Crisi dei mutui, retata a Wall Street

Sessanta persone arrestate e 406 incriminate: ha le proporzioni di una retata su Wall Street l’operazione coordinata dal ministero della Giustizia degli Stati Uniti e dall’Fbi nell’ambito dell’indagine sul fallimento dei fondi speculativi che ha innescato la crisi dei subprime.

L’Fbi ha annunciato di aver individuato 144 casi di frode legati ai mutui subprime, per un totale di 1 miliardo di dollari di perdite.

MANAGER BEAR STEARNS NEL MIRINO – Nel mirino delle autorità federali, fra gli altri, due ex manager di Bear Stearns, accusati di frode, complotto e insider trading. Ralph Cioffi e Matthew Tannin, rischiano ora decine di anni di carcere. Se le accuse verranno confermate Cioffi rischia fino a 40 anni di reclusione, mentre Tannin ne rischia 20 non pendendo su di lui l’accusa di insider trading.

Secondo indiscrezioni i due sarebbero stati messi in libertà su cauzione. Dalle indagini sarebbe infatti emerso che i due ex manager erano perfettamente al corrente del cattivo stato di salute dei fondi, anche se pubblicamente affermavano il contrario rassicurando e allo stesso tempo ingannando gli investitori.

A inchiodare Cioffi e Tannin i due sarebbe uno scambio di e-mail: Tannin dal suo indirizzo di posta elettronica privato proponeva a Ciotti di discutere della chiusura degli hedge fund. Proposta che Cioffi accettava invitandolo nella sua casa in New Jersey. Ambedue erano a conoscenza delle difficoltà dei fondi ma, nonostante questo, quattro giorni dopo, nel corso di una conference call, Cioffi, pur dichiarando che i risultati dei fondi speculativi erano in calo, constatava apertamente che non c’erano problemi di liquidità e che il portafoglio titoli era solido.

L’INDAGINE – Cioffi e Tannin a parte, la lista delle persone coinvolte è lunga: le autorità hanno incriminato 406 persone e arrestato altre 60.

Il fallimento dei fondi è costato agli investitori 1,6 miliardi di dollari. Nell’illustrare i risultati preliminari dell’indagine e spiegare le motivazioni alla base dell’arresto di Cioffi e Tannin, le autorità hanno sottolineato che «gli arresti degli ex manager di Bear Stearns forniscono la magnitudine e la grossolanità della loro cattiva condotta. Hanno gravemente violato la fiducia pubblica», tradendo gli investitori che regolarmente non venivano messi al corrente dell’andamento reale dei propri investimenti.

19 Giugno 2008 · Patrizio Oliva

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Stai leggendo Crisi dei mutui, retata a Wall Street Autore Patrizio Oliva Articolo pubblicato il giorno 19 Giugno 2008 Ultima modifica effettuata il giorno 22 Gennaio 2017 Classificato nella categoria attualità gossip politica

Commenti e domande

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  • Francesco Semprini & Nouriel Roubini 22 Giugno 2008 at 16:51

    La frammentazione dei controlli e della disciplina che governano banche e istituti finanziari aumenta i rischi e favorisce operazioni fraudolente come quelle compiute da centinaia di manager e gestori in tutti gli Stati Uniti». A dichiararlo è Nouriel Roubini, già consulente del Tesoro, docente di Economia della New York University, e tra i saggi intervenuti al vertice di Davos e al simposio Ambrosetti di Cernobbio.

    Era prevedibile un fenomeno di tale ampiezza?
    Quanto successo non mi meraviglia, non si tratta della prima né sarà l’ultima volta. Del resto l’America, e non solo essa, ci ha già riservato sorprese del genere, basti pensare allo scandalo Enron, o in Italia all’affare Parmalat.

    E’ colpa della mancanza di controlli?
    Nel caso dei manager di Bear Stearns parliamo di fondi speculativi ovvero di operatori che hanno una regolamentazione molto limitata e in alcuni casi le attività per la loro stessa natura sono quasi completamente fuori controllo. Nel caso dei “subprime” così come dei mutui in generale e dell’intero sistema di cartolarizzazione del credito parlerei invece di sottovalutazione del rischio da parte di erogatori di mutui, ma anche di negligenza delle banche. Non dimentichiamo che Citigroup ha accumulato svalutazioni per 14 miliardi di dollari, Bear Stearns ha chiuso i battenti e le altre società di Wall Street svalutano a rotta di collo. Questo è conseguenza di una regolamentazione non appropriata e di una scarsa attenzione degli organi di supervisione e controllo. Ovviamente lacune di questo genere favoriscono piani criminali come quelli scoperti dall’Fbi.

