Prigionieri delle banche

La portabilità dei mutui difficilissima, la concorrenza troppo poca, la trasparenza come prima, i costi per il cliente ancora alti. Così gli istituti di credito sono di nuovo nel mirino delle Authority e dei consumatori

L'Autorità Antitrust chiede alle banche più concorrenza e meno costi; e sgrida gli istituti di credito che non agevolano il passaggio della clientela da un mutuo all'altro, così come ha fatto nei giorni scorsi anche l'Isvap, l'autorità di vigilanza sulle assicurazioni. Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, auspica una maggiore attenzione verso la vecchia clientela, perché le condizioni competitive vengono proposte soprattutto ai nuovi utenti, e spinge affinché la proprietà delle società di gestione del risparmio venga separata dalla proprietà delle reti di distribuzione (ora gran parte del business è in mano al sistema bancario).

La Consob, la Commissione di controllo sulle società e la Borsa, reclama a gran voce maggior trasparenza sulla distribuzione di prodotti finanziari illiquidi, cioè sulle obbligazioni strutturate e le polizze unit-linked, che negli ultimi mesi hanno rappresentato il grosso delle vendite di strumenti finanziari alla clientela. Una serie di critiche che trova conferma nell'inchiesta effettuata sul campo da ‘L'espressò (vedere riquadro a pag. 140): dalle risposte e dalle proposte degli impiegati delle filiali visitate in giro per l'Italia, da Milano a Catania, emerge la tendenza a orientare il pubblico verso prodotti complessi, poco trasparenti e quasi sempre appartenenti alla scuderia di casa (più vantaggiosi per la banca), a non essere troppo espliciti sui costi, a trascurare il titolo di Stato come forma rassicurante d'investimento.

Dopo aver portato a casa un buon risultato di immagine grazie all'accordo sui mutui concordato con il neoministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e dopo aver festeggiato gli ottimi risultati di bilancio ottenuti anche nel 2007 nonostante la crisi mondiale provocata dallo scoppio dei mutui subprime americani, le banche italiane si ritrovano un'altra volta nel mirino della critica. E che critica.

Stavolta a puntare il dito non sono infatti le molte sigle dei movimenti dei consumatori, ma le massime autorità istituzionali di controllo. Un accerchiamento da cui hanno la possibilità di uscire con una certa rapidità, ma pagando un prezzo piuttosto alto, e cioè una bella limatura ai costi e alle commissionati caricati sulle spalle della clientela. Sono insomma di fronte a un classico bivio: continuare a premiare gli azionisti, soddisfatti anche nella primavera del 2008 con una bella sventagliata di dividendi, oppure rinunciare a una parte dei profitti per ridurre i costi che gravano sulle spalle dei clienti?

Il caro-conto Il Rapporto 2007 dell'Unione europea sull'integrazione dei mercati finanziari sostiene che per avere un conto in banca gli italiani spendono mediamente 120 euro l'anno, contro gli 80 dei francesi, i 65 dei tedeschi e i 10 degli olandesi. All'Abi, l'Associazione bancaria italiana presieduta da Corrado Faissola, questi attacchi da Bruxelles provocano reazioni secche, del tipo: "I prezzi dei conti correnti italiani citati dalla Commissione europea si riferiscono a pacchetti di servizi e quindi non possono essere paragonati con prezzi di servizi semplici, quali sono i conti correnti in altri paesi. Senza dimenticare la fiscalità o l'uso del contante che in Italia pesano più che nel resto d'Europa". Ma anche secondo un'indagine di Bankitalia, che però ammetteva una certo calo dei costi rispetto al passato, la spesa media annua risultava aggirarsi intorno ai 130 euro.

