costi per un’azione legale superano quelli per il recupero del danno patito da un consumatore e questo induce molti clienti a rinunciare alla rivendicazione. Il governo ha deciso, senza motivazione, di posticipare l’entrata in vigore delle azioni collettive, già introdotta da una legge voluta dal governo Prodi, asserendo che è necessario studiarle meglio nella loro formula applicativa.

Il potere delle banche, ancora una volta, mostra la sua forza dissuasiva.  

di Fulvio Lo Cicero

7 agosto 2008 · Antonio Scognamiglio

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Stai leggendo Le banche, gioie e dolori del popolo dei mutui e delle carte revolving Autore Antonio Scognamiglio Articolo pubblicato il giorno 7 agosto 2008 Ultima modifica effettuata il giorno 22 gennaio 2017 Classificato nella categoria attualità e riflessioni del sito la comunità dei debitori e dei consumatori italiani.

Per porre una domanda sul tema trattato nell'articolo e visualizzare il form per l'inserimento, devi prima autenticarti cliccando qui. Potrai anche utilizzare le icone posizionate in basso nel pannello di registrazione, che ti consentiranno l'accesso diretto con un account Facebook, Google+ o Twitter.

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