Banca e Iva: non riesco più a pagare, cosa mi attende?

Da circa 5 mesi non riesco più a pagare il finanziamento preso con la banca per acquisto merce della mia ditta individuale: un finanziamento proposto dalla banca stessa per risanare i debiti che già avevo e mascherato da finanziamento scorte.

Ho saldato una parte di debiti ma alla fine non sono più riuscita a pagare il finanziamento stesso. Ho già ricevuto due lettera di diffida e la banca ha rifiutato un accordo transattivo per un rientro dilazionato della cifra. Debito totale circa 19 mila euro.

Ho accumulato molti debiti con l’iva, ho circa 12 rateizzazioni in corso di cartelle di agenzia entrate riscossione, ma non riesco più a pagare nelle date stabilite dalla rateizzazione.

MI sto facendo seguire da una società di consulenti che si occupa di ristrutturazione del debito e accordi per saldo e stralcio con le banche. Tramite loro ho sistemato diverse situazioni con i fornitori ma rimangono da affrontare la questione Banca e Equitalia.

Io al momento non dispongo più della liquidità necessaria per far fronte ad un rientro dei debiti, ho una bimba piccola, il lavoro è calato ed ho avuto innumerevoli problemi di salute che mi hanno tenuta lontana dal lavoro per circa 9 mesi.

Ora che ho ripreso tutto in mano fatturo poco e non riesco più a sopperire a tutto. L’avvocato che mi segue mi ha suggerito, per quanto riguarda la questione Banca, di attendere i termini per l’appostazione a sofferenza della mia posizione e poi andare a discutere con il recupero crediti un saldo e stralcio, proponendomi di accantonare in questo lasso di tempo la cifra necessaria (trattandosi di un piccolo debito, mi dice sia impossibile fare un saldo e stralcio rateale).

Anche se la cifra è poca, per me è impossibile da accantonare. Io sono sposata in separazione di beni. Ho una bimba piccola e ho una invalidità civile riconosciuta a seguito di malattia. Non posso guidare quindi non ho macchina.

Non ho case intestate, non ho beni intestati e niente che sia realmente pignorabile se non una scrivania e un pc. Non ho neppure soldi sul conto, quelli che mi entrano dal lavoro se ne vanno subito in pagamenti fornitori, bollette e eccetera.

Le carte di credito mi sono state revocate. Quello che vorrei sapere è questo: se lasciassi andare tutto come deve andare, sarebbe una buona idea? Quali sono le conseguenze di un mancato pagamento alla banca, di un mancato pagamento dell’iva e del fatto che l’ufficiale giudiziario non troverà niente?

Con la mia disabilità posso accedere ad un lavoro dipendente tramite categorie protette quindi avrei pensato di chiudere la partita iva e lavorare da dipendente per poi fare la cessione del quinto per i miei debiti.

Riuscirò ad avere una vita normale in questo caso oppure devo aspettarmi l’ufficiale giudiziario ogni mese in casa?

Io non so quale altra strada percorrere, mi sento affogata di debiti e non riesco, lavorando come una persona onesta, a sopperire a tutte queste situazioni e peraltro arrivare fino al saldo e stralcio mi comporta anche una parcella salata per l’avvocato che pago mensilmente per gestire la mia pratica.

Qualora decidesse di non pagare più nessuno e trovasse un lavoro da dipendente, i creditori potrebbero avviare il pignoramento dello stipendio: se tutti procedessero nei suoi confronti per recuperare i crediti vantati (la banca da una parte, per il prestito di ristrutturazione del debito, Agenzia delle Entrate Riscossione, dall’altra, per recuperare l’IVA) il suo stipendio subirebbe un prelievo, nella più sfortunata delle ipotesi, pari al 40% della retribuzione al netto degli oneri fiscali e contributivi.

