Il consumatore, un animale allevato in cattività

Nel secolo XX, lo sviluppo della produzione, smisuratamente grande, pone l’esigenza dello smaltimento della stessa per la conservazione del sistema.

Si alimenta, dunque, subdolamente e con artificio, l’illusione che la felicità si identifichi con il benessere e che questo consista nel consumo di ogni sorta di beni e servizi. Si costruiscono cosi, le solide basi della nuova società, in cui certe modalità ossessive di consumo rappresentano una componente tanto rilevante da costituirne la connotazione essenziale.

La verità del consumo è che essa è in funzione non del godimento, bensì della produzione; mediante adeguati modelli consumistici e meccanismi psico-sociologici opportunamente predisposti e alimentati, l’organizzazione degli interessi costituiti, esercita un controllo repressivo non solo della coscienza ma anche dell’inconscio dell’uomo, producendo un perfetto homo consumans, funzionale alle esigenze del sistema, ovvero, un consumatore vorace, entusiasticamente prigioniero dell’unico imperativo categorico di questa tanto decantata civiltà: CONSUMARE.

I beni che si potrebbero definire di “consumo sociale”, trascendono la fruizione degli stessi e si impongono unicamente come segni di prestigio nella società della opulenza; questi consumi, infatti, costituiscono il criterio di determinazione della posizione sociale; lo status, quindi, lo strumento per raggiungerlo. Non si soddisfa, pertanto, alcun bisogno autentico, naturale. «Per molte cose – osserva Fromm – non c’è nemmeno l’intenzione ad usarle. Noi le acquistiamo per averle. Ci accontentiamo di un possesso inutile» .

Un eccesso di spesa, lo spreco, il superfluo, l’inutilità, persino la banalità, paradossalmente si tramutano nell’opposto, ovverosia. nella formazione di valore, nella differenza fra i vari gruppi sociali; sì crea un mondo fatuo, di suppellettili, ninnoli, gadgets, oggetti kitsh, che esalta i segni a detrimento del valore d’uso.

Il carattere di questi beni, invero, non è oggettivamente strumentale bensì finalistico. Si alimenta, infatti, un delirante feticismo, che sembra essere la vera ed unica religione di massa dell’uomo contemporaneo. Una nuova forma di iconolatria: “il culto dell’immagine”, il bisogno di “apparire”. E’ consequenziale, pertanto, che alcuni beni, assumono significato più nella sfera della competizione sociale che in quella del godimento che se ne può trarre.

L’ambizione più grande dell’uomo creato a immagine e somiglianza della cosiddetta civiltà dei consumi è di raggiungere un più alto tenore di vita rispetto ai suoi simili, dì superarli nella scalata allo status sociale più elevato, quindi, di ottenere il successo. Nella mancata realizzazione dì questo obiettivo l’uomo perderebbe la stima dì se stesso, essenziale per un rapporto più sereno con il proprio io. L’ostentazione persistente, questa competizione vorticosa sottopone l’uomo ad una tensione logorante, ad un’ansia e ad un’insicurezza continue.

Questa tendenza, di smanioso antagonismo pervasivo a tutti i livelli, favorisce l’imposizione di bisogni fìttizì. L’uomo, dunque, non avverte più solo l’impellenza della soddisfazione delle necessità fisiologiche così, come le naturali esigenze socioculturali, ma anche urgenze prima d’ora inesistenti.

Gli interessi organizzati, infatti, in nome della espansione produttiva e della tanto decantata crescita, fomentando nuovi sofisticati desideri e nuovi artificiosi bisogni, legano l’uomo alle catene di una nuova forma di schiavitù, imponendo una nuova condizione di suddito: IL CONSUMATORE.

All’interno di un aberrante processo dì costruzione di un mondo sempre più artificiale, si sostituisce la realtà con le fantasie stimolate dalla pubblicità e dai modelli imposti.

Un’altra illusione di cui è vittima il consumatore, questo povero animale allevato in cattività, è il radicato convincimento di soddisfare le proprie preferenze, nella più completa libertà dì scelta: in realtà egli è condizionato nei suoi acquisti, subissato sino all’istupidimento da sollecitazioni di ogni sorta che opprimono di fatto la sua indipendenza.

L’ampio ventaglio di soluzioni alternative, in continuo mutamento, che si offre, comporta la possibilità di cercarne una sempre più soddisfacente, per cui la fruizione è in ogni caso accompagnata dal dubbio che si sarebbe potuto ottenere una migliore opportunità e quindi, da un sentimento di insuccesso e di avvilimento.

Si deve anche considerare il senso di colpa per la spesa sopportata, soprattutto, per chi è in una condizione di dipendenza o è esposto alla critica (nel nucleo familiare per esempio. Chiunque, quando perde o spende del denaro, a qualunque categoria sociale appartenga, inqualche modo si sente depresso. Questa specie di depressione da depauperamento si accompagna sempre a un senso di colpa.

