Liberismo assistito dallo Stato, un paradosso tutto americano

A portare alla bancarotta i giganti dell'auto Usa sono stati anche, e in modo determinante, i deficit dei Fondi aziendali pensionistici e sanitari. La società ha chiesto ai privati i servizi di welfare che lo Stato non fornisce, e questo è il risultato

C'è un fattore che non è stato messo nel dovuto rilievo nella vicenda che ha portato al dissesto dei tre grandi gruppi automobilistici americani, General Motors, Ford e Chrysler. L'attuale grande crisi nata nella finanza c'entra, ma fino ad un certo punto. Non ha fatto che dare il colpo di grazia, a causa della riduzione dei consumi e delle insolvenze sugli acquisti a rate, a gruppi che già da tempo pencolavano sull'orlo della bancarotta. Non a caso già tre anni fa le agenzie di rating avevano declassato le loro obbligazioni ben al di sotto dell'investment grade (il livello fino a cui il rischio per l'investitore viene considerato accettabile), classificandoli in pratica titoli-spazzatura.

A parte gli errori industriali e strategici, che pure ci sono stati, un peso determinante lo hanno avuto i pesantissimi esborsi che questi gruppi hanno dovuto sostenere per coprire i costi dei rispettivi Fondi previdenziali e sanitari. In America, come si sa, la previdenza pubblica è ben poca cosa, e per avere la speranza di una rendita sufficiente a sopravvivere quando si va in pensione bisogna versare contributi ai Fondi. Quanto alla sanità, quella pubblica copre solo i poverissimi e gli anziani (i famosi programmi Medi-care e Medic-aid). Gli altri si devono arrangiare con le assicurazioni private, che costano care, tanto che circa 45 milioni di cittadini non possono permettersele: in questi casi, un banale incidente o una malattia possono far cambiare drammaticamente la situazione sociale e il tenore di vita delle famiglie.

In questa situazione, è comprensibile che una parte importante della contrattazione sindacale sia stata diretta, da oltre cinquant'anni a questa parte, ad ottenere dalla aziende - quelle di una certa dimensione, ovviamente - quella copertura previdenziale e sanitaria che lo Stato non fornisce. E le aziende provvedono stipulando convenzioni con le assicurazioni e gestendo Fondi pensione, che investono i contributi sui mercati obbligazionari e azionari. Ora, chiunque abbia avuto qualche esperienza di risparmio gestito sa bene che le cose possono andare a gonfie vele, ma ci si può anche rimettere; e i Fondi dei big dell'auto non hanno fatto eccezione alla regola generale.

Per di più, fino agli anni '90 del secolo scorso i contratti prevedevano che il vitalizio fosse "a prestazione definita", ossia rapportato a quanto si percepiva di salario e non al rendimento degli investimenti del Fondo. La fede americana che investendo a lungo termine non si può che guadagnare - una fede, c'è da supporre, che la dura prova dei fatti dovrebbe aver incrinato - ha così provocato dei disastri nei bilanci aziendali. Già nel 2005 si calcolava che 1.500 dollari del ricavato di ogni auto GM e Ford venduta dovevano essere destinati ai Fondi previdenziali e assicurativi. In seguito tutte le aziende americane (quelle che l'avevano) hanno trasformato la copertura previdenziale nel tipo "a contribuzione definita". Si tratta, cioè, sull'importo che l'azienda versa al Fondo, ma senza garanzie di nessun tipo sulla pensione che si prenderà. Il rischio finanziario viene così scaricato sui lavoratori, ma neanche questo basta a risanare le voragini dei Fondi. Del resto, la General Motors ha un rapporto di 2,5 pensionati per ogni lavoratore attivo, quando - per gli Stati - è già considerato eccessivo un rapporto di 1 a 1.

