Pignoramento delle polizze vita

In teoria tutte le polizze vita sarebbero insequestrabili o impignorabili, almeno stando a quanto previsto dall'articolo 1923 del codice civile.

Le somme dovute dall'assicuratore al contraente o al beneficiario, non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare. Sono salve, rispetto ai premi pagati, le disposizioni relative alla revocazione degli atti compiuti in pregiudizio dei creditori e quelle relative alla collazione, alla imputazione e alla riduzione delle donazioni.

Qualcosa invece è cambiato da quando la prima sezione della Corte di Cassazione con sentenza della prima sezione civile numero 8676 del 26 giugno 2000 ha dato una lettura restrittiva all'articolo 1923, con l'obiettivo di scoraggiare chi, mediante i versamenti in un prodotto assicurativo - nello specifico le polizze vita - cercasse uno espediente giuridico per porsi al riparo dei creditori.

Secondo la Suprema Corte il divieto di pignorabilità di cui all'articolo 1923 del codice civile riguarderebbe le sole somme corrisposte dall'assicuratore al momento della naturale cessazione del rapporto al fine della reintegrazione del danno occorso all'assicurato (o al beneficiario) a seguito degli eventi morte e/o sopravvivenza assicurati con le polizze vita. Pertanto, non ricadrebbero nell'ambito dell'articolo 1923 del codice civile le somme percepite dall'assicurato a fronte dell'eventuale riscatto della polizza e, quindi, a fronte dell'esercizio di un diritto di recesso ad nutum, posto che, in tale secondo caso, l'assicurato verrebbe a recuperare al suo patrimonio somme che, “pur realizzando lo scopo di "risparmio", non integrano tuttavia gli estremi della funzione "previdenziale".

Sull'argomento la Cassazione è ritornata con una sentenza a Sezioni Unite (31/3/2008, numero 8271) con la quale - sconfessando il precedente orientamento - ha sancito che il divieto di pignorabilità di cui al citato articolo 1923 del codice civile non riguarderebbe le sole somme assicurate ma anche quelle dovute dall'assicuratore a titolo di valore di riscatto delle polizze vita.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito la impignorabilità ed insequestrabilità ex articolo 1923 del codice civile delle polizze vita considerata “la funzione previdenziale riconoscibile al contratto di assicurazione sulla vita - quale forma di assicurazione privata (pur nelle possibili sue varie modulazioni negoziali), maggiormente affine agli istituti di previdenza elaborati dalle assicurazioni sociali - non circoscritta alle sole somme corrisposte a titolo di indennizzo o risarcimento” (e, quindi, estensibile anche a quanto eventualmente percepito dalla parte assicurata a titolo di riscatto).

Come se non bastasse, con la Sentenza numero 1107/10 del 11/6/2010, il Tribunale di Parma ha ritenuto inapplicabile alle polizze vita del tipo "due linked life policies" il divieto di pignorabilità di cui all'articolo 1923 del codice civile, attesa la natura esclusivamente finanziaria delle stesse, in quanto non apparivano preordinate a soddisfare bisogni di natura previdenziale, cioè i bisogni “legati all'età post lavorativa o derivanti dall'evento morte di colui che percepisce reddito dei quali anche altri si avvalga”.

Segnatamente, il Tribunale di Parma ha valorizzato i seguenti elementi nel ritenere che, nel caso di specie, le polizze vita del tipo "due linked life policies" costituissero dei veri e propri contratti di finanziamento (con conseguente, ritenuta, inapplicabilità del citato articolo 1923 del codice civile, che, come noto, costituisce una deroga all'articolo 2740 del codice civile):

  1. le polizze vita potevano essere riscattate in qualsiasi momento e nulla garantivano per l'assicurato, nemmeno il rientro del valore investito;
  2. i premi delle polizze vita erano stati corrisposti con versamento unico (tipico degli investimenti finanziari), diversamente da quanto avviene per le polizze previdenziali che prevedono solitamente il versamento periodico di un premio;
  3.  una delle due polizze vita aveva una durata fissa (e, precisamente, una durata di 6 anni e 4 mesi), a differenza delle polizze previdenziali, che, per lo più, vengono stipulate in relazione alla durata della vita intera della parte assicurata o beneficiaria;
  4.  la redditività delle due polizze vita era esclusivamente legata a fenomeni di tipo finanziario e, segnatamente, in un caso, al valore dell'indice azionario Dow Jones e, nell'altro caso, al rendimento di un fondo;
  5.  la redditività delle due polizze vita sarebbe anche potuta mancare in caso di negatività dei riferimenti finanziari, a differenza di quanto avviene nelle polizze sulla vita genuine, nelle quali è garantita, quantomeno, la restituzione integrale del capitale nominale .

La lettura della Sentenza ribadisce che i prodotti assicurativi di investimento “assolvono più a funzione di investimento di capitali che alla funzione di una tutela previdenziale” e conseguentemente “ne accerta e dichiara la pignorabilità”.  Trattandosi di una sentenza di primo grado sono naturalmente aperte le più svariate possibilità di diverso giudizio nei gradi successivi, se e quando vi si ricorrerà.

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Commenti e domande dei lettori

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  • alberini 19 agosto 2015 at 15:58

    Come agirà Equitalia nei miei confronti: ho un debito di 40 mila euro che anno lievitato nel tempo. Allora avevo 22 mila euro, sono passati più di 10 anni, ma Equitalia non si muove per adesso. Avevamo il conto in banca congiunto ma adesso l'ho separato siamo sempre nella stessa banca.

    Equitalia puo arrivare a bloccare il conto? Noi siamo nulla tenenti, mi hanno fatto il fermo amministrativo al camper che non ho fatto in tempo a intestarlo ad un altro nome. Se cambio banca e lo stesso? Possono pignorare il lo stipendio? Mi dite come posso muovermi?

    • Ludmilla Karadzic 19 agosto 2015 at 17:40

      Equitalia può certamente pignorarle il conto: e le probabilità che agisca in tal senso sono senz'altro maggiori oggi che ha un conto corrente non intestato congiuntamente ad altri. Il suggerimento è quello di depositare eventuali liquidità su un conto corrente intestato a terzi: non serve cambiare banca, il problema è la titolarità del conto corrente.

      Equitalia può pignorarle lo stipendio nella misura di un decimo (10%) se la sua retribuzione, al netto di tasse e contributi, non supera i 2 mila e cinquecento euro.