Origine e  cause di taluni comportamenti "border line" degli operatori di recupero crediti

Ma riflettiamo: era davvero un individuo così spregevole Samantha?

Alcuni anni fa Samantha aveva lasciato la propria città e si era trasferita nella capitale in cerca di lavoro. Il primo lo aveva trovato sfogliando le pagine di Porta Portese. Il solito call center da 600 euro al mese. Ma le dissero che doveva aprire partita IVA, se voleva quel posto.

E Samantha aveva aperto partita IVA. Si accorse solo dopo che per gestire tutti gli adempimenti previsti dalla legge aveva bisogno di un fiscalista. Anche se aveva adottato il così detto “Regime semplificato ed agevolato per i contribuenti minimi”.  Il più economico fra i professionisti che aveva contattato, un ragazzino appena laureato, gli aveva chiesto 100 euro a trimestre per la tenuta della contabilità. E lei aveva accettato.

Alla fine del mese le chiesero di emettere fattura. Le dissero anche che se voleva, poteva richiedere il 4% di INPS come contributo obbligatorio (la rivalsa) dovuto dalla società. Ma forse era meglio, le suggerirono,  lasciar perdere. Tanto la pensione non l'avrebbe mai vista ed a fronte di quel 4% a carico della società, lei avrebbe dovuto sborsare il 27% dell'importo lordo, sempre da destinare all'INPS. “Son mica scema” pensò Samantha e senza saperlo cominciò ad essere una debitrice.

L'avrebbero pizzicata  da lì  a qualche anno, nome in codice "Operazione Poseidon", dopo un banale incrocio di dati risultanti dalla dichiarazione 770 della società e la sua dichiarazione dei redditi. Doveva ben 18 mila euro di contributi pensionistici evasi (escluse sanzioni ed interessi). E, cosa stranissima, alla sua società di recupero crediti nessuno aveva richiesto nulla, neanche quel 4% sulla fatturazione lorda che pure il datore di lavoro aveva risparmiato (o evaso?).

Boh, stranezze e conseguenze di leggi da ascrivere ai grandi (e profumatamente pagati) consulenti del Ministero del Lavoro, come Massimo D’Antona e Marco Biagi, padri indiscussi del precariato legalizzato. Sintesi mirabile, i due, dell'approccio bipartisan ai delicati temi dell'occupazione e della previdenza sociale.

A Roma aveva anche trovato casa Samantha. Un tugurio ammobiliato (si fa per dire) di 20 metri quadri nell'estrema periferia Nord della capitale, in un edificio abusivo mai condonato, fra extra comunitari clandestini e cittadini emarginati. Ma la “casa” aveva i suoi pregi e comfort extra lusso: c'era una presa di corrente a cui attaccare la stufa o altri elettrodomestici ad elevato assorbimento di energia. I consumi erano assolutamente gratuiti, dal momento che quella presa elettrica era alimentata da un attacco abusivo al traliccio Enel più vicino.

Quattrocento euro al mese per quel buco senza contratto di affitto. Dunque, senza alcuna possibilità di scaricare le spese. Forse solo per quello era valsa la pena di aderire al “forfettone”.

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Stai leggendo Origine e  cause di taluni comportamenti "border line" degli operatori di recupero crediti Autore Simone di Saintjust Articolo pubblicato il giorno 16 agosto 2013 Ultima modifica effettuata il giorno 19 giugno 2016 Classificato nella categoria professione recupero crediti . Inserito nella sezione tutela dei beni del debitore Numero di commenti e domande: 8

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