Annapaola Ferri

Alcune precisazioni, in premessa, sono inevitabili.

La prima ad onor del vero, riguarda Equitalia. Imputare alla riscossione coattiva affidata ad Equitalia le conseguenze di una pressione fiscale e contributiva intollerabile, significa solo perpetuare quella disinformazione che tanto piace ai politici. Gli unici veri responsabili della situazione penosa in cui versiamo tutti, chi più, chi meno.

Sarebbe come prendersela con i sicari assoldati da un camorrista, stendendo un velo omertoso sulle responsabilità del mandante. Non è cosa corretta.

La seconda questione riguarda il minimo vitale, che non entra in gioco nel pignoramento degli stipendi, ma solo in quello delle pensioni.

La terza è che una separazione consensuale o giudiziale con assegno di mantenimento fissato a beneficio del coniuge non abbatte la quota pignorabile dello stipendio. E' necessario che il coniuge obbligato non versi gli alimenti e che il coniuge assegnatario proceda giudizialmente per il recupero del credito.

L'ultima attiene al massimo pignorabile da Equitalia: nel suo caso si tratterebbe del 10% dello stipendio (e non del quinto).

In pratica, se il debitore percepisce uno stipendio di 1500 euro, per rendere non disponibile una quota al pignoramento esattoriale, occorre che, fra pignoramenti e cessioni del quinto già in corso, la cifra prelevata alla fonte dal datore di lavoro sia pari o superiore a 750 euro.

Ad esempio, quando Equitalia eventualmente busserà alla porta per ottenere il suo 10%, dovrà trovare un debitore con già in corso una cessione del quinto (300 euro) e che sia già stato assoggettato al pignoramento dello stipendio, da parte del coniuge separato in conseguenza ad omesso versamento degli alimenti, per almeno 450 euro.

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