ECONOMIA USA: IL 2009 SARA’ PEGGIO DEL 2008?

di Alfonso Tuor

Anche la banca centrale statunitense lo ha confermato: questo 2009 sarà un anno di recessione nonostante il pacchetto di rilancio economico che il presidente eletto Obama sta preparando e nonostante il ricorso senza precendenti a strumenti di politica monetaria non tradizionali.

È quanto emerge dai verbali dell’ultima riunione del Comitato direttivo della Federal Reserve, in cui si legge che «l’economia americana dovrebbe contrarsi nel primo semestre di quest’anno in modo più forte di quanto finora previsto, la recessione dovrebbe fermarsi nella seconda metà dell’anno ed una lenta ripresa potrebbe cominciare a prendere forma l’anno prossimo».

La banca centrale americana prevede inoltre un rallentamento notevole dell’inflazione che potrebbe prolungarsi anche nel 2010 e non esclude l’ipotesi della deflazione, ossia una dinamica dei prezzi in diminuzione, come emerge da questa citazione: «L’inflazione potrebbe calare per un certo periodo di tempo al di sotto del livello giudicato conforme con la stabilità dei prezzi».

La Federal Reserve è perfettamente consapevole che questa è la più grave crisi economica dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Sa che gli 8.000 miliardi di dollari finora spesi per salvare il sistema bancario e finanziario americano sono stati unicamente un rattoppo nemmeno sufficiente per riportare la calma sul mercato monetario e su quello dei capitali, un rattoppo che non è riuscito a far riaprire i cordoni del credito alle banche americane.

È pure consapevole che il pacchetto fiscale da 750 miliardi di dollari di Obama è insufficiente per compensare la riduzione dei consumi delle famiglie e la forte contrazione degli investimenti delle imprese e che, quindi, potrà al massimo produrre un piccolo rimbalzo dell’economia per un trimestre.

Le grandi speranze riposte nel pacchetto fiscale di Obama appaiono infatti sempre più infondate. Strada facendo sono state notevolmente ridimensionate le intenzioni iniziali del presidente eletto di coniugare, grazie a un programma di grandi investimenti pubblici, l’obiettivo del rilancio dell’economia e quello del recupero dei ritardi infrastrutturali accumulati negli ultimi anni dagli Stati Uniti.

Anche per ottenere il consenso dell’opposizione repubblicana, sono stati privilegiati i tradizionali sgravi fiscali, cui verranno assegnati 300 miliardi di dollari, che nella situazione attuale appaiono totalmente inadeguati. Infatti le famiglie useranno questi sgravi prevalentemente per ridurre il loro indebitamento, mentre le imprese non avvieranno nuovi investimenti solo perché vi sono condizioni fiscali più favorevoli.

Quindi mentre il deficit federale americano è destinato a superare quest’anno i 1.000 miliardi di dollari, si può già dire che il grande pacchetto di Obama si rivelerà una grande occasione persa. Il 2009 sarà un anno di severa recessione che dovrebbe concludersi, secondo le stime degli economisti più accreditati, con una contrazione annuale del PIL americano addirittura superiore al 3,5%.

Ma la realtà potrebbe rivelarsi peggiore. Vi sono due grandi questioni irrisolte, di cui non vi è il minimo cenno nei verbali del Comitato direttivo della Fed: l’impatto della crisi economica su un sistema bancario americano già in stato comatoso e la disponibilità degli Stati stanieri a continuare a finanziare gli Stati Uniti e quindi ad evitare un crollo del dollaro.

Diversi istituti di ricerca indipendenti prevedono che le sofferenze dei crediti concessi dal sistema bancario americano raggiungeranno quest’anno i 1.600 miliardi di dollari, il 13% del totale dei crediti bancari che non sono stati ancora cartolarizzati, ossia che sono ancora nei bilanci delle banche, poiché non ancora impacchettati e trasformati in titoli da vendere sul mercato.

A queste perdite sono da aggiungere quelle dovute all’ulteriore svalutazione dei titoli tossici, che non sono come noto solo detenuti dalle banche americane, ma anche da quelle svizzere, europee e di altri Paesi. La crescita di queste sofferenze è dovuta al perdurare della crisi del mercato immobiliare (si prevede che i prezzi debbano ancora calare almeno del 20% rispetto agli attuali livelli), a perdite minime del 20% sui 1.400 miliardi di dollari di crediti al consumo, del 10% su un totale di 3.700 miliardi di dollari di crediti bancari non cartolarizzati concessi alle imprese americane e del 30% sui 170 miliardi di crediti concessi ai fondi Private Equity non ancora trasformati in titoli venduti sul mercato.

Vi sono inoltre le perdite che accuseranno banche, investitori istituzionali e privati americani e del resto del mondo che hanno acquistato titoli con cui è stata finanziata l’enorme bolla del credito statunitense.

Se è scontato che la Federal Reserve non permetterà il fallimento di alcuna banca americana di dimensioni rilevanti, come ha fatto recentemente concedendo 350 miliardi di garanzie a Citigroup, non è invece scontato che le dimensioni sempre più impressionanti degli interventi della Fed non comincino ad impensierire i Paesi che stanno continuando a finanziare gli Stati Uniti. Ciò è determinante per il tasso di cambio del dollaro: questa è la grande incognita del 2009.

Se gli altri Stati continueranno a finanziare gli Stati Uniti, si rivelererà corretta la previsione di deflazione formulata dagli stessi governatori della Federal Reserve. Se dovesse invece diminuire la disponibilità di asiatici ed arabi a sottoscrivere la crescente montagna di titoli pubblici americani, lo scenario economico cambierebbe radicalmente. Il crollo del tasso di cambio della valuta statunitense, combinato con l’enorme quantità di dollari che la Fed sta stampando, avrebbe conseguenze devastanti. Da uno scenario deflattivo si potrebbe passare in un battibaleno ad uno scenario di iperinflazione negli Stati Uniti.

Dunque il 2009 non si prospetta migliore dell’anno appena conclusosi anche perché sia gli interventi della Federal Reserve sia quelli previsti da Obama non sembrano cogliere che la soluzione della crisi non può che passare dal riconoscimento della bancarotta del sistema finanziario e dalla ricostruzione ex novo del sistema bancario. Il 2009 non solo rischia di essere peggiore del 2008, ma anche di risultare un altro anno perso se non verranno create le premesse per uscire veramente dalla crisi.

12 Gennaio 2009 · Antonio Scognamiglio

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Stai leggendo ECONOMIA USA: IL 2009 SARA’ PEGGIO DEL 2008? Autore Antonio Scognamiglio Articolo pubblicato il giorno 12 Gennaio 2009 Ultima modifica effettuata il giorno 19 Settembre 2017 Classificato nella categoria attualità e riflessioni

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