Giorgio Valli

Forse è il caso di sgombrare il campo da un equivoco: il concordato con i creditori in continuità di esercizio è un'opzione concessa all'imprenditore nel tentativo di far sopravvivere l'azienda e quindi conservare il posto di lavoro anche ai dipendenti.

L'eventuale insostenibilità degli obblighi assunti con i creditori (compresa la fattibilità del piano di prosecuzione dell'attività imprenditoriale) e la conseguente dichiarazione di fallimento dell'azienda non liberano i beni che l'imprenditore si era impegnato a dismettere per far fronte al concordato. In pratica, i due immobili sui quali c'era stato impegno all'alienazione entro 42 mesi, verrebbero comunque acquisiti dal fallimento.

Comprendo il timore che la prosecuzione dell'attività in un contesto di crisi conclamata possa accrescere considerevolmente l'esposizione debitoria, ma, purtroppo, anche la giurisprudenza evolve e ciò che era possibile ieri, domani non è certo.

Non credo, personalmente, che il giudice delegato possa applicare sanzioni penali se le difficoltà aziendali sono riconducibili alla crisi. Il suggerimento, dunque, è quello di insistere con il professionista: il fatto che non sia adeguatamente remunerato per le prestazioni che è chiamato ad adempiere, non giustifica certi comportamenti superficialmente liquidatori delle istanze formulate dal debitore sottoposto a procedura di concordato preventivo in continuità aziendale.

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