I limiti del microcredito dal punto di vista sociale ed economico

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Muhammad Yunus il banchiere dei poveri

Ospitiamo un interessantissimo articolo di James Surowiecki. La lettura è d’obbligo.

Concedere prestiti e combattere la povertà sono di solito due delle attività meno glamour che esistano. Ma messe insieme sono una novità che è diventata popolare e perfino chic. Quest’innovazione è il microcredito e consiste nel concedere piccoli prestiti a imprenditori poveri, di solito nei paesi in via di sviluppo.

L’idea è nata negli anni settanta, ma ultimamente sta catturando la fantasia di economisti, attivisti e banchieri. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 ” anno internazionale del microcredito”, il pioniere della microfinanza Muhammad Yunus ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2006, e personaggi famosi come Natalie Portman e industriali come Benetton sono diventati grandi sostenitori di questa iniziativa.

Anche le persone comuni possono partecipare al gioco: su siti come kiva.org chiunque può fare un microprestito.

Questa nuova moda si è tradotta in un fiume di denaro: tra il 2004 e il 2006 gli investimenti istituzionali e personali nella microfinanza sono più che raddoppiati raggiungendo i 4,4 miliardi di dollari e, secondo la Deutsche Bank, il volume totale dei prestiti è salito a 25 miliardi di dollari. Purtroppo questo slancio si è rivelato in parte un’illusione.

Non c’è dubbio che la microfinanza faccia un mondo di bene, ma ha anche dei limiti concreti. I microprestiti danno un po’ di sollievo agli individui in difficoltà, ma spesso non bastano per rendere più ricco un paese povero.

E il loro limite è proprio nel modo in cui funzionano. La visione idealizzata del microcredito è che tanti piccoli imprenditori possono usarlo per avviare o far crescere un’attività commerciale.

La realtà è più complicata.

I microprestiti vengono spesso usati per ” mantenere il livello di consumo”, aiutando chi ha ricevuto il prestito a tirare avanti nei momenti di crisi. Spesso sono anche utilizzati per coprire delle spese che non hanno niente a che fare con l’attività commerciale, come l’istruzione di un figlio. E spesso non sono usati per espandere un’attività o per assumere personale. In parte perché di solito i prestiti sono irrisori e il tasso di interesse può arrivare al 30 o al 40 per cento. Ma anche perché la maggior parte delle microimprese non prevede l’assunzione di personale. Hanno quasi tutte un unico dipendente: il loro proprietario. E questo è importante perché le imprese in grado di creare dei posti di lavoro sono l’unica speranza per un paese che cerca di lottare contro la povertà. Per far crescere l’economia servono grandi investimenti – per esempio, per costruire una fabbrica – e la capacità di sfruttare le economie di scala che rendono i lavoratori più produttivi e, quindi, più ricchi.

Gli evangelisti della microfinanza lasciano intendere che, in un mondo ideale, tutti dovrebbero avere una loro attività commerciale. “Siamo tutti imprenditori”, dice Muhammad Yunus. Ma nelle economie di successo non tutti lo sono: la maggior parte delle persone si guadagna da vivere lavorando per qualcun altro. Solo il 14 per cento degli americani, per esempio, gestisce (o cerca di gestire) un’impresa. Questa percentuale è molto più alta nei paesi in via di sviluppo: in Perù è quasi del 40 per cento. Non perché i peruviani abbiano più spirito imprenditoriale, ma perché non hanno altra scelta. La cosa di cui hanno più bisogno i paesi poveri, dunque, non è un maggior numero di microimprese. Hanno bisogno di più imprese medio-piccole, vale a dire più grandi di una bancarella che vende frutta, ma più piccole di una delle società che rientrano nella classifica di Fortune.

Nei paesi ricchi, le imprese di medie dimensioni creano più del 60 per cento dei posti di lavoro, ma nei paesi in via di sviluppo sono relativamente rare, a causa della mancanza di istituzioni in grado di fornire loro il capitale necessario. Per le grandi aziende dei paesi poveri è facile ottenere finanziamenti dal mercato e oggi, grazie al microcredito, anche le piccolissime imprese ci riescono. Per quelle che sono una via di mezzo, invece, è molto più difficile. Il problema è la mancanza di persone o istituzioni disposte non solo a concedere prestiti ma anche a investire in un’impresa rilevandone una quota. La microfinanza ha focalizzato l’attenzione sull’importanza dei prestiti, ma per una piccola azienda costretta a consumare profitti che potrebbero essere reinvestiti è difficile crescere solo con i prestiti bancari.

Per formare questa fascia intermedia di imprenditori sarà necessario che qualcuno abbia voglia di investire nelle imprese invece di limitarsi a prestare dei soldi. Sia dal punto di vista sociale sia da quello economico, i microprestiti fanno un mondo di bene, sono una micromagia. Ma sopravvalutare le loro potenzialità ci ha fatto trascurare le imprese che potrebbero compiere una macromagia.

Il mito dell’imprenditore che si è fatto da sé e che il boom del microcredito ha contribuito a rafforzare è affascinante. Pensare però che tutti siano imprenditori ci porta a sottovalutare i vantaggi delle imprese più grandi e del reddito garantito da un posto di lavoro fisso.

Senza dubbio, il modo migliore per uscire dalla povertà a volte è un prestito bancario. Ma spesso è qualcosa di molto più semplice: uno stipendio regolare.

di James Surowiecki Finanza in chiaro

20 Agosto 2008 · Antonio Scognamiglio

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