Chi è Pietro Ichino

Pietro Ichino, è un "giuslavorista", futuro rappresentante del Partito Democratico in Parlamento e papabile alla carica di Ministro del Lavoro.

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Inutile ogni presentazione. Per il dott. Pietro Ichino parlano i fatti, o meglio gli scritti, i libri (basta leggere il titolo per comprenderne i contenuti) e le interviste.

Per farla breve, mi sembra di capire che anche al dott. Ichino piacerebbe tanto cancellare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ma, potrei sbagliare. Quello che è certo, invece, almeno analizzando la sua produzione letteraria, è che sarà relatore di qualche proposta di legge per la liquidazione dei Sindacati (cofirmatario, si accettano scommesse, Massimo Calearo, che dichiara di conoscere il dott. Ichino e di essere in piena sintonia con la sua proposta in tema di libero licenziamento per le aziende).

Del resto Uolter, sarai d'accordo anche tu, visto che hai candidato nel Partito Democratico questa perla rara di studioso: a cosa serve il Sindacato? A nulla, liquidiamolo pure. Cosa rappresentano gli operai e gli impiegati con contratto a tempo indeterminato? Una casta da estirpare, che limita la crescita e lo sviluppo delle aziende. Rendiamo precari anche loro, così imparano! I dipendenti pubblici? Quelli sono tutti dei vampiri succhia sangue, nullafacenti. Rinchiudiamoli in un lager e appena le organizzazioni umanitarie si distraggono, sottoponiamoli a tortura per tutto il male che hanno fatto e fanno allo Stato. Licenziamo gli impiegati pubblici a 1000 euro al mese, e aumentiamo gli stipendi alla moltitudine di manager e dirigenti statali di nomina politica che percepiscono indennità annuali di mezzo milione di euro (senza fare nulla, quando va bene) ed utilizzano sfacciatamente la Cosa Pubblica (auto blu, stages e posti di lavoro ad amici, parenti e nipoti) come una proprietà di famiglia.

Ma leggete pure, eruditevi sul pensiero dell'illustre dott. Pietro Ichino:

articolo da visualizzare in una finestra di navigazione anonima del browser

O ascoltatelo. ne vale la pena.

E' bene che i lavoratori e le lavoratrici del Partito Democratico conoscano la proposta di legge a cui sta lavorando il dott. Pietro Ichino. Perchè certamente non la conosceranno, prima delle elezioni politiche di aprile, per bocca dei dirigenti del Partito democratico.

Poichè c'è diseguaglianza fra lavoratori con contratto a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, eliminiamo la disparità di trattamento rendendoli tutti precari. Bene, bravo, bis. Oppure (a me sembra una presa in giro) diamo a tutti il contratto a tempo indeterminato, ma, nel contempo, concediamo alle imprese la libertà di licenziare, cioè eliminiamo l'articolo 18.

Ichino dice: «Sto lavorando a un contratto a tempo indeterminato per tutti i nuovi rapporti di lavoro dipendente, tranne ovviamente gli stagionali o gli occasionali, in modo da garantire a tutti una vera eguaglianza di opportunità. Ma con un sistema di protezione in parte nuovo: è qui che si deve realizzare la coniugazione di flessibilità per l'impresa e vera sicurezza per il lavoratore. (...) Dopo un periodo di prova di sei mesi, l'articolo 18 si applica per i licenziamenti disciplinari e contro quelli per motivo illecito, di discriminazione o di rappresaglia. Ma il controllo giudiziale deve essere limitato a questo. Se invece il motivo del licenziamento è economico od organizzativo, la protezione del lavoratore è costituita da un congruo indennizzo commisurato all'anzianità e da un'assicurazione contro la disoccupazione di livello scandinavo. (...) L'idea è di attivare questa assicurazione con un contributo interamente a carico dell'azienda, secondo il criterio bonus/malus: a ogni licenziamento, l'imprenditore meno capace di programmare la gestione del personale vede aumentare i costi aziendali».

L'estensore dell'articolo scrive che lui ci sta. E voi?

