Tier 1 ratio under 6,00 and italian politicians [Commento 1]

  • Alessandro Graziani 12 ottobre 2008 at 20:34

    Le banche italiane sono «sufficientemente patrimonializzate», è la rassicurazione di Governo e Banca d'Italia. Ma lo Stato ha preparato un piano d'emergenza, e intende farsi trovare pronto a intervenire «caso per caso» qualora ce ne fosse necessità. A rischio, come più volte ripetuto dalle Autorità, non è la stabilità del sistema. Ma poichè i venti della crisi sono destinati a durare, bisogna che tutte le banche alzino le barriere bilanciando l'attivo con un capitale più elevato.

    Il cuore del problema italiano è proprio questo: rafforzare le difese patrimoniali, incrementando almeno al 6% - livello giudicato di sicurezza da Bankitalia - il Core Tier 1. È questo il vero parametro che indica la forza patrimoniale della banca, soprattutto in tempi di tempesta finanziaria, non il Tier 1 che comprende anche strumenti misti di capitale-debito come gli ibridi. Proprio guardando al Core Tier 1, gli ultimi dati disponibili sono al 30 giugno e nel frattempo non possono che essere peggiorati, quasi tutte le banche medio-grandi si trovano sotto al livello di sicurezza del 6%.

    Una carenza patrimoniale che tutte le banche contavano di colmare attraverso i già annunciati piani di cessione di asset, che avrebbero «generato» i punti di Core Tier 1 necessari a tornare oltre i livelli di sicurezza. Ma la tempesta finanziaria dell'ultimo mese ha reso quei piani problematici, se non addirittura impraticabili. E il crollo delle Borse non dà garanzie di successo per eventuali aumenti di capitale da proporre al mercato. Ecco perché lo Stato, non solo in Italia, è pronto a intervenire, temporaneamente, con iniezioni di capitale pubblico.
    Ma perché le banche italiane, fino a pochi mesi fa considerate tra le più solide d'Europa, si sono trovate «corte» di capitale? Ogni caso fa storia a sè. Ma c'è un filo comune che riguarda tutte le big del credito. E la ragione va ricercata nel processo di fusioni e acquisizioni degli ultimi due anni. Un processo che ha portato alla creazione di pochi gruppi. Più grandi, più redditizi e anche più efficienti di prima. Ma ancora in mezzo al guado delle ristrutturazioni successive alle aggregazioni. Avvenute, peraltro, quando le valutazioni delle banche erano al picco del ciclo.

    Il caso più eclatante è certamente quello di UniCredit. Quando nel maggio 2007 viene annunciata la fusione con Capitalia, la crisi dei subprime non ha ancora avuto inizio. Scoppierà in agosto. Con effetti gravi sulle banche americane. Ma non in Europa. E soprattutto non in Italia. Bastano pochi mesi per verificarlo. Nel febbraio 2008, UniCredit e le altre banche annunciano i risultati del bilancio 2007. La crisi ha prodotto qualche «graffio», ma non ha intaccato la solidità delle banche. Tanto che tutte chiudono con profitti in crescita. Anche UniCredit, che pure ha una presenza internazionale ed è dunque più esposto di altri alle tempeste finanziarie mondiali, ne esce bene. E il vertice, invece di rafforzare il presidio patrimoniale, decide di aumentare il dividendo da assegnare agli azionisti. Non solo: nei primi mesi dell'anno, altro capitale viene utilizzato per alcune acquisizioni nell'Est Europa e per comprare le quote di minoranza di Bank Austria. Si arriva così al 30 giugno con un Core Tier 1 del 5,5%. E per il secondo semestre del 2008 viene annunciato un piano di cessione di partecipazioni e di asset finanziari che avrebbe dovuto riportare con facilità il coefficiente patrimoniale al 6%. «Abbiamo sottovalutato la portata della crisi», dirà poi l'amministratore delegato Alessandro Profumo quando domenica scorsa - dopo aver verificato l'incertezza sui tempi delle dismissioni - è stato costretto a deliberare d'urgenza un piano d'intervento sul capitale da 6,6 miliardi.

    Al peso delle acquisizioni è dovuta anche la debolezza patrimoniale del Monte Paschi di Siena. A novembre 2007, quindi quando la crisi subprime aveva già manifestato i suoi effetti potenzialmente devastanti, Mps si lancia nell'acquisizione di Banca AntonVeneta. Paga nove miliardi agli spagnoli del Santander, pur di non farsi sfuggire la grande occasione della crescita dimensionale. Ma per farlo è costretto a lanciare un aumento di capitale immediato da cinque miliardi e a programmare un piano di dismissioni che fatica a riequilibrare i ratios. Al 30 giugno, il Core Tier1 è al 5,1%. A Siena restano fiduciosi di cogliere l'obiettivo del 6% per fine anno. Ma i marosi delle ultime settimane hanno rallentato i piani previsti e inevitabilmente anche il Monte è stato colpito dal ciclone di Borsa.

    Discorso diverso per Intesa Sanpaolo. In questo caso, la maxi-fusione tra le due banche che hanno il nome in ditta è precedente. L'aggregazione diventa operativa il 1° gennaio 2007 e genera un gruppo che ha addirittura eccesso di capitale. Ne ha tanto in più che i vertici si impegnano con il mercato e con i soci di riferimento a pagare extra-dividendi per i tre anni successivi. A maggio 2008, Intesa Sanpaolo assegna una maxi-cedola da 4,8 miliardi complessivi. E il Core Tier 1 scivola al 5,7%. Le possibilità di recupero restano intatte, poichè le dimissioni pianificate sono più «facili» di quelle di UniCredit, ma a sorpresa anche Intesa Sanpaolo - che vedrà il patrimonio indebolirsi a causa di alcune svalutazioni di asset - non resta immune dal ciclone della crisi.

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