Ornella De Bellis

Se fosse stato un nullatenente (casa in affitto e lavoro in nero) la risposta alla sua domanda sarebbe stata semplicemente quella di mandare al diavolo quanti la contattano per esigere i crediti insoluti.

Nella situazione descritta, invece, bisognerebbe capire se le finanziarie da cui ha ricevuto i prestiti hanno venduto le pratiche, che la riguardano, a società di recupero crediti oppure hanno solo affidato il recupero del credito a terzi, nella consapevolezza che lei è un soggetto escutibile.

La questione è dirimente. Nel primo caso, la società di recupero crediti cessionaria non è incline a promuovere azioni esecutive nei confronti del debitore (si limita a telefonate intimidatorie e punta ad una soluzione stragiudiziale che le faccia incamerare qualche spicciolo). Qualora invece è ancora il creditore originario a gestire indirettamente l'azione di riscossione, per un credito concesso tenendo conto che il debitore percepisce uno stipendio ed è proprietario di un immobile, bisogna procedere con cautela.

Le azioni esecutive tipiche che potrebbero essere poste in essere nel secondo scenario ipotizzato, sono l'iscrizione ipotecaria sulla casa ed il pignoramento dello stipendio.

L'ipoteca di secondo grado sulla casa, in presenza di un mutuo ancora da pagare e di un creditore privilegiato (la banca), sarà subito considerata un'opzione da scartare (per adesso).

Resta il possibile pignoramento dello stipendio. Il fatto che il suo nucleo familiare sia monoreddito, che lei debba pagare le rate del mutuo e che debba servire altri finanziamenti in corso, sono circostanze irrilevanti per il giudice che è chiamato a decidere su istanza del creditore.

Lei percepisce uno stipendio netto di circa 1575 euro (i 1250 euro che gli vengono versati dal datore di lavoro più il prelievo del quinto). Eventuali pignoramenti e la cessione del quinto in corso non possono superare complessivamente la metà dello stipendio netto percepito, vale a dire circa 788 euro. Resta una capienza di 462 euro (al netto della cessione) in cui rientra ampiamente un pignoramento del 20% della retribuzione mensile netta, pari a 315 euro.

Insomma, se chi le ha concesso la carta di credito, o la finanziaria con cui ha l'insoluto, si rivolgesse al giudice, potrebbe ottenere un pignoramento, con prelievo alla fonte di 325 euro, senza batter ciglio.

Queste le dolenti note. L'aspetto positivo è che solo il primo creditore che intraprende l'azione esecutiva otterrebbe la quota pignorata. Il secondo, in ordine di tempo, dovrebbe attendere il rimborso del creditore che lo ha preceduto nel rivolgersi al giudice.

Allora, tornando al discorso sul consolidamento del debito che le è stato negato, la soluzione potrebbe essere quella di pagare solo il mutuo, Equitalia (visto che ha già ottenuto la dilazione e (obbligatoriamente) la cessione del quinto. Tutti gli altri debiti verrebbero consolidati attraverso una rata mensile (quella del pignoramento) di 325 euro.

Certamente i debiti relativi alla carta (3700 euro), al prestito insoluto (1800 euro) e a quello che sta pagando (252 euro) verrebbero gravati da spese legali ed ulteriori interessi. Ma, se deve sopravvivere, è questa, forse, l'unica soluzione percorribile. In pratica è come se avesse ottenuto il mutuo di consolidamento che le è stato negato: rata globale sostenibile e tempi lunghi di rimborso (anche con la ristrutturazione del debito, peraltro, lievitano gli interessi).

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