Addebito della separazione a causa di shopping compulsivo - Il fatto e le considerazioni sulla pronuncia

Disturbo della personalità sì, incapacità d'intendere e volere no.

Si becca la separazione con addebito e perde così il mantenimento la moglie affetta dalla sindrome da shopping compulsivo, come attesta la Ctu.

La signora, infatti, si mostra ben presente a sé stessa, oltre che curata nell'aspetto e, dunque, risulta perfettamente consapevole della propria patologia, che la spinge a rubare somme di denaro a familiari (e anche a terzi), pur di comprare vestiti, borse e gioielli.

In questo caso, secondo il giudice del merito, il disturbo della personalità che pure è acclarato non esclude l'imputabilità della signora ai fini dell'intollerabilità della convivenza.

Dovrà, quindi, rassegnarsi, la signora: non otterrà l'assegno di 2 mila euro al mese che pure le era stato riconosciuto dal giudice di prime cure.

La consulenza tecnica d'ufficio parla chiaro: la donna è preda dell'istinto irrefrenabile di comprare capi di abbigliamento e accessori, oltre che monili, con una tensione crescente che si placa soltanto quando la voglia matta non risulta soddisfatta.

E ciò anche a costo di rubare al marito o ad altri.

Per il resto, però, l'ex coniuge ha facoltà mentali perfettamente integre e nessun problema a relazionarsi con il prossimo e a orientarsi nel tempo e nello spazio: anzi, risulta adeguata nel comportamento oltre che ricercata nel vestire.

La costrizione a ripetere gli acquisti forzati ha andamento esponenziale e costa sempre di più alla famiglia.

A questo punto non ha molto senso accertare che sia vero o meno che l'interessata abbia rifiutato di farsi aiutare da un medico specializzato, laddove ai fini dell'addebito si configura senz’altro la violazione dei doveri matrimoniali ex articolo 143 Cc.

Alla donna non resta che pagare le spese di giudizio.

20 novembre 2013 · Andrea Ricciardi

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