Cosa posso fare tra minaccia di azione esecutiva infondata ed impossibilità di poter disporre di un legale?

Nel 2009 chiedevo un prestito tramite dealer di Unicredit: il prestito viene concesso senza alcuna garanzia richiesta dopo che da Unicredit ha visto che sono dipendente pubblico (per euro 830 al mese in quel tempo). Ecco arrivare la prima sorpresa: il prestito viene erogato in tre tempi diversi, causando tre prestiti e tre rid. Su 830 euro su cui già attiva la cessione del V°, fido e prestito di Intesa (dove avevo il conto) con rid 70 euro, si aggiungono tre rid di Unicredit per euro 96 +70+161. Nessuna volontà di Unicredit a consolidare prestito e rid per loro problemi interni ma così non è stata rispettata la legge che prevede il non superamento del 35 % di trattenute sullo stipendio netto.

Da settembre 2011 non sono più riuscito a pagare i rid Unicredit; di 8.000 euro ricevuti avevo restituito euro 5.100 su lordo di euro 12.000 circa. Non sento nessuno, a parte le solite lettere (non A/R) e telefonate minatorie anche sul telefono aziendale, fino a giugno 2016 quando arriva la 1° busta verde A/R col decreto ingiuntivo da Danubio e Cerved che hanno proposto al Giudice.

Viene proposto al Giudice il recupero per la somma di euro 12.000 interi, non riconosciute da Unicredit euro 5.100 prelevate via rid dal mio conto, visibili sull'estratto conto mio e di Unicredit; delle due richieste fatte al Giudice, lo stesso ne concede una sola e tempo 40 giorni per la soluzione tra le parti o prelievo forzoso.

Non ricevo più alcuna comunicazione malgrado la mia volontà di offrire prima euro 5.000, poi 7.500 (un tot al mese ovviamente) che avrebbero valutato e fatto sapere. Ad aprile 2018 arriva la seconda busta verde A/R con riportato ‘copia e incollà il testo della precedente, esclusa la data di aprile 2018 e la somma che ora è di 14.225 euro. Non ho beni intestati tranne il solo stipendio; già attiva cessione del V°; nessun altro prestito in essere; nessun fido o prestito per segnalazione ‘sofferenzà ; anche se potessi chiudere a saldo e stralcio resta iscritta in sofferenze la quota di differenza non restituita.

Emerge un aspetto di truffa perchè in Banca d'Italia la somma reale non è 12.000 euro ma circa 8.000 euro (che devono essere dimostrati) e se aggiungiamo che si sono intascati già 5.100 euro via rid direi che la truffa c'è; oggi 10 maggio 2018 ricevo anche una gentile mail cui mi invitano a contattare una delle loro sedi per notizie che mi riguardano e proseguono con parole estremamente gentili (che mi sanno di falso).

Io non intendo contattare nessuno. Inoltre per legge dopo 90 giorni il decreto ingiuntivo, se tardivo o non avviato, risulta nullo e qui da giugno 2016 ad aprile 2018 sono trascorsi 22 mesi. Il peggio è che ciò è un aspetto nettamente civile ed io non ho un legale e non trovo nessun legale qui a Milano che mi dia un aiuto. Purtroppo con sole 1.000 euro mensili e bloccata ogni richiesta di prestiti mi diventa difficile dare 2.500 - 3.000 euro per intero ad un avvocato e non ho diritto al patrocinio gratuito.

Cosa posso fare? Mi devo preoccupare?

La soluzione migliore al suo problema sarebbe quella di affidarsi ad un serio avvocato che provasse a sbrogliare la matassa di prestiti con rate duplicate in cui è rimasto, suo malgrado, coinvolto e si opponesse alla serie di decreti ingiuntivi campati in aria.

Ma, preso atto che non può permettersi il lusso di farsi assistere da un legale di fiducia, allora l'unico modo per uscire da questa spirale perversa è quella di revocare tutte le disposizioni di addebito in conto corrente finalizzate al rimborso dei prestiti ottenuti.

In questo modo le rimarrà sul groppone una ritenuta del 20% destinata a servire la cessione del quinto (che essendo effettuata direttamente dal datore di lavoro non può essere revocata) ed un pignoramento del 20% dello stipendio, per tutti i prestiti in sospeso, se e quando i creditori originari o i cessionari del credito intervenuti successivamente, riterranno di procedere con azione esecutiva.

Qualsiasi sia il numero di creditori insoddisfatti che decidesse di agire, qualsiasi errore di quantificazione dell'importo dovuto potrà essere commesso dai creditore procedenti, qualsiasi duplicazione di rimboso dovesse essere avallata inconsapevolmente dal giudice adito, lei non pagherà un centesimo in più del 20% dello stipendio percepito al netto degli oneri fiscali e contributivi e al lordo della cessione del quinto in corso.

Certo, un eventuale indebito chiesto dai creditori, e concesso dal giudice nel decreto ingiuntivo, influirà sulla durata del pignoramento. Ma tant'è.

A questo proposito potrà esperire un tentativo di chiarimento in occasione della notifica dell'atto di pignoramento presso terzi che le potrà essere notificato e che dovrà contenere la citazione del debitore a comparire davanti al giudice competente, consegnando a quest'ultimo una memoria difensiva su quanto accaduto in questi anni (ma senza indulgere in valutazioni o commenti di natura personale).

11 maggio 2018 · Ludmilla Karadzic

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