Non succede solo negli USA - Macquarie Bank Italia: perdere il posto di lavoro per i mutui subprime

Un venerdì di qualche settimana fa ci hanno riunito per dirci: da lunedì ogni attività è sospesa. E il mio primo problema, drammatico, è stato quello di salire in auto, andare a Padova per dire a mio papà, orgoglioso di avere un figlio in carriera a Milano: la banca chiude, papà ho perso il lavoro.

Con mia moglie è stato più facile, visto che lei lavora nell'ambito delle risorse umane ed è abituata a gestire licenziamenti, anche se per la prima volta ha dovuto affrontare il problema dalla parte del licenziato.

Sono stato licenziato a 38, con una figlia di 2, è vero, ma in qualche modo mi ritengo fortunato perché Macquarie Bank Italia ha annunciato la sospensione delle attività (in Italia erogava solo mutui, un miliardo di euro in meno di tre anni di operatività) venerdì 6 giugno, un paio di mesi prima della tempesta finanziaria che sta scuotendo le banche di tutto il mondo.

Ho quindi avuto un paio di mesi per trovare un nuovo lavoro giocando in anticipo sulle tantissime professionalità che in questi giorni stanno rischiando il posto di lavoro.

E' stato un periodo da incubo, anche perché tutto è successo dannatamente in fretta. Troppo in fretta. Mi hanno strappato da un'altra banca, era il gennaio 2008, con un ottimo contratto e con ambiziosi programmi di sviluppo che si sono sgretolati nel giro di meno di sei mesi sotto il peso della crisi dei mutui subprime.

E mi sono trovato, ci siamo trovati (tra Milano e Roma eravamo in 110), senza niente dal venerdì al lunedì, anche se siamo riusciti a evitare la scena degli scatoloni dei bancari americani. Quelli che escono dagli uffici con pochi effetti personali, come eravamo abituati a vedere nei film e che la cronaca di questi giorni ci propone quotidianamente. In Italia ci sono più garanzie, per fortuna. Ma è stato difficile, anche perché in Macquarie Bank non c'erano sindacati. E io ho sempre pensato, forse ingenuamente, che per gli incarichi affidatimi fosse mio dovere stare dalla parte dell'azienda e non dei sindacati. I rappresentanti delle confederazioni sindacali li abbiamo incontrati in una pausa pranzo, in un bar non troppo vicino alla sede.

Con molto imbarazzo perché non avevamo alcuna pratica sindacale, non conoscevamo il sindacalese e le sue tattiche. E non sapevamo neanche cosa chiedere, visto che la banca era costretta a chiudere. Mi sono iscritto al sindacato (lo ammetto: con molto imbarazzo) e abbiamo tentato una sola strada: cercare un accordo che garantisse la miglior buonuscita possibile. Per due mesi, dai primi di giugno a fine agosto siamo stati in ufficio senza far niente se non cercare un altro posto mentre la trattativa procedeva a singhiozzo, tra minacce aziendali di rottura e improvvise aperture. La vertenza (si dice così?) si è sbloccata con un vertice no stop dalle dieci del mattino alle cinque del giorno dopo, quando è stato trovato un accordo per incentivi all'esodo basati sull'età, privilegiando i più anziani che avrebbero sicuramente avuto più problemi a trovare un nuovo posto.

In questi due mesi ho pensato di tutto: fare il consulente, mettermi nell'agricoltura biologica, ricominciare da un call center a 700 euro al mese. Poi sono tornato con i piedi per terra, ho mandato qualcosa come 500 curricula in giro, ho avuto una cinquantina di colloqui, a conferma di quanto scritto da Job 24 sul Sole-24 Ore di ieri ("Finanza, colloqui no stop") e a fine agosto, data ufficiale della chiusura della banca, avevo in mano quattro offerte di lavoro. Ho privilegiato un gruppo finanziario internazionale che mi offre possibilità di crescere, anche se per il momento ci rimetto 50mila euro l'anno tra retribuzione fissa, parte variabile, auto aziendale e polizza sanitaria. Ma l'importante, per me, era ricominciare a lavorare.

Ho ricominciato, l'esperienza mi ha segnato profondamente, ma mi ha anche aiutato a riscoprire valori veri come quelli della famiglia (mio papà ha saputo dirmi cose molto belle) e degli amici. Senza di loro, infatti, non sarei riuscito a far circolare efficacemente il mio curriculum e trovare un'altra opportunità. Inoltre la loro stima, le loro parole, sms e email mi hanno data grande forza e fiducia e mi hanno fatto compagnia. Queste piccole cose non lo dimenticherò mai. A volte, può sembrare paradossale, anche i licenziamenti servono.

di Mauro Muraro

da Il Sole24Ore

9 ottobre 2008 · Antonio Scognamiglio

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  • carlo 13 ottobre 2008 at 11:03

    hai tutta la mia solidarità!
    in bocca al lupo
    carlo
    un collega