Sempre la General Motors ha chiuso il 2007 con un deficit del suo Fondo di 39 miliardi di dollari (Il Sole 24 ore del 14.11.08) a fronte di un attivo con un valore di mercato (all'epoca) di 130 miliardi, che possiamo immaginare quanto siano diventati oggi: riporta sempre Il Sole che a fine anno erano investiti per il 26% in azioni per la parte pensionistica Usa del gruppo, mentre nel resto del mondo l'impiego nelle Borse era addirittura il 62%; e un 9% del paniere era costituito da azioni del settore immobiliare. Infine, negli ultimi 14 anni la redditività industriale è stata quasi sempre inferiore all'esborso per finanziare il Fondo.

L'ideologia liberista che ha avuto nell'America il suo portabandiera, che voleva che lo Stato gestisse il meno possibile e si limitasse al massimo a controllare, nel presupposto ritenuto un assioma (cioè, una verità evidente che non si dimostra) secondo cui i privati sono sempre più efficienti del pubblico, conosce ora la sua nemesi: è proprio a causa di quelle garanzie indispensabili che lo Stato non ha voluto dare, e che dunque la società ha richiesto alle aziende private, che ora due tra i maggiori costruttori di automobili al mondo (la Chrysler da tempo non può più essere considerata tale) per salvarsi avrebbero dovuto essere statalizzati: welfare ai privati, industria allo Stato. Davvero un esito paradossale. Non è andata così (almeno per ora) per l'opposizione dei senatori repubblicani, ma l'alternativa sarà disastrosa, con la perdita di milioni di posti di lavoro e un ulteriore colpo all'economia americana già in recessione.

I risultati, peraltro, gridano da tempo che non è quello sostenuto dai liberisti il modello migliore. La sanità Usa, ai cui scompensi abbiamo già accennato, risulta invariabilmente agli ultimi posti tra i paesi sviluppati, come efficienza ed efficacia, in tutte le classifiche di organismi sovranazionali o specializzati. Eppure è la più costosa del mondo: quasi il 16% del Pil, mentre la spesa europea si aggira sull'8-10%. Meno noto è il fatto che metà di questa percentuale è spesa pubblica: perché i controlli costano e perché assicurazioni e case farmaceutiche sono lobby fameliche e potentissime, che controllano un giro d'affari che secondo le stime raggiunge l'iperbolica cifra di 2.200 miliardi di dollari. Una spesa enorme, dunque, per un sistema inefficiente e che lascia del tutto scoperto quasi un quinto dei cittadini.
Sono dati su cui riflettere. E su cui dovrebbero riflettere soprattutto quanti anche in Italia (sempre più numerosi negli ultimi anni, anche a sinistra) hanno continuato a ripetere la litania della maggiore efficienza dei privati sempre e comunque.

di CARLO CLERICETTI

12 dicembre 2008 · Antonio Scognamiglio

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  • GIANGIACOMO 13 dicembre 2009 at 14:26

    Segnalo sull'argomento due articoli dell'economista libertarian Filippo Matteucci ( il teorico della democrazia turnaria e dell'economia privatista ):

    Principi di economia privatista

    Il fallimento sia dell'economia pianificata sovietica, finita in miseria, mafia e prostituzione, sia dell'oligopolio statalista e dirigista tipico delle democrazie formali delegate, impone un rovesciamento, una rivoluzione copernicana del modo di pensare e strutturare la scienza economica. Se qualcosa non funziona in un sistema socioeconomico vuol dire che i governanti hanno commesso uno o più errori, che a un dato bivio pregresso è stata imboccata la strada sbagliata.
    Quanto ora detto vale a maggior ragione per l'Europa. Fino a meno di cento anni fa l'Europa, intesa come megasistema sufficientemente omogeneo di civiltà costituito dall'insieme dei Regni che la componevano, era la padrona del mondo, colei che aveva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, per usare le parole dello Schmerb. I due decisivi errori al bivio che hanno portato quella che fu la Grande Europa all'attuale declino sono stati la svendita a poco prezzo dell'Impero Britannico e l'assunzione a principio di scienza del keynesianesimo.

    “Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un'agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L'economia politica della monarchia e della democrazia, e l'idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto - potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati.