Sparire dalla faccia della terra

Robert, Anna, Antoine, la figlia di Unku e Otto, Helene sono solo cinque fra le migliaia di bambini rom e sinti che i nazisti hanno cercato di far sparire dalla faccia della terra insieme ai loro genitori e parenti. Perché sono centinaia di migliaia i rom e i sinti di ogni età vittime del nazismo, rinchiusi nei lager, uccisi nelle camere a gas, nelle esecuzioni di massa nei territori dell'est, seviziati dai terribili pseudo-esperimenti medici o dalla sterilizzazione coatta, o morti per fame, freddo, epidemie, bastonate, torture e lavoro forzato. Almeno cinquecentomila persone, e forse molte di più, furono uccise, condannate allo sterminio, alla "soluzione finale" solo per la loro appartenenza razziale, considerata, nei folli progetti di dominio nazionalsocialisti, come "impura" e "degenerata" e per questo da annientare. Fino a qualche anno fa, però, la storia dello sterminio di rom e sinti era storia negata, o solo accennata, tanto che furono persino esclusi dalle pratiche di risarcimento e indennizzo del dopoguerra: la maggior parte degli stessi storici, infatti, faticò non poco a accettare che anche i rom, al pari degli ebrei, erano stati condannati a morte dall'igiene razziale e non, come si cercava di far credere, da una presunta "asocialità" o "criminalità", simile a quella giudicata pesantemente ancora oggi.

Eppure, per i nazisti, i rom e i sinti erano geneticamente ladri, truffatori, nomadi: la causa della loro "pericolosità" era nel loro sangue che, ovviamente, precede i comportamenti. Per fortuna oggi decreti, leggi, lettere e materiali d'archivio documentano, in maniera abbastanza esaustiva, la vicenda della persecuzione del popolo rom durante il nazismo e ci restituiscono una storia di morte che va dalle perizie razziali del famigerato dottor Robert Ritter, iniziate già nel 1935, alla nomina di Heinrich Himmler a responsabile della "questione zingara" nel 1938, ai campi di concentramento e sterminio, passando per Auschwitz dove, dal marzo 1943, fu creata una sezione appositamente per i rom, lo "Zigeunerlager", interamente "liquidato" in una notte di agosto del 1944.

Anche i bambini rom, nonostante si parli di loro spesso solo marginalmente, seguirono il destino dei grandi nei ghetti e nei campi fin dalle prime deportazioni del 1936/37 a Marzahn (un campo di concentramento per rom e sinti allestito nei dintorni di Berlino in occasione delle Olimpiadi e dove le guardie e il custode Polenz si accanivano sui prigionieri con botte e percosse di ogni tipo), Biebrich, vicino a Wiesbaden, Hannover, Kassel, Francoforte sul Meno, Essen o Dachau...

Persino nel primo documento ufficiale che ordina la deportazione di massa di sinti e rom verso la Polonia (il cosiddetto Governatorato Generale), un decreto emanato e firmato da Himmler il 27 aprile 1940, un programma dettagliato indica ai diversi funzionari nazisti cosa fare con neonati e bambini: prima della loro deportazione a quelli di età superiore ai sei anni dovevano esser prese le impronte digitali mentre quelli di età superiore ai quattordici anni dovevano anche essere fotografati. Poi tutti dovevano essere tatuati e "trasferiti".

E da allora in poi i piccoli rom furono ovunque nella toponomastica del terrore nazista.

(Giovanna Boursier, Bambini nei lager, in école numero 74 Gennaio 2000, p.16. )

15 maggio 2008 · Patrizio Oliva

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