Immaginate per un attimo che il futuro ministro dell'economia, dott. Massimo Calearo e quello del lavoro, dott. Pietro Ichino presentino la legge "licenziamento libero". In essa elencheranno le motivazioni valide per poter licenziare (tipo si possono buttar fuori i dipendenti quando l'amante dell'imprenditore chiede una villetta a Cortina). Quindi i due saranno chiamati a fissare l'importo, a carico dell'azienda, da corrispondere al povero dipendente licenziato per motivi economici ed organizzativi dell'impresa (due calci nel culo, una pacca sulle spalle e la benedizione del caro Uolter). Infine pensate che la loro proposta di legge dovrà essere discussa e approvata da gente come Marianna Madia ("porto in dote al PD tutta la mia inesperienza"), Daniela Cardinale ("se po' fa"), Matteo Colaninno ecc...

Agghiacciante signori. Un incubo. Ma anche uno scenario realistico, purtroppo. Però, se avete vocazioni suicide e/o masochiste accomodatevi pure. Votate Partito democratico e buon pro vi faccia.

In proposito vediamo anche cosa ne pensa Beppe Grillo, che è poi quello che penso anche io:

Il "professorino" Pietro Ichino afferma che Beppe Grillo è un terrorista. Io penso il contrario. E voi lettori?

Se anche voi volete mandare il prof. Pietro Ichino a quel paese (quello immaginato da Walter Veltroni) potete farlo.

Basterà non votarlo.....

9 marzo 2008 · Patrizio Oliva

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Stai leggendo Chi è Pietro Ichino Autore Patrizio Oliva Articolo pubblicato il giorno 9 marzo 2008 Ultima modifica effettuata il giorno 22 gennaio 2017 Classificato nella categoria attualità gossip politica del sito la comunità dei debitori e dei consumatori italiani.

Commenti e domande

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  • Luca 7 maggio 2008 at 12:53

    Io, invece del licenziamento, propongo di fare ai dipendenti pubblici ciò che loro fanno a chi lavora: ostruzionismo. Mi spiego: se conoscete, anche di vista, un dipendente pubblico, ostacolatelo, guardatelo storto, passategli avanti nelle file e tutti i dispetti che vi vengono in mente. Insomma fategli quello che loro fanno a noi quando si va nei loro “uffici”. Se poi volete osare di più…. Bè vi lascio immaginare, ci sono un sacco di cose che gli si può fare!!!! SU SU NON BATTIAMO LA FIACCA COMINCIAMO DA SUBITO!!!

  • Nullafacente 6 maggio 2008 at 12:01

    “Hitler prese la decisione di sopprimere fisicamente gli ebrei pochi mesi prima dell’invasione dell’Unione Sovietica autorizzando Himmler alla costituzione degli Einsatzgruppen. La successiva decisione non riguardò il problema della soppressione o meno, la soppressione era stata già decisa, si decise invece il “come”. Un come che doveva essere il più pratico possibile: più pratico delle fucilazioni in massa, più rapido, più scientifico.”

    Sig Heil… Sig Heil… Sig Heil ! Adolf Ichino !

  • karalis 9 aprile 2008 at 16:16

    premesso che …… immagino che tutti gli zelanti detrattori del prof. Ichino, tranne Davide:
    a) non conoscano nè abbiamo mai letto Pietro Ichino
    b) non conoscano nei termini e negli effetti l’art. 18
    c) debbano rileggere l’art. 1 della Costituzione, dove si parla di “lavoro” e non di “posto di lavoro” – sono due cose antitetiche
    d) non ho mai visto un lavoratore licenziato “per sfizio” – e sono quasi vent’anni che faccio il Consulente del Lavoro

    Io non ho mai letto Pietro Ichino, lo confesso.

    Non credo, ma non posso confermare, che la cosa valga anche per Fusto Bertinotti, Manuela Palermi, Loris campetti, Peppino Caldarola, Carlo Podda ecc.. che non sono dei nick, nè dei nomi e cognomi inventati, pur essendo “zelanti detrattori” di Pietro Ichino.

    Con l’apertura mentale necessaria, aggiungo che, però, tutto è possibile.

    Concludo affermando che licenziare “senza giusta causa” non può voler necessariamente dire licenziare “per sfizio”.
    Io di lavoratrici licenziate in seguito a matrimonio o maternità ne ho viste tante Leandro. Ma forse bazzichiamo ambienti diversi.

    P.S. Certamente non voterò Ichino nè il suo partito. Neanche voterò la Sinistra Arcobaleno.
    Semplicemente non voterò.

    Ciao Leandro.

