Separazione e casa familiare » Vademecum per coniugi separati

Obiettivo dell'articolo è informare il lettore su tutte le problematiche riguardanti la casa familiare dopo la sentenza di separazione. Cominciando dall'assegnazione dell'immobile fino alle spese da pagare. Ecco tutto ciò che bisogna conoscere.

Assegnazione della casa dopo la separazione

Dopo la separazione, spesso si pone il problema di chi dovrà abitare l'ex casa familiare e di chi sarà obbligato al pagamento di tasse e spese relative all'immobile.

Bisogna fare innanzitutto alcune distinzioni.

Se la coppia, ad esempio, ha figli, ormai, l'indirizzo costante della giurisprudenza è quello di assegnare la casa al coniuge a cui sia affidata la prole.

Secondi i Supremi giudici, infatti, viene prima l'interesse dei figli rispetto a quello dei coniugi o del titolare dell'immobile.

Tale diritto spetta in ogni caso, anche qualora si tratti di scioglimento di famiglia di fatto, proprio in ragione della maggior tutela riservata dalla legge alla prole dalla legge.

Comunque, per poter mantenere il diritto sulla casa assegnata, il coniuge deve effettivamente abitarla in modo abituale.

Non è possibile concedere la locazione ad altre persone.

Qualora la coppia non avesse generato figli, invece, bisogna distinguere rispetto alla divisione dei beni.

Se si era concordato un regime di divisione dei beni, non ci sono apparenti ragioni per non lasciare la casa al suo legittimo proprietario.

L'assegnazione della casa sarà fatta o seguendo il titolo di proprietà, e perciò al coniuge cui l'immobile sia intestato, oppure anche all'altro se particolari esigenze lo richiedano, come, ad esempio, l'esistenza di particolari patologie.

Più incerta è la possibilità che l'assegnazione sia fatta al coniuge che non ne sia il proprietario per problemi legati alle capacità di reddito.

A riguardo la giurisprudenza è orientata nel senso di non ritenere ammissibile l'assegnazione della casa coniugale come facente parte del diritto al mantenimento.

Quest’ultimo, infatti, può essere garantito solo con la quantificazione di una somma e non tramite una sorta di compensazione.

Occorrerà, invece, un'espressa richiesta in tal senso, in mancanza della quale non potrà assegnarla.

Passiamo alla comunione dei beni.

In questa fattispecie si procede alla divisione del bene: in natura, se possibile, o in denaro.

Qualora l'immobile, dove si viveva, fose concesso in locazione, se il giudice dovesse decidere di assegnarla al coniuge diverso dall'intestatario del contratto di affitto, il che avviene se quest’ultimo è affidatario dei figli, questi avrà solo il dovere di informare il proprietario dell'immobile di essere subentrato nel contratto a seguito del provvedimento del giudice.

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Commenti e domande dei lettori

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  • massilau 23 novembre 2013 at 09:51

    Sono titolare di una pensione INPS; nel 2011 ho fatto la cessione di 1/5 a una finanziaria per problemi economici; lo stesso anno mi sono separato legalmente dalla moglie e il giudice ha assegnato a mia moglie e a mio figlio la casa e un assegno mensile. A causa di debiti contratti con la mia azienda che poi è fallita, il curatore ha chiesto tramite il Tribunale il sequestro conservativo ( da confermare nella causa di merito la cui prima udienza è fissata il 20-02-2014) di un ulteriore 1/5 della pensione. Il giudice ha ordinato il sequestro di un altro 1/5 della pensione nonostante la cessione effettuata antecedentemente e senza tenere conto del pagamento mensile alla mia ex-moglie. Così facendo mi ritrovo, dedotto i 2/5 e l'assegno di € 1300,00 mensile a mia moglie con un residuo di pensione di circa 400,00. E' corretto quanto disposto dal giudice ? E' opportuno e utile fare ricorso ? Grazie

    • Giorgio Valli 23 novembre 2013 at 11:51

      Il giudice deve tener conto solo di eventuali cessioni del quinto e dei pignoramenti in corso. E, fare in modo che la pensione del debitore esecutato non scenda al di sotto della metà di quanto percepito al netto delle ritenute di legge e al lordo dei pignoramenti e delle cessioni in corso. Per i pensionati, poi, il giudice deve anche verificare che il residuo mensile di cui il debitore esecutato può disporre, dopo il prelievo presso terzi, non risulti inferiore al minimo vitale (500 euro circa).

      Ora, è sufficiente che lei divida per due la sua pensione al netto delle ritenute di legge e prima dei prelievi effettuati dall'INPS a favore dei creditori. Questa e la capienza.

      Poi sommi gli importi relativi alla cessione del quinto ed al pignoramento intervenuto. Il risultato indica la quota prelevata.

      Se la quota prelevata è minore della capienza (e se la capienza è maggiore del minimo vitale) non ha alcun senso presentare opposizione.

      L'equivoco circa il calcolo del residuo che il pensionato si ritrova corrisposto dopo la falcidia operata dal creditore cessionario, dal creditore pignoratizio, dalla banca che reclama il mutuo mensile e dall'ex coniuge che pretende l'assegno di mantenimento, nasce dalla circostanza che per il giudice il mutuo e l'assegno di mantenimento non rientrano negli importi di cui tener conto, se non sono già stati oggetto di azione esecutiva nei confronti del debitore.

      Se, ad esempio, lei smettesse di corrispondere l'assegno di mantenimento mensile alla sua ex, e la sua ex agisse esecutivamente nei suoi confronti, il massimo a cui ella avrebbe diritto sarebbe l'importo ottenuto dalla capienza diminuita dalla quota ceduta e da quella già pignorata.

      Molto meno, mi sembra dei 1300 euro attuali.

      La ratio di questo approccio, per tentare di fornirle una motivazione razionale, è, tanto per dirne una, quella di impedire che il debitore, con un accordo "generoso" verso la ex coniuge in sede di separazione consensuale, possa mettere in atto un'azione finalizzata ad ostacolare il rimborso di eventuali creditori.