    Chi è maggiormente responsabile?
    La responsabilità è diffusa. Ci sono gli erogatori di mutui che concedono prestiti con troppa facilità, le agenzie di rating che elargiscono triple A (il massimo giudizio nella scala del credito, ndr.) con leggerezza sottovalutando il reale rischio associato a certi prodotti finanziari pur di tenersi buoni i clienti. Ma c’è anche la complicità delle banche che si sottraggono ai controlli, mentre dal punto di vista della regolamentazione c’è troppa frammentazione.

    Serve un maggiore accentramento di poteri alla Fed quindi?
    Può darsi, ma quello ancor più importante è che gli operatori finanziari siano soggetti a stessa regolamentazione e rispondano ad un unico ente di controllo.

    I prodotti derivati che ruolo hanno avuto?
    Sono nati per ammortizzare il rischio ma se non opportunamente regolamentati dal punto di vista della trasparenza si prestano a creare confusione o ad essere ignari complici di frodi.

    Tutto questo avrà un impatto sull’economia?
    L’economia americana è già in una fase di recessione causata dalla crisi del mercato creditizio e dalla generale contrazione di liquidità del sistema finanziario. Di certo 300 arresti e 400 casi di frode non fanno bene agli equilibri del Paese da un punto di vista economico e sociale perché alimentano la sfiducia nei confronti delle istituzioni da parte dei risparmiatori.

    Come è possibile evitare che i cittadini paghino le conseguenze?
    E’ in discussione un progetto di legge al Congresso che rafforza le tutele nei confronti di chi rischia di perdere la propria casa. Mi sembra un passo nella giusta direzione.

    I Paesi europei corrono rischi del genere?
    Dipende. In Italia ad esempio l’esposizione delle banche è molto più limitata e questo rende meno probabile collassi sul modello Bear Stearns e da un punto di vista criminale meno facile compiere frodi come quella sui mutui americani.

  • Elio Lannutti 21 Giugno 2008 at 16:47

    Come fanno i banchieri ad affermare che le rate sono gestibili?

    Dal 2005 ad oggi le rate sono aumentate in media del 55%. Insomma chi pagava 700 euro al mese, oggi paga 1.135 euro. L’amministratore delegato di una primaria banca ha ancora una volta gettato acqua sul fuoco della crisi dei sub-prime e derivati, nascondendo la testa sotto la sabbia e affermando che la situazione in Italia e’ sotto controllo per la virtuosita’ delle banche italiane nella gestione del credito. Ma, se e’ vero che gestire una situazione di tassi raddoppiati per coloro che hanno buoni redditi, e’ agevole; e’ altrettanto vero che per 3,2 milioni di famiglie che si sono indebitate a tasso variabile per i cattivi consigli delle banche, non e’ una passeggiata riuscire a sostenere aumenti di rate in media del 55% ,come dimostrano le insolvenze e le procedure esecutive nei tribunali, aumentati in media non del 2 ma del 25%.

  • Corrado Passera 21 Giugno 2008 at 16:43

    Che la crisi dei mutui non fosse ancora finita lo dicevano tutti e così sta succedendo. E’ una crisi finanziaria che viene da cattive practice, soprattutto nel mondo anglosassone. L’Europa continentale e in particolare l’Italia ci sta passando attraverso un po’ più indenne rispetto ad altri paesi grazie alla scelta di prudenza che sia le banche che le autorità di vigilanza hanno seguito in questi anni.

    Certamente la crisi dei mutui subprime aggrava negli i Stati Uniti la crisi economica e ha ripercussioni sulla crescita mondiale. Fortunatamente, molte economie stanno continuando a cresce e questo in parte compensa.