  • Leandro 9 aprile 2008 at 15:25

    premesso che, secondo me, l’art.18 dello Statuto dimostra, e da tempo, i suoi quasi quarant’anni, e DEVE essere modificato (modificato, non cancellato), immagino che tutti gli zelanti detrattori del prof. Ichino, tranne Davide:
    a) non conoscano nè abbiamo mai letto Pietro Ichino
    b) non conoscano nei termini e negli effetti l’art. 18
    c) debbano rileggere l’art. 1 della Costituzione, dove si parla di “lavoro” e non di “posto di lavoro” – sono due cose antitetiche
    d) non ho mai visto un lavoratore licenziato “per sfizio” – e sono quasi vent’anni che faccio il Consulente del Lavoro

    p.s.: io non voterò nè Ichino nè il suo partito

  • karalis 29 marzo 2008 at 17:16

    Davide, ti ringrazio per il contributo.

    Spero che quando avrai un po’ di tempo tu possa continuare ad intervenire, con considerazioni a margine anche riguardo agli altri commenti.

    Potrebbe venirne fuori un bel dibattito.
    Un saluto.

  • Davide Hesse 29 marzo 2008 at 15:00

    Circa l’articolo “Chi è Pietro Ichino” mi permetto alcune precisazioni a margine delle considerazioni dell’autore dell’articolo:
    1. “Per il dott. Pietro Ichino parlano i fatti, o meglio gli scritti, i libri (basta leggere il titolo per comprenderne i contenuti)”. E’ un’affermazione di un’ingenuità allarmante: se per capire i contenuti di uno scritto bastasse leggere i titoli…
    2. Il giuslavorista, che è tutt’ora iscritto al sindacato, ritiene (lo ha ripetuto in tutte le interviste e lo ha scritto in tutti i libri, qualche riga dopo il titolo) che le organizzazioni dei lavoratori abbiano un ruolo fondamentale per bilanciare i poteri dell’imprendistore nella contrattaziona collettiva.
    3. “Immaginate per un attimo che il futuro ministro dell’economia, dott. Massimo Calearo e quello del lavoro, dott. Pietro Ichino presentino la legge “licenziamento libero”: è l’opposto di quanto sostiene il Professor Ichino, poiché i licenziamenti per motivi economici ed organizzativi verrebbero compensati da un congruo indennizzo e da un sistema di ammortizzatori sociali da Paese nordeuropeo, ove la protezione dei lavoratori è ben maggiore di quella presente in Italia. I licenziamenti per motivi discriminatori o illeciti resterebbero nulli!
    4. “In essa elencheranno le motivazioni valide per poter licenziare (tipo si possono buttar fuori i dipendenti quando l’amante dell’imprenditore chiede una villetta a Cortina)”. Primo: se si tratta di licenziamento libero, come l’autore del blog vorrebbe far credere, per quale motivo si dovrebbero elencare le motivazioni valide? Secondo: poiché l’imprenditore, che piaccia o no, agisce per interesse, licenziarà i lavoratori se mantenerli alle dipendenze sarà un costo nettamente superiore al beneficio che ne deriva (indipendentemente dalla villa); se il beneficio sarà maggiore del costo, sarebbe stupido a licenziarli. O no?
    5. “Il “professorino” Pietro Ichino afferma che Beppe Grillo è un terrorista”. Falso. Ichino ha sollecitato Grillo ad un incontro pubblico sul tema, ed ha addirittura sollecitato un dibattito per discutere le (pretese) ragioni dei terroristi veri e propri.

  • fausto bertinotti 10 marzo 2008 at 06:08

    Anche io sono per una revisione dell’articolo 18: sono per estenderlo a tutti

  • marco barozzi operaio metalmeccanico 10 marzo 2008 at 06:03

    Caro Pietro Ichino, sono uno dei tantissimi lavoratori che è sceso in piazza nel 2002, scioperando (più di una volta) contro il vergognoso attacco all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 20 maggio 1970) da parte del Governo Berlusconi. Sono uno dei 3 milioni di lavoratori che era in piazza quel 23 marzo 2002 (abbiamo bloccato Roma, ma abbiamo camminato tantissimo). Lei ha messo come condizione alla sua candidatura nelle liste del PD, la revisione dell’articolo 18. Purtroppo questa revisione non è per estenderlo, come chiede giustamente Fausto Bertinotti, ma per limitarlo. Glielo chiedo per favore: lasci stare l’articolo 18, già ci bastano i danni causati dalla Legge 30, chiamata impropriamente legge Biagi, ma Biagi diceva cose molto diverse, diceva che dietro alla flessibilità ci dovevano essere dei forti ammortizzatori sociali, ma io nella legge 30 non li vedo, e questo ha trasformato una situazione di lavoro flessibile, in una situazione precaria. Lei è un forte sostenitore della legge 30, che secondo Lei ha aumentato l’occupazione, e non è la causa della precarietà, ma purtroppo le cose non stanno così.
    Ci sono 40 tipi di contratti in questa legge, ma di diritti per i lavoratori ne vedo pochi.