Lo stillicidio ossessivo, di messaggi pubblicitari e di marketing, sortisce una sorta di effetto ipnotico sugli individui che si lasciano passivamente controllare, per cui i mass – media, funzionali al sistema, divengono “uno strumento diabolico di un vergognoso traffico di coscienze.

L’individuo inoltre, resta impastoiato in una sterile omologazione il cui alleato principale è la moda. Questa assume un carattere vincolante nell’obbligo del rinnovamento che pone la stessa «obsolescenza comandata » sia per gli oggetti che per i soggetti. Ed il consumatore, finisce per non avere più una propria coscienza critica, un’autonomia di pensiero.

Il consumatore in definitiva, è un simulacro di uomo, menomato nelle sue facoltà, privo di autenticità e soprattutto di una sua propria volontà, sotto l’effetto di un potente narcotico.

L’uomo-consumatore, in una società dei consumi forzati e dei bisogni indotti, si considera investito del dovere di gioire, si considera come un’impresa di godimento e di soddisfazione. Ha il dovere di essere felice, innamorato, adulante/adulato, seducente/sedotto, impegnato, euforico e dinamico. Egli deve vigilare per mobilitare costantemente tutte le sue virtualità, tutte le sue capacità consumatrici., Ha l’imperativo di divertirsi, di sfruttare a fondo tutte le possibilità, di provare emozioni, di gioire, di gratificarsi.

In definitiva, tutto si riduce alla soddisfazione di consumare: questa è la tragica, ferale felicità dell’uomo di oggi.

28 Novembre 2007 · Antonio Scognamiglio

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Stai leggendo Il consumatore, un animale allevato in cattività Autore Antonio Scognamiglio Articolo pubblicato il giorno 28 Novembre 2007 Ultima modifica effettuata il giorno 22 Gennaio 2017 Classificato nella categoria attualità e riflessioni

Commenti e domande

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  • MAURIZIO 2 Dicembre 2007 at 11:34

    Rosicate perchè non potete permettervelo. Io possiedo un orologio da 40.000 euro, e allora? Non mi sento per questo un imbecille, anzi. L’apparenza è spesso sostanza. Io ho avuto successo nella vita grazie alle mie capacità, non mi ha regalato niente nessuno. Sono padrone della mia ditta di servizi e do da mangiare ad un sacco di gente. E quando mi gira mi piace comprare oggetti griffati dal costo sproporzionato. Sono questi che fanno la differenza rispetto alla gente comune. E non mi sento in colpa pensando ai bambini dell’Africa che con uno dei miei dieci telefonini potrebbero mangiare riso per mesi e sopravvivere. Sarò anche spietato, ma non mi sento in colpa. Bye

  • tramontana 1 Dicembre 2007 at 20:26

    “Il mondo va avanti solo a causa di quelli che si oppongono” Goethe

  • Giovanni 1 Dicembre 2007 at 20:17

    Per la . maggior parte degli individui la felicità sta nel poter disporre il più possibile di denaro per poter soddisfare i desideri a qualsiasi costo… anche quello di sacrificare, per i propri tornaconti, i più deboli. Oggi vige una morale,quella dell’interesse. solo così si può spiegare il perchè si trovino in commercio occhiali Luxottica a 7000 $, borse hermes a 140.000 $ ecc…ecc.

    SPENDO DUNQUE SONO ….

    Riflettiamo ….

  • c0cc0bill 1 Dicembre 2007 at 14:48

    Leggo di occhiali Luxottica a 7000 $, di borse hermes a 140.000 $ e non capisco. Ma se si vendono sarò io certamente il pazzo che non capisce una società che ritiene normale che un individuo, avendone la disponibilità, possa spendere simili cifre per una borsa o per un paio di occhiali. W la società dei consumi allora!!!! E così sia.

  • karalis 30 Novembre 2007 at 16:59

    Sono d’accordo con mezzapipa. Senza contare tutti quelli che non hanno certo bisogno di finanziamenti di credito al consumo per lasciarsi andare al consumismo più sfrenato ed imbecille.Mi riferisco a coloro che compreranno un paio dii occhiali Luxottica a 7000 dollari come riportato qui.

    Un made in Italy di cui non saprei andare fiera. Un messaggio emblematico del consumismo + abietto oppure, se vogliamo, una proposta commerciale degna delle migliore Vanna Marchi. E non saprei quale delle due ipotesi preferire …

  • mezzapipa 30 Novembre 2007 at 15:59

    “L’uomo-consumatore, in una società dei consumi forzati e dei bisogni indotti” —-carina questa frase, ma penso che con le traversie ecomiche che stanno attraversando la maggior parte delle persone sia sempre più difficile riuscire a indurre in tentazione.
    Quelli facilmente traviabili ormai sono iscritti nelle banche dati, un’altra parte non può accedere ai finanziamenti perchè non provvisto di busta paga,ai restanti non resta che piangere per cercare di sbarcare il lunario.
    Poveri noi