    La Bce sta seguendo con grande coerenza la sua politica e quindi è lei che decide i tassi. Anche da questo punto di vista l’Italia si colloca abbastanza bene. Se guardiamo alle sofferenze, cioè a chi ha difficoltà a pagare un mutuo, stiamo sotto il 2%. Se guardiamo al rapporto tra le garanzie e il valore dei mutui stiamo parlando di rapporti assolutamente fisiologici e sani. Se guardiamo mediamente a quanto le rate dei mutui incidono sugli stipendi delle famiglie siamo a livelli assolutamente gestibili.

  • Maurizio Molinari 21 Giugno 2008 at 09:42

    Diciannove grandi società di mutui, da Bear Stearn a Countrywide, sono al centro della tela del «Mutuo Maligno» che il direttore dell’Fbi Robert Mueller e il vice ministro della Giustizia Mark Flip stanno tentando di smantellare. La lista completa dei 19 giganti finanziari è protetta dal segreto istruttorio ma dentro ci sono banche, hedge fund e società immobiliari i cui nomi spuntano dal setaccio di 53 mila denunce di sospette frodi avvenute nel 2007 nei dieci «Fraud Hotspots» – centri di concentrazione di truffe – che coincidono con gli Stati più ricchi: dal Texas alla Florida, da New York alla California. Si tratta di truffe che spesso sono legate al riciclaggio di danaro ma ciò che più sorprende sono i tanti volti comuni del «Mutuo Maligno»: persone che si sono trovate nella condizione di approfittarsi del prossimo e lo hanno fatto senza troppi complimenti.

    Matrimonio di lusso
    Il Mayflower è uno dei alberghi per vip di Washington, i Clinton e i Cheney amano organizzarvi le cene e Joy Jackson voleva celebrarvi un sontuoso matrimonio con 360 invitati. Ma le mancavano i soldi, così la Jackson, titolare del Metropolitan Money Store di Lanham in Maryland, inventò assieme al futuro marito Kurt Fordham uno schema finanziario non troppo ingegnoso: i clienti versavano le rate dei mutui ma loro anziché girarle ai legittimi destinatari le adoperavano per comprarsi pellicce, case e macchine sportive. Fino alle nozze di lusso: aragosta nel menù, champagne a volontà e spettacolo con la cantante Patti LaBelle per una spesa totale di circa 800 mila dollari. Ora sono entrambi agli arresti in North Carolina, assieme a sei soci.

    Truffa a Beverly Hills
    Joseph Babajian e Kyle Grasso erano noti per essere due stelle del mercato immobiliare più ricco della California. Tutti si fidavano di loro e gli davano denaro in cambio di promesse di abitare in case da capogiro. La truffa è venuta quasi naturale: gonfiando il valore delle case che trattavano nelle enclaves per ricchi sono arrivati ad accumulare 142 milioni di dollari. Pensavano di farla franca perché sicuri del fatto che i ricchi non prestano attenzione a come e quanto spendono. Ad ottobre saranno processati.

    Fuga a Samoa
    Chales Elliott Fitzgerald e Mark Alan Abrams ingannavano le società che concedevano i mutui incassandoli di persona a nome di inesistenti clienti, senza curarsi poi di versare le rate. Dal 1999 al 2003 si misero in tasca 5 milioni di dollari. Poi Fitzgerald se ne andò nell’arcipelago di Samoa, nel Pacifico, pensando di sfuggire per sempre alla giustizia. Ma adesso l’Fbi lo ha trovato.

    Clienti inventati
    A Detroit la truffa più frequente ruotava attorno ad una falsa valutazione della casa. L’agente immobiliare si metteva d’accordo con il proprietario per valutare l’immobile da vendere ben al di sopra dei prezzi di mercato, poi portava un «acquirente-pollo» al quale un altro broker connivente aveva fatto avere un mutuo agevolato per la cifra in eccesso. Alla fine erano i due brokers a dividersi il provento della truffa, con la connivenza del proprietario contento di aver venduto la casa al 20 o 30 per cento in più del valore. La gang dei broker truffatori moltiplicava gli affari inventando i clienti, dopo essersi impossessata illegalmente dei loro dati anagrafici e finanziari.