  • manuela palermi 10 marzo 2008 at 05:29

    Il nostro programma è buono, si tratta di una mediazione alta tra culture politiche diverse, anche se con tratti comuni forti dei quattro partiti. Un programma di parte che non tenta, come quello del Pd, di mettere insieme l’inconciliabile. Diamo grande centralità al lavoro, forte attenzione ai diritti civili, alla libertà delle persone, all’ambiente ed al tema della pace. Un programma profondamente diverso da quello di Veltroni che si può definire ad alta pericolosità per il mondo del lavoro se pensiamo che Ichino, che chiede l’abolizione dell’articolo 18 è uno dei responsabili del Pd per le politiche del lavoro.

  • peppino caldarola 10 marzo 2008 at 05:25

    Chi scrive è serenamente fuori. Fra me e la politica ormai c’è la tastiera di questo computer. Non faccio più politica. La racconto. Dov’è l’errore di Walter sulle candidature? È duplice. Il primo è l’aver concepito il centellinare dei nomi come un effetto-sorpresa che avrebbe dovuto stordire e affascinare l’elettorato mentre si è rivelato un vero boomerang. Ogni nome nuovo suscitava una reazione contraria. Dalle ragazze alle prime armi all’imprenditore Calearo, al professor Ichino, ai sindacalisti che hanno abbandonato Mussi. Invece di aggiungere cose le candidature toglievano ogni giorno qualche consenso. Infine la gestione centralizzata e casalinga dei promossi e bocciati è sfuggita interamente di mano al leader. Qui le vecchie burocrazie hanno fatto la loro parte peggiore. I territori sono stati mortificati, chi ha potuto ha infilato persone di fiducia. E chi merita più fiducia della tua segretaria, del tuo portaborse, del tuo addetto stampa, di tua figlia che «nu’ piezzo ’e core»? Franceschini per coprire l’orrore delle liste ha dovuto inventarsi un ruolo di portaborse di Andreotti che è apparso ben oltre l’immaginazione e la buona educazione. Il drappello dei portaborse e delle segretarie ha configurato un vero, inquietante sottogruppo parlamentare di raccomandati difficilmente presentabile.

    L’operazione liste che era stata concepita come la più grande campagna mediatica della storia repubblicana si è rivelata una vera Waterloo. Conviene che Veltroni parli solo di programmi. Di quelli di ieri e di quelli di oggi. Per fermare la lepre ci vuole un buon fucile moderno. Con lo schioppo non si va da nessuna parte.

  • Carlo Podda 10 marzo 2008 at 05:21

    Licenziare un lavoratore pubblico su 100 e prevedere, come eventuale forma di ricorso contro il licenziamento, la delazione, da parte del lavoratore sottoposto alla procedura di licenziamento, verso un proprio compagno di lavoro. No, non è la battuta surreale, pronunciata da un qualche comico in uno dei tanti spettacoli che hanno animato le piazze della nostra estate in città o in vacanza. Si tratta della proposta avanzata dal professor Pietro Ichino, noto giuslavorista e iscritto alla Cgil, per affrontare finalmente con efficacia il tema di come rendere più efficiente la pubblica amministrazione.

    Si potrebbe pensare a una provocazione intellettuale più o meno felice o addirittura a un abbaglio (persino a Omero dicono i critici capita di sonnecchiare ogni tanto), ma, quando questo tema viene ripreso più volte sulle prime pagine di uno dei maggiori quotidiani italiani, vi è qualcosa di più profondo e pericoloso. Non penso di aver bisogno di argomentare ai lettori di Rassegna non solo l’iniquità di questa proposta, ma soprattutto la sua inaccettabilità e l’inefficacia che, proprio dal punto di vista della produttività, ne deriverebbe per il lavoro pubblico. Il licenziamento di un lavoratore su 100 della cosiddetta pubblica amministrazione si attuerebbe, chiedo io, indistintamente in tutti i settori, anche in quelli oggi palesemente sotto organico e in difficoltà crescenti ad assicurare i servizi alle persone e alla collettività: infermieri, vigili del fuoco, maestre d’asilo, personale impiegato nel vigilare sul lavoro, sull’evasione fiscale e contributiva ecc.?