Il mutuo non trasloca Il 14 maggio l'Antitrust guidata da Antonio Catricalà ha aperto ben dieci istruttorie contro altrettanti gruppi (tra cui i big Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnl, Mps, Popolare di MIlano, Ubi Banca): sono accusati di non aver rispettato le norme sulla portabilità dei mutui, che deve essere gratuita, così come la surroga dell'ipoteca. Morale: il cambio di mutuo si verifica assai raramente. Una recente inchiesta di ‘Plus', il settimanale del ‘Sole 24 Orè , intitolata ‘Il trasloco è solo un miraggiò , spiega che a marzo le surroghe rilevate dai Consigli provinciali dei notai erano arrivate a quota 2.624, a fronte di 18.345 sostituzioni segnalate. Il segretario di una importante associazione finanziaria nazionale, che preferisce restare anonimo, ha raccontato a ‘L'espressò il suo personale caso, che dimostra quanto sia ancora di moda il ‘catenacciò negli schemi difensivi delle banche italiane. Questo signore, che aveva acceso nel 2002 un mutuo a tasso fisso in una agenzia dell'Mps a Milano, con una maggiorazione dell'1,20 per cento rispetto al tasso Euribor, s'è presentato allo sportello annunciando che voleva trasferire il mutuo - in scadenza nel 2017 - a un altro istituto. In barba alla legge Bersani, gli impiegati dell'agenzia dell'Mps gli hanno chiesto una penale di 700 euro. Lui ha alzato la voce, la penale è sparita e il mutuo è stato trasferito, con uno spread dello 0,70 per cento, in un agenzia milanese della Banca Sella. Il nostro amico risparmierà tra i 2.500 e i tremila euro su un mutuo di 60 mila euro.
Clienti prigionieri "Il precedente governo di centrosinistra aveva scritto male le regole sulla surroga e il meccanismo è rimasto inceppato per mesi: ora che cominciava a mettersi in moto, è arrivato l'accordo Tremonti-banche che di fatto annulla lo spirito pro-concorrenza che animava il decreto Bersani e consente alle banche di tenersi stretto il vecchio cliente, allungandogli soltanto la durata del mutuo", commenta laconicamente Alessandro Pedone, responsabile settore risparmio dell'Aduc, l'Associazione diritti utenti e consumatori. Secondo l'istituto di ricerca Nomisma il 22 per cento delle famiglie italiane (oltre 5 milioni di nuclei familiari) ha un mutuo in corso e stando a un altro centro studi, il Censis, ce ne sarebbero ben 530 mila nei guai per pagare regolarmente la rata.

Non solo Arancio Finora, a uscire alla grande dall'intrico dei mutui, almeno dal punto di vista mediatico, è stato soprattutto Ennio Doris, che il 9 giugno ha annunciato una riduzione media dello 0,64 dello spread sull'Euribor di tutti i mutui di Banca Mediolanum. Un taglio stimato in 65 milioni, ma anche una mossa degna della fama di instancabile venditore che accompagna da anni il fedele socio di Silvio Berlusconi. Evidentemente, Doris conta non solo di mantenere in portafoglio i vecchi clienti, ma anche di acchiapparne di nuovi grazie all'autosconto unilaterale. Chissà tra i concorrenti chi lo seguirà su questa strada: non tutti possono sperare di conquistare nuovi clienti, quindi qualcuno si farà del male, economicamente parlando, se la corsa al ribasso scatterà davvero. Con piena soddisfazione, invece, della clientela.

Se la battaglia per spostare o migliorare il mutuo a caccia di condizioni migliori necessita della forza impositiva della legge o di colpi di teatro come quelli annunciati da Mediolanum, l'approdo verso conti correnti meno costosi e più remunerativi è assai più semplice. Anche perché, ormai, sulle tracce del Conto Arancio si sono messi in parecchi. Il nome dell'ultimo concorrente ha destato una certa sorpresa, visto che si tratta della blasonata Mediobanca. Con il manager che ha portato al successo il Conto Arancio in Italia, Christian Miccoli, la banca d'affari milanese ha lanciato Chebanca!, struttura on line che punta tutto su semplicità e convenienza. Ambizioso il piano industriale: pareggio in tre anni, dopo aver conquistato oltre 400 mila clienti e catturato 13 miliardi di depositi. Il Conto Arancio di Ing Direct, che è stato l'apripista ed è il leader del settore, ha superato il milione di clienti nello scorso aprile e ha depositi per 15,2 miliardi di euro. Secondo l'ultimo bollettino dell'Abi, la remunerazione media lorda dei conti correnti in euro, a maggio, era dell'1,73 per cento. Un anno fa era dell'1,38 per cento. In Italia ci sono 30 milioni di conti correnti e lo stock attuale della raccolta totale del sistema bancario italiano ammonta a 1.340 miliardi di euro. Le obbligazioni pesano per 604 miliardi, l'insieme dei depositi (conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito) ammonta a 736 miliardi. Nei conti correnti classici dovrebbero stazionare oggi almeno 500 miliardi di euro: tanti, troppi. Infatti, la giacenza media dei conti in Italia sfiora gli 11 mila euro, mentre in Europa sia sta intorno ai 3 mila.

