L'odissea di un finto precario alla ricerca di un prestito vero

Io voglio un prestito da 5 mila euro, ma loro vogliono la mamma, non la loro, la mia: senza la sua firma, nessuna finanziaria, delle sei che ho visitato (tranne una: «bisogna vedere») mi concederà l'agognato prestito. «E se proprio non vuoi far firmare un genitore, avrai pure un fratello, un nonno, uno zio, una fidanzata, una finta fidanzata (?) che può garantire per te». Avrei un amico. «No, meglio di no. Se le cose vanno male, chi ti aiuta è la famiglia», mi dice un azzimato consulente finanziario che subito mi dà del “lei” per poi passare al paterno “tu” quando intuisce che non sono un caso facile.

Finirà col tranquillizzarmi su tutto, non prima di aver cercato di indirizzare ogni mia scelta: dalla persona che mi farà da garante alla durata del prestito: esco, dopo una chiacchierata di un quarto d'ora, fingendomi seriamente interessato a quelle rate di 48 mesi a 144,50 euro l'una, «senza spese aggiuntive». Mi sembra una cifra alta, ma non ho una calcolatrice a portata di mano: appena esco dall'ufficio, faccio due conti e viene fuori che per avere 5.000 euro, nel giro di tre giorni dal momento della firma, dovrò, nei prossimi quattro anni, renderne 6.936.

Alla fine è solo la seconda società che elargisce prestiti in cui metto piede. Decido di passare oltre. La prima a cui ho bussato si chiama Pitagora: suono e mi sento spiato dalla piccola telecamera del videocitofono. Dopo una rampa di scale entro in un ufficio pieno di scatoloni, una macchina del caffè e una pila di depliant della finanziaria in cui campeggia la foto del comico Pino Insegno. È seduto su una sedia da regista, e dice: «Il tuo problema è come ottenere un prestito?» La risposta è “sì”. Apro l'opuscolo, e ora Pino Insegno è sdraiato sopra la scritta «Mettiti comodo, a ridarti il sorriso ci pensiamo noi». Mi chiedono se ho un appuntamento: a dire il vero me lo chiederanno tutti, senza un apparente motivo, perché mi fanno subito sedere.

Il promotore che si prende cura di me ha buone intenzioni, ma si irrigidisce non appena pronuncio due parole che - scoprirò - non bisogna mai pronunciare quando si è a caccia di prestiti: «lavoro con un contratto a progetto». «Guardi - mi dice senza troppi giri di parole - se avesse un contratto da apprendista o a tempo determinato non ci sarebbero problemi, 5.000 euro non è una cifra proibitiva, ma così c'è poco da fare». Gli chiedo qual è la condizione migliore per un precario: con grande gentilezza mi spiega che il contratto a tempo con un minimo d'anzianità lavorativa è un buon viatico. L'alternativa è la firma di un «parente che possa garantire» per me. E questa storia del garante, più che un semplice ritornello diventerà un tormentone.

Mi mostro talmente sfiduciato che non si prende nemmeno la briga di buttare giù un preventivo. Mi indica l'uscita, e con una faccia di circostanza mi augura «in bocca al lupo, in questo periodo ce n'è bisogno».

Attraverso la strada ed entro al civico 21, lì c'è l'ufficio di Centroprestiti: un ingresso che sembra la sala d'aspetto di un medico pieno di riviste su orologi (vai a sapere perché) e foto alle pareti della città d'un tempo. «Ha un appuntamento?» No. «Entri pure». Il consulente mi fa accomodare in un bell'ufficio con poltrone in pelle: avrà 45 anni e una parlantina svelta. Gli dico che guadagno 1.200 euro al mese e ho ancora un anno di contratto: si può fare, ma all'idea di usare come garante un fratello che ha un'attività in proprio, scuote la testa. È lui quello della «finta fidanzata». Mi spiega che chi lavora in proprio ha già i suoi casini e spesso è già esposto. Vuole un pensionato, «un settantenne però, mica un centenario». Dopo il preventivo quadriennale da quasi 7.000 euro (per averne subito 5.000) mi congeda con una stretta di mano decisa. Sembra convinto di avermi convinto.

La terza tappa è da Agos: mi apre una bella ragazza che vuol sapere nome cognome e data di nascita. Non mi chiede per cosa mi servono i soldi (non l'ha fatto nessuno), ma vuol sapere quanto guadagno, che tipo di contratto ho. Anche qui senza firma del garante non posso far nulla. E anche qui ci sono volti famosi sul depliant, si tratta dei Flinstones, i fumetti cavernicoli di Hanna&Barbera. La ragazza che mi fa sedere parte con una serie di ipotesi chiamate “Duttilio”, “Revolving” e mi domando perchè non vada al sodo. Chiedo un preventivo, che a seconda del piano scelto può avere 100 euro in più di spese generiche. Le rate sono di 145 euro per 48 mesi. In linea con quelle di Centroprestiti. Mi dice anche che se il garante è iscritto a un sindacato o a una tale azienda c'è un piccolo sconto sulla rata.

