Quando può essere segnalato in sofferenza il credito vantato nei confronti del debitore

L'appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell'istituto segnalante della complessiva situazione finanziaria del debitore e non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest'ultimo nel pagamento del debito. Resta dunque estraneo alla nozione di "sofferenza" l'inadempimento correlato ad una situazione di illiquidità contingente e non strutturale, non accompagnato, cioè, da un oggettivo stato di difficoltà a far fronte alle proprie obbligazioni.

L'appostazione a sofferenza non richiede, però, una previsione di perdita del credito, e dunque ben può sussistere anche qualora il patrimonio del debitore consenta ancora, allo stato e nel contesto della sua negatività, margini di rientro: ciò che conta è la chiara e documentabile emergenza che, al momento della segnalazione, il rientro non appaia sicuro o, quantomeno, altamente probabile e che pertanto si configuri un serio pericolo di insolvenza.

L'accostamento fra stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) e situazioni ad esso equiparabili contenuto nella normativa, implica che l'appostazione a "sofferenza" non comporta la necessità che la situazione del debitore coincida con quella propria dell'insolvenza fallimentare. Ai fini della segnalazione nella Centrale Rischi Bankitalia è sufficiente una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzata come deficitaria, ovvero come grave (e non transitoria) difficoltà economica, senza alcun riferimento ai concetti di incapienza o di definitiva irrecuperabilità del credito.

Peraltro, se il debito potesse essere legittimamente appostato a sofferenza soltanto quando il cliente versa in stato di insolvenza conclamata, verrebbe meno la stessa utilità della segnalazione (posto che gli altri intermediari creditizi si troverebbero nell'impossibilità di attivarsi in tempo utile per cautelare la propria posizione); risulterebbe, quindi, priva di contenuto sostanziale la previsione di un obbligo di segnalazione anche in presenza di "situazioni equiparabili" allo stato di insolvenza.

Inoltre, la nozione di sofferenza non è riconducibile a parametri economici predefiniti, univocamente valevoli per ogni fattispecie ed è dunque inevitabile che, in materia, sia dato agli intermediari creditizi un certo margine di discrezionalità che, tuttavia, non può sconfinare nell'arbitrio, dovendo comunque la valutazione essere fondata su dati oggettivi dai quali sia evincibile la concreta sussistenza del rischio segnalato.

Insomma, il servizio fornito dalla Centrale Rischi ha senso solo se le segnalazioni intervengono in una fase in cui gli operatori possono ancora predisporre piani di rientro o procedimenti di ristrutturazione creditizia e/o di risanamento finanziario capaci di condurre il cliente al recupero dell'equilibrio economico - patrimoniale, consentendogli di onorare le obbligazioni assunte, o, comunque, di diminuire al massimo il rischio creditizio.

Le considerazioni appena riportate sono quelle svolte dai giudici di legittimità nella sentenza della Corte di cassazione numero 1725/15.

2 febbraio 2015 · Simonetta Folliero

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