    Quando poi si giunge al paradosso di rivolgersi a un illustre sondaggista per porre agli intervistati la seguente domanda: “Lei è d’accordo con la proposta di licenziare un dipendente fannullone?” e si sottolinea con grande enfasi il fatto che oltre il 70% del campione, anche al di là delle differenze di opinione politica, si dichiara d’accordo, siamo in presenza di un’evidente malafede o di un’operazione politica. Vorrei infatti chiedere al sondaggista chi e perché dovrebbe essere d’accordo a non licenziare un lavoratore fannullone indipendentemente dalla categoria alla quale appartiene?

    Spacciare per opinioni scientifiche punti di vista e opinioni politiche, è un’operazione grave e che dobbiamo smascherare per quella che è. Vi sono infatti persone, forze e interessi che puntano a cogliere l’occasione della prossima manovra di bilancio per ridimensionare drasticamente la presenza del pubblico nel sistema dei servizi alla persona e alla collettività, ad azzerare insomma quel ruolo di produttore di beni primari, veri e propri beni comuni, che il lavoro pubblico oggi assicura in parte e che noi vorremmo che sempre più facesse, attraverso un’adeguata azione di riforma, risanamento finanziario e una feroce lotta agli sprechi.

    Su questi temi le categorie pubbliche di Cgil Cisl Uil hanno presentato una piattaforma al governo in vista della prossima legge finanziaria. Se su questo ci si vorrà confrontare, la nostra disponibilità non mancherà, ma se le strade scelte fossero altre e in qualche continuità – a cominciare dalle giuste risorse per i rinnovi contrattuali – con il governo precedente, noi faremo unitariamente ciò che un sindacato fa quando la controparte sceglie invece di negoziare di confliggere.

  • maria d'autilia e nereo zamaro 10 marzo 2008 at 05:17

    E’ impensabile immaginare che le amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli di governo, non siano influenzate, anche nel malfunzionamento, dalle politiche (quelle ‘buone’, ma anche quelle ‘cattive’) che per loro tramite sono attuate e dai politici che, di volta in volta, le creano, le mantengono in vita e, nelle more di questi due eventi cruciali, ne indirizzano l’iniziativa. Si pensi alla proliferazione delle istituzioni per la gestione (?) di micropolitiche o fasi di politiche, micro-programmi o fasi di programmi in ambito nazionale e locale. In questi casi, accanto ai ‘dipendenti nullafacenti’ non dovrebbe essere difficile incontrare ‘nullafacenti di indirizzo’ e ‘nullafacenti di supporto’, quella classe di esperti, consulenti e professionisti di tutti i tipi che affiancano, dal di dentro, i processi di produzione reale delle politiche, dal loro disegno ‘tecnico’ alla loro implementazione pratica, e che sono al di fuori di ogni controllo sia burocratico, sia democratico. Anche su questi aspetti, forse, è opportuno cominciare a riflettere

  • arnolfo spezzachini 10 marzo 2008 at 05:13

    Ho letto qualcosa di Pietro Ichino dopo aver sentito discutere delle sue opere in tv in questi giorni e soprattutto a proposito del suo libro ‘I nullafacenti’. Allora ho pensato… Questo qui ne capisce di lavoro… lavora, avrà lavorato?!

    Insomma, sono andato a vedere il suo curriculum. L’Ichino mi nasce a Milano nel 1949, fin da giovanissimo si appassiona al mondo del lavoro (non al lavoro ma al mondo del lavoro) ed alla tenera età di vent’anni (nel 1969) diviene dirigente sindacale della CGIL-FIOM, incarico che ricoprirà fino al 1972. Assolve gli obblighi di leva come marconista trasmettitore (come me, sigh, anch’io cantavo la canzoncina ‘onda su onda noi siam trasmission, gente che non fa niente che non c’ha voglia di lavorar, gente specializzata a stare in branda a riposar’) ed è quindi pronto a rientrare nel mondo del lavoro, ritorna infatti tra i ranghi della CGIL dove resterà sino al 1979.