Con il vantaggio, però, di non dover più pagare consulenti ed avvocati per avere risposte e proposte di soluzione al sovraindebitamento che un qualsiasi debitore di strada, che abbia fatto un minimo di gavetta, troverebbe da solo. In più, il pignoramento dello stipendio potrebbe costituire una soluzione imposta, ed oserei affermare anche vantaggiosa, di ristrutturazione del debito.

Anzi, se, prima del pignoramento dello stipendio, riuscisse ad ottenere un prestito dietro cessione del quinto (soldi da mettere in cascina, su un conto corrente fiduciario, per i tempi difficili e non per pagare i creditori) potrebbe addirittura limitare le trattenute complessive per il rimborso dei debiti – ordinari (banca) ed erariali (IVA riscossa da Agenzia delle Entrate Riscossione) – al 30% della retribuzione mensile netta, dal momento che, per legge, la somma dei prelievi per pignoramento dello stipendio e della rata finalizzata a servire il rimborso del prestito dietro cessione del quinto, non può superare la metà (il 50%) di quanto corrisposto al debitore dal datore di lavoro.

Qualora, invece, decidesse di non pagare più nessuno e non trovasse un lavoro da dipendente, il massimo che le potrebbe capitare è la visita dell’ufficiale giudiziario e/o le telefonate insistenti di addetti al recupero crediti.

Per le seconde basta una diffida o, al limite, una denuncia all’Autorità giudiziaria, per riuscire ad eliminare il problema, posto che il creditore non può perseguitare il debitore che dichiara di non avere risorse per rimborsare il debito. Al massimo può solo inviargli comunicazioni di diffida con raccomandata AR e poi avviare azione esecutiva giudiziale (decreto ingiuntivo) per ottenere il pignoramento dei beni del debitore. E, se quest’ultimo beni non ne ha, può solo pregare che il debitore vinca alla lotteria.

All’ufficiale giudiziario, invece, non si può sbattere la porta in faccia, come andrebbe fatto con un addetto al recupero crediti stragiudiziale che si permettesse di far visita al domicilio del debitore.

Tuttavia, bisogna sempre tener conto del fatto che il pignoramento presso la residenza, o il domicilio, del debitore (occasione in cui l’ufficiale giudiziario non può esimersi dal far visita al debitore e quest’ultimo non può opporsi alla visita) è azione esecutiva assai poco efficace (comporta spese certe per il creditore a fronte di un ritorno economico pressochè nullo) e viene avviata esclusivamente quando il creditore presume, ragionevolmente, di poter trovare in casa del debitore beni di valore (gioielli, oggetti di antiquariato, arredi di lusso, collezioni di oggetti rari, impianti tecnologicamente avanzati di home entertainment, eccetera). Altrimenti il creditore rischia di non vendere all’asta i mobili usati espropriati o, al massimo, racimolare solo qualche decina di euro (se va bene) con i quali il creditore non riuscirebbe nemmeno a pagarsi le spese legali per una simile impresa.

Per farla breve, la banca non può sperare di recuperare i suoi 19 mila e passa euro, pignorando i mobili presenti in una appartamento di un comune mortale: ma, anche se fosse, la custodia dei beni pignorati resterebbe comunque affidata al debitore sottoposto ad azione esecutiva, fino alla cessazioe di efficacia del pignoramento (il pignoramento perde efficacia quando dal suo compimento sono trascorsi novanta giorni senza che sia stata richiesta l’assegnazione o la vendita – articolo 497 del codice di procedura civile)

Per concludere le diamo un consiglio gratis: lasci perdere venditori di fumo ed azzeccagarbugli vari e segua le sue (buone) idee. Deve prendere atto che una fase della sua vita si è chiusa e ricominciare daccapo. Anche se strascichi del passato (ma non è certo) continueranno a riproporsi il 27 di ogni mese quando la sua busta paga verrà (probabilmente) decurtata per rimborsare i debiti pregressi.

18 Ottobre 2019 · Ludmilla Karadzic

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