Usucapione » Interversione del possesso - Sentenza Cassazione

In materia di usucapione, la pacifica e ultraventennale detenzione non prova automaticamente l'interversione del possesso.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione, con la sentenza 8900/13, dove ha stabilito che: La giurisprudenza di questa Corte è assolutamente costante nell'affermare che l'interversione idonea a trasformare la detenzione in possesso non può avvenire mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in un uno o più atti esterni, sebbene non riconducibili a tipi determinati, dai quali sia consentito desumere la modificata relazione di fatto con la cosa detenuta, in opposizione al possessore. L'interversione del possesso, quindi, pur potendo realizzarsi mediante il compimento di attività materiali in grado di manifestare inequivocabilmente l'intenzione di esercitare il possesso esclusivamente nomine proprio, richiede sempre, ove il mutamento del titolo in base al quale il soggetto detiene non derivi da causa proveniente da un terzo, che l'opposizione risulti inconfondibilmente rivolta contro il possessore e cioè contro colui per conto del quale la cosa era detenuta, in guisa da rendere esteriormente riconoscibile all'avente diritto che il detentore ha cessata di possedere nomine alieno e che intende sostituire al preesistente proposito di subordinare il proprio potere a quello altrui, l'animus di vantare per sé il diritto esercitato, convertendo così in possesso la detenzione, anche soltanto precaria, precedentemente esercitata.

Secondo i giudici, quindi, è certamente vero che l'interversione del possesso può essere provata richiamando condotte di vario tipo e natura ma è altrettanto vero che il semplice possesso (pur particolarmente prolungato), l'assenza di richieste volte ad ottenere la restituzione del bene, la convinzione di soggetti terzi circa la titolarità del diritto di proprietà in capo al soggetto occupante, non sono circostanze idonee a qualificare l'interversione del possesso.

Usucapione » Interversione del possesso - Il caso

Una persona fisica aveva ricevuto, dal suo datore di lavoro, in uso gratuito, un'abitazione di proprietà di quest'ultimo.

La proprietà dell'immobile veniva ceduta per due volte ed il rapporto lavorativo era cessato, ma, nonostante ciò, l'appartamento veniva continuativamente e pacificamente occupato dal soggetto che l'aveva ricevuto gratuitamente.

A seguito del decesso dell'occupante, il proprietario invitava gli eredi a restituire l'immobile, ma questi rifiutavano.

Per questo motivo, il titolare dell'abitazione, aveva deciso di portare in giudizio gli eredi affinché fossero condannati a restituire l'appartamento e risarcire il danno scaturente dall'occupazione illegittima.

Dal canto loro, gli epigoni, si difendevano chiedendo che fosse accertata l'usucapione per possesso ultraventennale dell'immobile conteso.

Il Tribunale di primo grado accoglieva le istanze formulate dagli eredi, mentre la Corte d'Appello aveva dato ragione al titolare.

Così, i condannati proponevano ricorso per Cassazione.

Ma, la Suprema Corte ha confermato la decisione assunta dalla corte territoriale, rilevando che i discendenti, nel caso in questione, non rispondono di un debito ereditato bensì di un debito nascente da una condotta autonoma tenuta non in qualità di eredi ma in qualità di detentori.

Infatti, avevano acquisito il presunto diritto di proprietà dell'immobile in via ereditaria ma, avevano rifiutato la restituzione agendo in qualità di occupanti illegittimi.

Pertanto, deve ritenersi possibile, quindi lecita, la condanna in solido al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento dei danni.

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