Forza Internet! Un parziale travaso verso i conti on line, anche proposti da banche tradizionali, potrebbe far crescere di botto di almeno uno o due punti percentuali annui la redditività di quella ingente massa di denaro lasciata a dormicchiare su un conto corrente che deve essere considerato di servizio (pagamenti bollette e carte di credito, incasso stipendio o pensione) e che ancora in troppi si ostinano a considerare uno strumento di investimento. Basta dare un'occhiata alla tabella di pagina 139 per capire che il 3 per cento netto è un obiettivo veramente alla portata di un click, come dicono le pubblicità dei conti on line. Tra l'altro, è assai probabile che anche i rendimenti di questo genere di strumenti siano destinati a crescere, sull'onda dell'aumento dei tassi. Il 16 giugno, nell'ultima asta del Bot annuale, il re dell'Investimento Tranquillo, la remunerazione lorda è salita al 4,58 per cento, contro il 4,03 per cento di un mese prima. Tolti il 12,5 per cento di tasse e la commissione per l'acquisto da pagare all'intermediario, si arriva al 3,6-3,7 per cento netto. Alcuni Btp con durata residua di due anni hanno già superato il 5 per cento lordo. È immaginabile che, a colpi di promozioni a tempo o legate alla quantità di soldi investiti, anche i conti on line e gli strumenti simili si adeguino svelti al ritmo di marcia imposto dal Bot.

Senza alternative Gli scandali a livello mondiale hanno minato la reputazione delle banche, ma gli istituti di credito italiani sembrano in una botte di ferro, più dei loro concorrenti dei Paesi evoluti, anche per mancanza di alternative. La figura del promotore finanziario non s'è mai imposta per davvero e proprio oggi che sembra aprirsi uno spazio per una consulenza indipendente, il pessimo andamento delle Borse azionarie e la perdita di appeal dei fondi d'investimento sta addirittura mettendo in crisi la categoria, scesa da 40 mila a 30 mila unità negli ultimi anni. Come dimostra il grafico di pagina 138, per le banche è molto più semplice e vantaggioso collocare le obbligazioni strutturate e le polizze unit-linked che non i fondi d'investimento. Che sono trasparenti, confrontabili con la concorrenza e costano di più, se la gestione è fatta in casa. Così l'industria dei fondi è in calo verticale, con l'eccezione della nicchia degli Etf, i fondi a gestione passiva che costano pochissimo e replicano l'andamento di indici o di panieri determinati di titoli. Buffa storia, quella degli Etf: fino a qualche tempo fa, i gestori classici e, ovviamente, le banche, li odiavano e ne ostacolavano la diffusione. Adesso che si è scoperto che molti money manager li utilizzano nella gestione dei fondi, la messa al bando è finita. Capitava così anche i primi tempi del Conto Arancio. La morale? Il risparmiatore deve imparare a non pendere più dalle labbra dell'impiegato, a dedicare attenzione non solo al costo del conto corrente e delle operazioni al bancomat, ma anche e soprattutto alle caratteristiche e ai costi dei prodotti d'investimento che gli propongono.Il 30 giugno si concluderà la consultazione avviata dalla Consob sul tema: ‘Il dovere dell'intermediario di comportarsi con correttezza e trasparenza in sede di di distribuzione di prodotti finanziari illiquidì . Sembra una roba da addetti ai lavori, e invece riguarda i risparmi di milioni di italiani. Infatti, nel mondo delle banche pare che siano al lavoro in tanti per evitare che un'eventuale normativa sia troppo esplicita. Per sapere quanto mi costava davvero l'obbligazione strutturata che mi proponeva un anno fa l'impiegato della mia banca, ho dovuto far finta di impossessarmi per sbaglio del foglietto che aveva davanti. Sul quella paginetta c'erano scritte poche cose, e la più importante era in neretto e diceva: ‘Up front: 5 per centò . Era la commissione che avrei pagato immediatamente, ma senza saperlo, e che la banca avrebbe quindi incassato subito. Speriamo che dalle consultazioni della Consob esca l'obbligo di farlo sapere subito al cliente. Oltre che di spiegargli quanto ci potrebbe perdere, il cliente, vendendo il prodotto prima della sua naturale scadenza.

di Maurizio Maggi da L'espresso

26 giugno 2008 · Antonio Scognamiglio

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