Il tempo di attraversare la piazza e mi imbatto in Ducato: io ho solo 31 anni, ma per la prima volta in vita mia mi viene da dire «questo potrebbe essere mio figlio» quando un ragazzotto con i vestiti troppo larghi mi apre la porta. Penso che sia il figlio del proprietario messo lì a fare da portinaio, e invece è lui ad analizzare la mia situazione. La sparo grossa: «Ho il contratto che mi scade tra un anno. Mi servono 9.000 euro». Sarà l'età, l'inesperienza, ma mi dice subito no. Nemmeno scendere a 5.000 lo fa smuovere. «Capirà che dovremmo farle rate di 12 mesi da 800 euro l'una. Non converrebbe a noi né a lei». Lo trovo arrendevole dopo aver battagliato con quel marpione di Centroprestiti.

Quando arrivo da Figenpa stanno asfaltando il marciapiede. Mi sto intossicando e suono, nonostante sia in anticipo. Negli uffici c'è un bel via vai, ma si comincia alle 15 e mancano 10 minuti. Mi apre lo stesso un tipo simpatico che vuole sapere dove lavoro e quanti siamo: gli dico che ho un contratto a tempo determinato in un'agenzia marittima di dodici persone. Mi fa sedere, mi ascolta, chiama al telefono una collega per confermare la sua idea che senza garante non si può far nulla. Gli chiedo un'alternativa, che non c'è. Poi, preso da pietà umana, mi svela un “segreto”: «Roba che ascolto dai clienti». Devo cercarmi una piccola agenzia, una finanziaria che si appoggia a un'altra finanziaria. «A volte accettano anche situazioni disperate, ma la rata è più alta. Non mi chieda dove sono, anche se lo sapessi non lo direi».

La speranza, infine,  si accende da Sa.ro: «Dovremmo fare una valutazione dei meriti creditizi, se ad esempio ha molte uscite o un parente a carico, con un contratto a 1.200 euro la vedo dura. Ma se come mi dice non ha uscite particolari, forse si può fare. Servono un paio di giorni per le verifiche, ma potrebbe anche ottenere i soldi senza una seconda firma». Le percentuali? 50 e 50. Ringrazio, esco e mi imbatto in una pubblicità di Centroprestiti, dove c'è la foto di un tizio che esulta: o almeno così mi pare. Avrà trovato una finta fidanzata.

Ok, ho finto di essere un precario sedotto dalle finanziarie che promettono prestiti facili con pubblicità più o meno ammiccanti. Ma la prime domande che mi sono fatto sono state altre: non sarebbe meglio chiedere il prestito direttamente in banca? Quell'anonimato che crediamo di ottenere nei centri prestiti è un anonimato vero? E in banca come funziona?

A questo risponde un dipendendente di banca Carige, che mi spiega come funzionano le cosa da loro. «Ci possono essere differenze più o meno marcate, ma poi credo si decida tutti sulla base degli stessi parametri». «Il primo passo è aprire un conto. Se qualcuno si presenta è la prima cosa che gli chiediamo. Oltre a quello l'azienda si affida a noi dipendenti per fare un primo screening immediato basato sull'aspetto della persona, su quello che ci dice e su come lo dice». Una volta era il direttore della filiale o il capo area a decidere il destino di un prestito. «Si basava sulla propria esperienza per giudicare il meglio possibile il da farsi, caso per caso. Oggi è diverso». Carige ad esempio si appoggia su una propria finanziaria, Creditis, a cui vengono passate via terminale le pratiche avviate nelle filiali.

La chiacchierata preliminare allo sportello serve come primo filtro. Il ciente si accomoda e comincia a spiegare quanto gli serve e - se la cifra sale - per cosa. Un “dettaglio” di cui nessuno pare essere curioso nelle finanziarie in cui sono entrato. Poi che succede? «Si valutano gli aspetti personali e finanziari, e si fa un primo preventivo, tanto per dare un'idea all'interlocutore di quel che sarà. Ma la pratica, quella vera, non arriva a Genova fino a che l'interessato non ci porta un documento valido, il codice fiscale e la busta paga o il modello Unico (il 740)». Se il cliente è sprovvisto di anche solo uno dei documenti non se ne fa nulla. La banca ha bisogno di certezze. Dal momento in cui acquisisice i dati, può impiegare un massimo di tre giorni (ma di solito ne bastano due) per dire sì o no e accendere il prestito. «I tempi sono cambiati, sarà un metodo magari più freddo della chiacchierata col direttore, ma l'invio telematico dei dati e il controllo sono strumenti decisamente più affidabili».

L'idea che comprare un qualsiasi oggetto tangibile, una moto, un'automobile facilitasse le cose rispetto al denaro per una vacanza si rivela in parte sbagliata. «Certo, la banca può applicare un tasso più basso a fronte di certi acquisti, ma parliamo di cfire minime. La gente pensa che male che vada la banca si riprende l'auto o la moto, e così si rifà del prestito non restituito. Non sta proprio così: che se ne fa di una motocicletta? La banca preferisce sempre che la persona restituisca il denaro pattuito. Tutte le altre alternative sono un modo per non perderci, ma restano una “rottura di scatole” di cui si farebbe volentieri a meno». Se tutto va come deve andare, e il cliente si dimostra affidabile bastano 48 ore e i soldi compaiono sul conto. Poi, via con le rate, spesso - anche se meno pubblicizzate - più basse di quelle delle finanziarie.

tratto da un articolo di Roberto Scarcella

10 marzo 2009 · Patrizio Oliva

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