Fallimento delle società in accomandita semplice ed escussione forzata del socio accomandante

Ero amministratore e socio accomandante di una sas aperta nel 1999 e messa in liquidazione nel 2009, a dicembre 2018 un dipendente ha chiesto il fallimento della stessa per incassare 4000 euro di liquidazione, quindi l’azienda viene dichiarata fallita dal tribunale per un debito con l’erario di circa 103 mila euro; da li avviene immediatamente il blocco del conto corrente personale con sequestro della somma esistente circa 850 euro del mio stipendio, successivamente dopo l’incontro con il curatore fallimentare (per avere da me tutte le informazioni possibili sulla società), vengo contattato dallo stesso in tarda serata il quale mi comunica che la mia vettura acquistata con finanziamento (del quale avrei pagato appena 4 rate) viene sequestrata e mi intima di consegnare chiavi e libretto la mattina successiva. Vorrei sapere se sta agendo a norma di legge considerando che mi ha bloccato il conto e tolto l’unico mezzo per andare a lavorare, di conseguenza non percepisco stipendio e non mi posso muovere autonomamente, posso fare qualcosa oppure e tutto nella normale procedura fallimentare? grazie

I soci accomandanti di una società in accomandita non possono compiere atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società: il socio accomandante che contravviene a tale divieto, svolgendo il ruolo di amministratore, assume responsabilità patrimoniale illimitata e solidale verso i terzi per tutte le obbligazioni sociali. Così dispone l’articolo 2320 del codice civile.

Alla luce di quanto sopra riportato, nessun rilievo di illegittimità può rilevarsi nell’attività di escussione del socio accomandante e amministratore avviata dal curatore fallimentare.

18 Gennaio 2019 · Lilla De Angelis

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