    Nel 1979 Ichino ha ormai trent’anni, posso immaginare la moglie che gli dice “Pie’ ormai c’hai trent’anni, se non vuoi trovare un lavoro almeno trova uno stipendio ed una pensione”. Detto fatto l’Ichino viene eletto alla Camera dei deputati, e va pure in Commissione Lavoro. Però non è ancora contento, ha lo stipendio, si è assicurato una ricchissima ‘pensione’, che comincerà a percepire nell’aprile del 2009 dopo aver ‘lavorato’ ben 4 anni alla Camera (dal 1979 al 1983), ma sente che gli manca qualcosa.
    E qualcosa arriva, nel 1981 (non vi sfugga che nello stesso momento era parlamentare) viene assunto come ricercatore all’Università di Milano. Nel 1986 diviene docente di Diritto del lavoro dopo concorso.
    Quasi dimenticavo la cosiddetta Legge Mosca, leggina allucinante (poco) nota per aver contribuito a creare una piccola voragine nei conti pubblici italiani, tale legge era nata come legge numero 252 del 1974 e consentiva a chi avesse collaborato con partiti e sindacati di vedersi regolarizzata la propria posizione contributiva scaricando i costi sulla fiscalità complessiva e dietro una piccola certificazione presentata dal partito o dal sindacato.
    In buona sostanza con questa legge vennero “regolarizzate” le posizioni di migliaia di persone che risultarono essere state impegnate come dirigenti sindacali sin dalle scuole medie, questa orda assetata di soldi è costata alle casse dello stato una cosuccia come 25mila miliardi di lire distribuiti tra oltre 40.000 persone, si badi bene non tra 40.000 lavoratori ma tra 40.000 oscuri funzionari di partito e nobilissimi rappresentanti dei lavoratori.
    Comprendo bene la vostra obiezione, la Legge è del 1974 l’Ichino è stato sindacalista fino al 1979, se ne ha goduto è solo per una parte della sua carriera ed in fondo la legge c’era, lui che poteva fare. Errore, la legge era del 1974 ma è stata prorogata più volte; particolarmente interessante per meglio illuminare il personaggio Ichinesco è l’ultima proroga, avvenuta nel 1979; abbiamo detto come il nostro sia stato deputato nella VIII legislatura, durata dal 20 giugno 1979 all’11 luglio 1983, ma l’Ichino non è arrivato alla Camera il 20 giugno 1979 ma il 12 luglio in sostituzione di un collega ed il suo primo atto, da vero alfiere dei veri lavoratori, è stato quello di correre ad aggiungere la sua preziosa firma alla proposta di legge numero 291 presentata il 10 luglio 1979 ed avente a titolo “Riapertura di termini in materia di posizione previdenziale di talune categorie di lavoratori dipendenti pubblici e privati”, così facendo il deputato Ichino si affrettava ad aggiungere la sua firma sotto un progetto di legge che favoriva spudoratamente i sindacalisti come Ichino, contribuendo a causare una voragine nei conti pubblici che il professor Ichino propone oggi di sanare per il mezzo di rigore, sacrifici e duro lavoro (degli altri).

    In buona sostanza io, che ho 39 anni, sono impiegato pubblico e, tra mille difficoltà, lavoro da quando avevo 21 anni non so come e quando andrò in pensione mentre il castigatore dei nullafacenti si trova ad avere già diritto a due pensioni ottime (quella di docente universitario e quella di deputato che SONO CUMULABILI) più un altro paio potenziali, quella di giornalista e quella di sindacalista.

    Insomma Ichino, ho capito che dovrò lavorare fino a 250 anni di età per pagare LE SUE pensioni, ma almeno non potrebbe evitare di prendermi pure in giro?

