Il termine prescrizionale per anatocismo interessi in conto corrente secondo il Milleproroghe 2011

Il recentissimo decreto Milleproroghe - convertito con la legge numero 10/2011 del 26 febbraio 2011 - prova a tendere un salvagente al sistema bancario in relazione alle situazioni pregresse, stabilendo che la decorrenza del termine prescrizionale, per esercitare il diritto a  richiedere  il pagamento degli interessi  non dovuti, parte dal momento dell'annotazione contabile.

Il decreto Milleproroghe, dunque, sembrerebbe annientare la posizione di vantaggio che i clienti avevano maturato nei confronti delle banche per effetto della decisione in esame. Se dunque, per le ragioni già specificate, la Cassazione aveva affermato che il termine prescrizionale di dieci anni dovesse decorrere dal giorno di chiusura del conto corrente, la versione appena licenziata prevede che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizi a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa.

Stando al dato normativo, indubbiamente più favorevole alle banche, l'azione di ripetizione degli interessi anatocistici dovrebbe essere proposta nell'arco di dieci anni tra la data di ciascun singolo accreditamento (o versamento) in favore della banca e la data di proposizione della domanda giudiziale, e, quindi, anche durante lo svolgimento del rapporto.

Ma, la formulazione della norma sul piano tecnico giuridico è sbagliata e come tale non idonea a raggiungere gli obiettivi per i quali è stata introdotta. Proveremo a spiegare perché.

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  • Michelozzo Marra 17 aprile 2012 at 13:14

    Già in precedenza la Corte dei Conti era intervenuta in materia, stabilendo che, per la presentazione del ricorso, il cliente poteva fare causa alle banche, per chiedere la restituzione degli interessi illegittimi, entro 10 anni dalla chiusura del conto. Con un emendamento inserito nel milleproroghe si stabilì che il termine dei 10 anni scattava dal giorno di registrazione contabile dell'addebito illegittimo. Quindi, visto che la pratica dell'anatocismo è di fatto vietata dal 2000, nessuno poteva più presentare ricorso. Con la nuova sentenza della Corte costituzionale, invece, viene bocciata la norma.

    La norma censurata, secondo i giudici della Consulta, viola, in particolare, l'art.3 della Costituzione perchè «facendo retroagire la disciplina in esso prevista, non rispetta i principi generali, eguaglianza e ragionevolezza». Inoltre, si legge ancora nella sentenza, «non è dato ravvisare quali sarebbero i motivi imperativi di interesse generale, idonei a giustificare l'effetto retroattivo» della norma che, quindi, viola anche l'art.117 della Costituzione.

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