Patrizio Oliva

Molto probabilmente la documentazione ISEE serviva all'operatore per dimostrare ai suoi dirigenti la situazione economico patrimoniale di indigenza del debitore e giustificare la soluzione di accordo transattivo a saldo stralcio, con un piano di rientro a rate minime.

Inutile trasmetterla, naturalmente, se la DSU ISEE indica che il debitore non versa in condizioni economico patrimoniali precarie.

Nel caso (peraltro improbabile) che la società di recupero crediti promuovesse un'azione esecutiva finalizzata al pignoramento dello stipendio presso il datore di lavoro, al giudice interesserà sapere soltanto se sono in corso cessioni del quinto e se insistono altri prelievi forzosi. Il resto (convivente, situazione logistica, figli da mantenere, mutui da pagare) sono dettagli che contano zero.

Il giudice deve applicare la legge senza entrare in valutazioni che non gli competono e che potrebbero essere contestate con successo dal creditore.

Da una parte abbiamo, dunque, la società di recupero crediti che preferisce non andare incontro ad ulteriori spese legali da anticipare (anche se saranno successivamente poste a carico del debitore) per ottenere un pignoramento (il 20% della busta paga mensile netta) che potrebbe protrarsi solo per pochi mesi (il contratto di lavoro del debitore è a tempo determinato). E, dunque, privilegia una soluzione transattiva di accordo a saldo stralcio (pochi, maledetti e in tempi relativamente brevi).

Dall'altra il debitore che preferisce prendere tempo ed attendere, magari, la cessione di seconda mano del credito ad altra società con la conseguente possibilità di ridurre ancora l'importo da versare a saldo stralcio.

Ma, visto che lei è titolare di uno stipendio (anche se con un contratto a tempo determinato) la corda potrebbe spezzarsi. Se è consapevole di questo, giocare al rilancio attendendo proposte di chiusura economicamente più favorevoli potrebbe rappresentare la strategia vincente.

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