    La truffa dei prezzi alti
    In Arizona un gruppo di broker guidato da Lakisha Al Saadi ha incassato 100 milioni di dollari grazie ad un sistema di valutazioni in eccesso che garantivano profitti in nero. I coinvolti sono una quarantina e le dimensioni del patrimonio immobiliare sono tali da aver alterato, secondo l’Fbi, i prezzi di mercato. Facevano lievitare i prezzi per aumentare a dismisura le commissioni.

    Mutui senza rate
    Nella città che fu di Al Capone il gangster di cui si parla è Bobby Brown jr riuscito ad ottenere prestiti su 183 case in Illinois, Nevada e California che hanno fatto perdere alle società di mutuo almeno 24 milioni di dollari. Brown individuava dei compratori, gli diceva che avrebbero acquistato le case senza pagare perché l’affitto avrebbe coperto le spesa dei mutui ed una volta ottenuti i loro dati, li sfruttava per avere ingenti prestiti bancari che svanivano nel nulla.

  • A.Fr. 20 Giugno 2008 at 22:13

    La crisi dei mercati finanziari innescata dal terremoto dei mutui subprime è lontana dalla fine. Ne è convinta la maggioranza dei manager di hedge fund, riuniti al Gaim International Conference di Monaco (il più importante evento internazionale del settore). L’80% di loro, si è detto sicuro che la tendenza al ribasso delle Borse mondiali continuerà ancora a lungo. Un quarto pensa addirittura che la situazione peggiorerà significativamente. «Non abbiamo ancora toccato il fondo». Questo in sintesi il parere di molti analisti.

    Dopo un periodo di relativa calma quindi, tornano a farsi strada previsioni negative sull’andamento dei mercati. Il sentore lo si è avuto questa settimana con la pubblicazione di un rapporto di Royal Bank of Scotland, che ha rilanciato l’allarme rosso. «Abbiamo davanti a noi un periodo veramente difficile – ha scritto mercoledì Bob Janjuah credit strategist di Rbs – gli investitori stiano pronti». Stando al report, l’indice S&P 500 potrebbe cedere oltre 300 punti entro il mese di settembre.

    «Verranno al pettine tutti i nodi nati dalle politiche del credito super espansive e dagli altri eccessi del boom dell’economia mondiale», hanno scritto gli analisti britannici. E anche le politiche anti-inflazionistiche delle banche centrali, che nell’ultimo mese hanno annunciato aumenti dei tassi, presenteranno il conto ai mercati finanziari.

  • AGI 20 Giugno 2008 at 15:22

    Sarebbero schiaccianti le prove a carico dei due ex manager della Bear Stearns finiti in manette – insieme ad altre decine di persone – nella maxi indagine dell’Fbi sulle frodi subprime che sono costate a Wall Street un miliardo di dollari di perdite. Lo ha rivelato l’ex procuratore federale William Mateja, intervistato da Bloomberg, secondo cui i due avrebbero mentito sulla liquidita’ e sugli investimenti nei due fondi da loro gestiti, crollati a giugno 2007, che hanno dato il via alla crisi mondiale. Ieri il Dipartimento di giustizia e l’Fbi hanno annunciato che nell’ambito dell’ indagine ‘mutui maligni’ sono state incriminate da marzo 406 persone e circa 300 sono finite agli arresti, 60 solo l’altroieri. Nel corso di una conferenza stampa il direttore dell’Fbi, Robet Muller, ha rivelato poi che sarebbero 19 le grandi societa’ finanziarie sotto inchiesta. Tornando ai due manager di Bear Stearns, nel dettaglio, a inchiodare Ralph Cioffi e Matthew Tannin sarebbe stato uno scambio di e-mail – gia’ avviato dalla primavera del 2007 – che dimostra come i due manager fossero a conoscenza del cattivo stato di salute del mercato subprime pur affermando pubblicamente il contrario. “Il mercato dei subprime e’ un vero schifo – scriveva in un e-mail Tannin a Cioffi – Se riteniamo che il rapporto dei cdo (collateralized debt obligations) e’ in ogni sua parte accurato penso che dovremmo chiudere i fondi ora. La ragione e’ che se il rapporto cdo e’ corretto allora l’intero mercato dei subprime sta crollando”. Il documento a cui si fa riferimento nel testo e’ stato uno dei primi a lanciare l’allarme sulla crisi che sarebbe scoppiata durante l’estate. I due manager sono accusati di cospirazione e frode e per Cioffi e’ scattata anche l’accusa di insider trading: avrebbe trasferito 2 dei 6 milioni di dollari dei suoi investimenti nei due hedge fund su un altro fondo. Entrambi infatti avevano fatto credere agli investitori che i due fondi sarebbero stati fonte di guadagno sicuro e stabile senza rivelare invece che erano a rischio crack. Secondo gli avvocati i loro clienti sarebbero pero’ solo un capro espiatorio perche’ il governo ha voluto trovare in loro i responsabili di una crisi di portata mondiale.

