La nozione di pagamento ex articolo 2033 del codice civile

Infatti, la chiarezza della motivazione in ordine alla nozione di pagamento fa sì che la previsione del mille proroghe circa la decorrenza del termine prescrizionale “dal momento dell'annotazione” sia del tutto inidonea ad impedire il meccanismo ex articolo 2033 del codice civile.

Se la ratio posta a fondamento della norma, da ultimo richiamata, è proprio quella di apprestare un rimedio giuridico completo per tutte le situazioni in cui un'attribuzione patrimoniale sia stata eseguita senza una giustificata ragione, è del tutto ovvio che sino alla chiusura del conto, e nei limiti dell'affidamento, non ci sia alcun adempimento in senso tecnico giuridico.

Non esiste infatti alcuna percezione effettiva di denaro da parte dell'istituto di credito, ma solo un eventuale incremento del credito utilizzabile; non può, quindi, decorrere alcun termine di prescrizione dal giorno dell'addebito in conto. Del resto, agli addebiti eseguiti sul conto corrente dall'istituto di credito "per soddisfare le proprie ragioni creditorie" non consegue un credito esigibile della banca verso il correntista. Soltanto con la chiusura del rapporto e la formazione del saldo finale il credito bancario diventa esigibile.

Non è possibile sovrapporre il concetto di “disponibilità” che assicura al correntista una facoltà di disposizione, all'esigibilità e non vi è dubbio che il presupposto per l'esigibilità del credito della banca è la chiusura del rapporto.

Fino alla sua chiusura, il conto corrente, è un mero prospetto contabile in cui sono annotate reciproche poste di dare ed avere con la periodica trimestrale formazione di un saldo differenziale meramente fattuale, da cui deriva la facoltà del correntista di disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito: solo con il saldo finale - giova ribadirlo - si giungerà ad un saldo esigibile con un unico risultato solutorio. Infatti, nel corso del rapporto non si ha un pagamento in senso tecnico degli interessi e del capitale, non vi è un debitore che imputi un pagamento, ma vi è un correntista che effettua un versamento ottenendo una mera registrazione a credito sul conto priva di qualsiasi imputazione di pagamento per interessi e competenze eventualmente maturati.

Le annotazioni operate dall'azienda in un conto corrente bancario non costituiscono la conseguenza di reciproche rimesse e non esprimono l'esistenza di debiti e crediti di ciascun contraente nei confronti dell'altro ma rappresentano semplici variazioni quantitative dell'ordinario rapporto di credito o di debito con la banca. Il cliente non effettua nessun pagamento indebito ma semplicemente è uno spettatore che “subisce una annotazione”.

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  • Michelozzo Marra 17 aprile 2012 at 13:14

    Già in precedenza la Corte dei Conti era intervenuta in materia, stabilendo che, per la presentazione del ricorso, il cliente poteva fare causa alle banche, per chiedere la restituzione degli interessi illegittimi, entro 10 anni dalla chiusura del conto. Con un emendamento inserito nel milleproroghe si stabilì che il termine dei 10 anni scattava dal giorno di registrazione contabile dell'addebito illegittimo. Quindi, visto che la pratica dell'anatocismo è di fatto vietata dal 2000, nessuno poteva più presentare ricorso. Con la nuova sentenza della Corte costituzionale, invece, viene bocciata la norma.

    La norma censurata, secondo i giudici della Consulta, viola, in particolare, l'art.3 della Costituzione perchè «facendo retroagire la disciplina in esso prevista, non rispetta i principi generali, eguaglianza e ragionevolezza». Inoltre, si legge ancora nella sentenza, «non è dato ravvisare quali sarebbero i motivi imperativi di interesse generale, idonei a giustificare l'effetto retroattivo» della norma che, quindi, viola anche l'art.117 della Costituzione.

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