  • loris campetti 10 marzo 2008 at 05:33

    C’è un nuovo partito in Italia, finalmente libero dall’eredità della «sinistra conservatrice» che riteneva prioritaria la difesa del posto del lavoro. E’ nato il Pd e finalmente vi ha trovato «piena cittadinanza» il giuslavorista che sostiene la flexicurity, la revisione radicale del sistema contrattuale, il tiro al bersaglio sui lavoratori pubblici «fannulloni» e la libertà di licenziamento attraverso l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si chiama Pietro Ichino e ha buona stampa, anzi ce l’ha quasi tutta dalla sua. Quando non scrive sul Corriere è intervistato da Repubblica e l’Unità gli dedica l’apertura della pagina politica, com’è successo ancora ieri per informare l’opinione pubblica democratica che infine il dado è tratto, Ichino ha trovato «piena cittadinanza» ed è candidato nel grande partito guidato da Veltroni. Il neonato partito pigliatutto ha accolto le condizioni che il giuslavorista aveva posto prima di accettare l’offerta. Ichino diventa così l’icona delle politiche del Pd sul lavoro e parte subito in quarta: via l’articolo 18. Se in un ipotetico governo del Pd gli venisse proposto di fare il ministro del lavoro accetterebbe volentieri, ma a condizione – Ichino pone sempre delle condizioni – di essere libero di applicare le sue idee sul settore pubblico, sul contratto unico flessibilizzato, sullo spostamento della contrattazione collettiva verso la periferia e il secondo livello, e via revisionando e flessibilizzando. Ci farebbe rimpiangere Cesare Damiano. Ichino interpreta con coraggio, e non da oggi, un sentimento e una pratica diffuse tra gli eredi principali della sinistra, ansiosi di liberarsi dai lacci e lacciuoli delle ideologie, perché un solo mondo è possibile, in cui le regole dell’economia e del lavoro sono dettate dall’altra sponda dell’Atlantico e dagli organismi finanziari internazionali. Il professore è stato oggetto di molte e ripetute critiche per le sue posizioni «eterodosse», come lui stesso ama orgogliosamente definirle. Soprattutto dall’interno della Cgil che ha sempre sostenuto posizioni, se non proprio opposte, certo assai diverse. Basti leggere gli atti dell’ultimo congresso. O il lavoro del valente gruppo di giuslavoristi che elaborano le strategie della confederazione. Domenica a Roma una parte significativa della sinistra Cgil, insieme a Epifani, renderà pubblico il suo sostegno a Walter Veltroni e al Pd. E’ così naturale, per questi dirigenti sindacali, militare nello stesso partito di Pietro Ichino? Forse qualcosa è cambiato nel maggior sindacato italiano. Forse anche le politiche del lavoro della Cgil – contratti nazionali, democrazia, rappresentanza, salari – stanno cambiando, come sembra di capire dalla bozza di documento con cui, insieme a Cisl e Uil, Guglielmo Epifani intende presentarsi all’incontro con le controparti padronali per riformare le regole stabilite con gli accordi del ’92-’93. Una bozza apertamente contestata dalla Fiom e dalle aree programmatiche Lavoro e società e Rete 28 aprile e maldigerite da molte Camere del lavoro. Come si fa a ridurre il contratto nazionale al recupero (e non è chiaro di quale entità) dell’inflazione, rinunciando a qualsiasi miglioramento salariale, a qualsiasi forma di redistribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori? Come si fa a ignorare che il secondo livello contrattuale è un «lusso» di pochissimi, e a dire che tutto il salario che quei pochissimi riusciranno a conquistare dovrà essere legato alla produttività, dove per produttività le imprese intendono il plus valore? Se fosse così, se realmente fosse in atto una trasformazione di sistema nel mercato del lavoro, nel rapporto tra lavoratori e sindacati e tra sindacati e imprese, accompagnata anche dalla disponibilità della Cgil, allora si spiegherebbe la compatibilità ieri impensabile di una parte maggioritaria del sindacato di Epifani con le tesi di Ichino. Il dubbio viene rafforzato dal fatto che in alcune realtà del nord, in particolare in Lombardia, già oggi i corsi di formazione sui diritti del lavoro destinati ai sindacalisti e ai delegati sono affidati dalle Camere del lavoro non ai giuslavoristi della Consulta della Cgil, ma proprio a Pietro Ichino. Che del resto è da sempre militante della Cgil, così come chi ne contesta le tesi. Ha ragione Carlo Podda, segretario della categoria che rappresenta i «fannulloni» del pubblico impiego, quando sul manifesto di oggi chiede non soltanto al Pd, ma anche al suo sindacato, di scegliere una linea sul lavoro, e di dire se le risoluzioni congressuali sono ancora valide e dunque Ichino ha torto, oppure se è cambiata la linea della Cgil. Anche a noi, che non capiamo perché un pezzo di sinistra Cgil abbia deciso di andare a benedire Veltroni e il partito di Ichino, piacerebbe sapere se domani, di fronte a un tentativo di un «nuovo» governo di cancellare l’articolo 18, troveremmo ancora la Cgil al Circo Massimo insieme a tre milioni di lavoratori.




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