Truffa dei diamanti venduti dalle banche a prezzi gonfiati - Come riavere indietro il maltolto?

Come tanti altri sfortunati, anche io ho investito i risparmi di una vita, convinto da intermediari bancari disonesti, nell'acquisto di diamanti presso un noto istituto di credito: solo adesso la truffa è venuta alla luce e rivoglio indietro i miei soldi.

Come posso fare, se è possibile?

Nei giorni scorso gli agenti della Guardia di Finanza hanno eseguito un sequestro preventivo per oltre 700 milioni di euro a carico di due società e cinque banche: ciò, nell'ambito di un'inchiesta aperta dalla procura di Milano per i reati di truffa aggravata e autoriciclaggio sulla vendita di diamanti attraverso i canali bancari a prezzi superiori rispetto al loro valore.

Nell'inchiesta sono indagate una settantina di persone: le società coinvolte sono la Intermarket Diamond Business di Milano (IDB, fallita) e la Diamond Private Investment di Roma (DPI); le banche coinvolte sono il Banco Bpm, Banca Aletti, UniCredit, Intesa San Paolo e Monte dei Paschi.

L'inchiesta si riferisce a fatti che vanno dal 2012 al 2016, quando le società IDB e DPI avevano iniziato un'attività di vendita di diamanti attraverso alcune banche, come forma di investimento sicuro da speculazioni e oscillazioni di mercato.

Ma il prezzo delle pietre, secondo la procura, sarebbe stato gonfiato proprio con la complicità delle banche, che agivano da intermediarie e che promuovevano quegli stessi investimenti ai loro correntisti.

Gli accordi prevedevano formalmente che le banche mettessero semplicemente a disposizione nelle loro filiali il materiale pubblicitario delle due società: in realtà, secondo le indagini, i direttori e i consulenti finanziari avevano un ruolo attivo nel proporre ai clienti gli investimenti presentandoli in modo parziale, ingannevole e fuorviante.

I diamanti, venivano fatti apparire come un bene rifugio garantendo un rendimento costante annuo del 3-4% del capitale, molto più di un qualsiasi titolo di Stato.

Lo dimostravano, dicevano, le quotazioni di mercato stampate su un giornale economico, che però non erano che un listino prezzi (gonfiato rispetto ai valori reali) pubblicato a pagamento furbescamente sulle pagine dei titoli di Borsa.

Il valore dei diamanti era alla fine pari al 30-50 per cento del prezzo pagato dal cliente.

A questa base venivano aggiunte le commissioni per la banca, le coperture assicurative, i costi per la certificazione etica e gemmologica e una percentuale per la rivendita.

La non corrispondenza tra la somma pagata e il valore reale dell'investimento era quasi impossibile da scoprire, proprio perché i listini prezzi pubblicati a pagamento non corrispondevano alle quotazioni indicative di Rapaport e Idex, i listini internazionali dei diamanti riconosciuti in tutto il mondo e fissati una volta alla settimana.

Infine, per garantirsi la collaborazione dei dipendenti e dei dirigenti delle varie banche, Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment spendevano anche in viaggi, benefit o investivano in azioni delle stesse banche con cui lavoravano.

Questo ha fatto scattare, all'interno dell'inchiesta della procura di Milano, anche l'accusa di corruzione tra privati, autoriciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita.

Dopodiché, è scattata anche la multa Antitrust, con la conferma della sanzione da parte del TAR del Lazio.

Ora, molte associazioni dei consumatori e team di legali stanno proponendo un'enorme class action.

Il consiglio è di accodarsi e partecipare alla battaglia legale.

21 febbraio 2019 · Patrizio Oliva

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