Michael Jackson e il pianto delle prefiche [Commento 1]

  • valerio cappelli 27 giugno 2009 at 23:26

    «Quando ero direttore a Philadelphia, negli anni ’80, ho vi­sto spesso i suoi spettacoli in tv. L'ho conosciuto così. Michael Jack­son è uno dei cantanti più leggen­dari e controversi (e anche amati) della storia musicale di tutti i tem­pi». A parlare è Riccardo Muti, in una pausa delle prove della Missa De­functorum di Paisiello che, dopo il trionfo salisburghese, porterà con la sua Orchestra Cherubini domani al Festival di Ravenna e lunedì a Fi­renze. «Con la lunga introduzione e i quattro responsoriali, è una ver­sione inedita dai tempi di Paisiel­lo».

    Maestro, che idea si è fatto di Michael Jackson? «La sua controversa vicenda, le sue debolezze, l'irrequietezza estre­ma e alla fine stremata mi fanno pensare alle vicende dei grandi ca­strati barocchi come Caffarelli o Fa­rinelli, oggetti di culto e di una ido­latria sfrenata. Spesso vittime di questo culto».

    Non era né bianco né nero, ave­va una voce che non era né ma­schile né femminile... «Infatti ho parlato dei castrati».

    Questa ambiguità ha avuto mol­ta presa sugli adolescenti. E poi la vita come luna park... «Non voglio addentrarmi in giu­dizi morali, certamente tutto ciò che ha fatto è stato all'insegna di una tipicità che l'ha portato a que­sta fine tragica».

    E sul piano musicale? «Gli afro-americani come lui hanno contribuito in modo sostan­ziale all'evoluzione della musica del nostro tempo. La musica ha co­stituito uno dei maggiori ambiti di affermazione per gli afro-america­ni, contribuendo al loro affranca­mento anche nella società Usa».

    Un riscatto sociale? «Jackson, come Louis Arm­strong, Ella Fitzgerald e Charlie Parker, ha rappresentato proprio il simbolo di questo riscatto. E' stato anche un artista generoso, penso a "We are the world" che servì a rac­cogliere fondi di beneficenza con­tro la fame nell'Africa orientale. Con lui muore la più alta espressio­ne della musica pop Anni ’80».

    Ci perdoni: ha mai ballato una canzone di Michael Jackson? «No. Non so ballare».

    Quale insegnamento trarre da una fine così precoce? «E' una lezione che ci fa riflettere sulla ricerca della bellezza e della giovinezza a tutti i costi. La sua vita è la dimostrazione che il successo non è necessariamente fonte di feli­cità».

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