  • David Rubenstein 20 Giugno 2008 at 08:22

    Se avessero chiamato i subprime con il loro vero nome, titoli inaffidabili, adesso le banche tedesche non si troverebbero con miliardi di perdite

    Subprime, letteralmente «appena sotto il meglio»: così negli ultimi anni sono stati chiamati i mutui che non rispondono ai criteri minimi seguiti dalle agenzie semi-pubbliche Fannie Mae e Freddie Mac. Quei mutui venivano dati a famiglie senza garanzie, salario o storia creditizia. Ma l’intermediario non se ne preoccupava: cedeva subito il suo credito sul mercato, sotto forma di titolo.

  • redazione la voce 20 Giugno 2008 at 08:11

    Che cosa c’è alla base delle crisi finanziarie? Una cosa molto semplice, che può essere riassunta in poche parole: si tende a scommettere più facilmente con il denaro degli altri che con il proprio.

    Il ragionamento tipico di un gestore di fondi di investimento o innovatore finanziario è: “Se vinco, il mio profitto sarà proporzionale alle vendite lorde che ho prodotto. Se perdo, sarò licenziato e forse perderò la mia reputazione”. Se va avanti nel ragionamento, il gestore si accorge che i lati negativi si limitano al licenziamento, mentre quelli positivi non hanno limiti. L’asimmetria tra guadagni e perdite incoraggia l’audacia: una volta superata una certa soglia di rischio, il gestore finanziario che piazza scommesse con i soldi degli altri, ignora il pericolo. Dal punto di vista sociale, il problema nasce della divergenza degli incentivi. Anche se l’intermediario è consapevole che potrebbe ricavarne una notevole perdita personale, questa non sarà mai comparabile alle perdite inflitte ai risparmiatori.

    LA FINANZA DI PANGLOSS

    Questa semplice regola – i profitti sono miei (almeno in parte), mentre le perdite sono di altri – ci permette di capire il “meraviglioso mondo della finanza”. Il gestore vive in un mondo di valori “panglossiani”, per utilizzare un’espressione di Paul Krugman: proprio come il personaggio di Voltaire, l’investitore vede soltanto il lato positivo dell’affare e non prende in considerazioni i rischi, non per negligenza, ma razionalmente. È un meccanismo che spiega le crisi del debito sovrano degli ultimi quaranta anni. (1) E può aiutarci a comprendere la crisi dei subprime dello scorso anno.

    I principi panglossiani spiegano perché per la finanza sia necessaria una regolamentazione. Le regole prudenziali fissano un rapporto minimo tra capitale delle banche e ammontare dei loro investimenti. L’idea è di obbligarle ad avere sempre la liquidità necessaria per pagare, e dunque per anticipare, le potenziali perdite. Viceversa, la crisi dei subprime dimostra come funzionano le cose quando attraverso vari artifici gli intermediari finanziari riescono a liberarsi dei vincoli della regolamentazione.

    All’origine della crisi dei subprime c’è una brillante innovazione. Per offrire crediti immobiliari a tassi interessanti a un pubblico più ampio di investitori, gli ingegneri di Wall Street hanno avuto l’idea di suddividere i portafogli con attività ipotecarie in diverse tranche: le tranche di più elevata qualità sono pagate per prime, seguite da quelle di medio livello, mentre le tranche di livello più basso sopportano il rischio di un eventuale fallimento. Si costruisce così un ventaglio di attività diversificate, che attraggono vaste categorie di investitori: fondi pensione per le tranche a livello più elevato e fondi speculativi per le attività di rischio.

    L’invenzione, realizzata nel 1983 da una consociata della General Electric, era inizialmente rivolta ai normali mutuatari. Nonostante una prima crisi nel 1994, la tecnica decolla nel 2000, rendendo possibile l’allargamento della platea di famiglie che possono accedere a prestiti ipotecari: grazie agli ormai famosi subprime, anche le classi sociali più svantaggiate possono finalmente acquistare una casa a credito. ÈWall Street che va in soccorso di Harlem con i prestiti “ninja”, dall’inglese “no job, no income, no assets”, ovvero nessun reddito, nessun lavoro, nessuna garanzia.

    LA PRIMA FASE

    Il crollo del sistema dei subprime si dipana in diverse fasi, ognuna delle quali rivela la visione panglossiana degli intermediari finanziari. A monte della crisi, un fatto è diventato presto chiaro: la qualità di ipoteche così estese si è profondamente deteriorata, anche tenendo conto della nuova clientela per la quale erano pensate. L’affidabilità sotto il profilo del credito dei clienti è stata sistematicamente sovrastimata dagli intermediari responsabili della concessione dei mutui ipotecari. La causa del deterioramento è evidente. Un tempo, con la vecchia scuola del prestito bancario, gli emittenti di un prestito era anche coloro che successivamente lo incassavano, e dunque avevano un incentivo a valutare correttamente l’affidabilità del cliente. Con l’avvento della cartolarizzazione dei prestiti, l’agente che emette il prestito lo rivende immediatamente sui mercati finanziari. Gli incentivi sono completamente cambiati: ciò che conta è moltiplicare i numeri, non valutare la qualità del cliente.

    LA FASE DUE

    Ma questo è solo il primo piano del castello di carte, il secondo è la leggerezza delle banche stesse. Per approfittare al massimo delle nuove opportunità nei prestiti ipotecari, le banche hanno creato nuovi strumenti fuori-bilancio, i “veicoli strutturati di investimento”, i famigerati Siv. Immettendo le nuove attività in questi strumenti ad hoc, le banche si sono liberate delle regole prudenziali e hanno potuto sfruttare la leva finanziaria per finanziare operazioni a credito assai redditizie, senza dover ricorrere al proprio capitale. La macchina delle scommesse con il denaro altrui si è così messa in moto.

    La crisi iniziata nell’estate 2007 ha rivelato l’ampiezza del fenomeno: le perdite vanno dai 422 miliardi di dollari indicati dall’Oecd ai 945 miliardi dell’Fmi. Qualunque sia la cifra finale, che dipende dell’evoluzione della crisi, siamo in presenza di un effetto di “leverage” al contrario, quello che a Wall Stret chiamano appunto “deleveraging”. Le banche sono costrette a ridurre il volume dei prestiti, (ri)proporzionandolo al capitale, proprio nel momento in cui questo si riduce a causa delle perdite. Diventa perciò inevitabile una contrazione del credito, che generalmente porta alla recessione.

    LA FASE TRE

    E siamo così al terzo piano del castello di carte: la bolla immobiliare. Il denaro facile degli anni Duemila ha provocato un’esplosione dei prezzi delle attività, e in particolare di quelli immobiliari, che ha permesso alle famiglie americane di vivere acredito. Un sistema estremamente lassista ha fatto sì che il loro debito aumentasse progressivamente via via che cresceva il valore delle proprietà immobiliari. Tutto va bene finché i prezzi salgono, quando invece i prezzi cadono, le famiglie il cui mutuo eccede il valore della casa possono chiedere o essere costrette al fallimento.

    LA FASE QUATTRO

    Entra di nuovo in scena il ragionamento panglossiano, ma questa volta a farlo è chi chiede il prestito. Le famiglie più fortemente indebitate hanno un incentivo a scommettere sul protrarsi della crescita, ignorando il rischio di un rovesciamento del mercato. E il rischio maggiore è nell’andare avanti a farlo. Negli Stati Uniti, la caduta nel prezzo delle case ora ha raggiunto un tasso annuale medio del 10 per cento. Si è avviato un circolo vizioso: la riduzione dei prezzi obbliga le famiglie a dichiarare bancarotta, il che porta le banche a mettere all’asta le case non pagate, con un’ulteriore riduzione dei prezzi. Molte di quelle stesse famiglie, poi, hanno preso in prestito altro denaro per acquistare automobili, hanno utilizzato in maniera disinvolta la carta di credito e così via: il “deleveraging” delle famiglie più deboli potrebbe diffondere la crisi ben al di là dei mutui.

    Quello che il denaro facile ci ha dato negli anni Duemila, ci sarà tolto dalla stretta creditizia dei prossimi anni. È iniziato il “deleveraging” a tutti i livelli: per le banche, per le istituzioni finanziarie, come i fondi speculativi e le società di private equity, che hanno utilizzato la leva finanziaria fino all’estremo, per le famiglie stesse. Èil disincanto verso il mondo della finanza? Senza dubbio. Fino alla prossima volta.

    (1) Cohen, Daniel e Sebastien Villemot (2008). “Self fulfilling and self enforcing debt crises” Cepr, Discussion Paper 6718.

  • redazione La Repubblica 19 Giugno 2008 at 23:08

    La crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti sta per arrivare nelle aule dei tribunali. Centinaia di persone sono state arrestate ieri nel corso di un’operazione della polizia federale Usa. I funzionari del Dipartimento alla Giustizia hanno reso noto che oltre 400 persone sono finite sotto accusa, e di queste circa 300 sono state imprigionate in diverse città Usa, tra le quali Chicago, Dallas e Miami. In manette anche due ex manager di Bear Stearns. Tra gli indagati ci sono operatori del mercato finanziario, agenti immobiliari, avvocati e anche persone che hanno ottenuto prestiti senza averne le credenziali.

    “Il dipartimento della Giustizia – ha spiegato il viceprocuratore federale Mark Filip in una conferenza stampa a Washington – è determinato a portare alla luce e punire le frodi sui mutui, per contribuire a riportare la stabilità e la fiducia nel nostro mercato immobiliare e in quello del credito”.

    Le indagini del Fbi e del dipartimento della Giustizia sui casi di frode che hanno determinato perdite per un miliardo di dollari sono iniziate il primo marzo scorso. La maggior parte degli arresti è stata compiuta ieri. Contemporaneamente, in seguito alle indagini di un altro giudice federale, di Brooklyn, sono stati arrestati due ex manager di Bear Stearns, Ralph Ciotti e Matthew Tannin: sono accusati di frode, complotto e insider trading. Il fallimento dei fondi speculativi sui quali avevano fondato la fortuna della loro società, accese la miccia della crisi subprime.

    Su Ciotti e Tannin pesa l’accusa di inganno a scapito degli investitori: dalle indagini sarebbe infatti emerso che i due ex manager erano perfettamente al corrente del cattivo stato di salute dei fondi, anche se pubblicamente affermavano il contrario rassicurando e allo stesso tempo ingannando gli investitori. A inchiodare Ciotti e Tannin sarebbe uno scambio di e-mail, dalle quali emergeva che ambedue erano a conoscenza delle difficoltà dei fondi. Eppure, nonostante questo, nel corso di una conference call tenuta qualche giorno dopo l’invio delle email, Ciotti, pur dichiarando che i risultati dei fondi speculativi erano in calo, constatava apertamente che non c’erano problemi di liquidità e che il portafoglio titoli era solido. Il fallimento dei fondi è costato agli investitori 1,6 miliardi di dollari.

    Nell’illustrare i risultati preliminari dell’indagine e spiegare le motivazioni alla base dell’arresto di Ciotti e Tannin, le autorità hanno sottolineato che “gli arresti degli ex manager di Bear Stearns forniscono la magnitudine e la grossolanità della loro cattiva condotta. Hanno gravemente violato la fiducia pubblica”, tradendo gli investitori che regolarmente non venivano messi al corrente dell’andamento reale dei propri investimenti. Gli avvocati dei due arrestati sostengono al contrario che i loro clienti sono vittime della crisi finanziaria, e hanno operato correttamente.

    Questo della Bear Stearns dovrebbe essere solo il primo di una lunga serie di incriminazioni legate a casi collegati alla crisi dei mutui. Le indagini pendenti sono circa 1400. L’esplosione della crisi ha fatto perdere la casa acquistata con il mutuo a centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti.