La vergogna di sentirsi debitori insolventi

In questi due anni di gestione del blog è emersa una cosa singolare.

Le persone indebitate con finanziarie, con lo Stato e con l'INPS, incapaci per situazioni contingenti (indipendenti dalla propria volontà) ad onorare i debiti assunti, credono di essere mosche bianche, eccezioni, una anomalia del sistema.

Conducono, di solito, una vita già di per sé quasi monastica (voglio dire che i debiti non si accumulano perchè magari non si riesce a rinunciare alla settimana bianca) ed hanno paura ad esternare il proprio disagio perchè c'è una sorta di pudore, direi quasi vergogna, ad ammettere una sconfitta, l'incapacità di uscire dalle sabbie mobili del sovraindebitamento.

Si tratta poi, quasi sempre, di una generazione di debitori intrisi di una cultura in cui il debito era strettamente collegato al vizio (donne, gioco, droga) o alla perversione di voler condurre una vita al di sopra delle proprie possibilità economiche. Come diceva la Cortellesi in una celebre gag, “ma perchè le mogli dei padroni hanno le borse di vuitton e quelle degli operai devono avere solo quelle sotto agli occhi?”.

Ed ecco allora, venir fuori affermazioni come quelle di Francesco: ” … vorrei porre una questione, credo singolare, come la mia …”

Bisogna prendere atto, checchè se ne dica, che la generazione del “baby boom” (anni 50/60) ha fatto una gran fatica (quando non partiva da posizioni sociali privilegiate) a mantenere un livello di vita almeno pari a quello dei propri genitori.

Ed oggi, la generazione del “baby sboom” (quella degli anni 70/80/90) si avvia al declino. Sarà, dal dopoguerra, la generazione che, mediamente, non riuscirà a soddisfare le aspettative, quelle proprie e quelle di chi credeva fiducioso che la corsa verso il benessere non si sarebbe mai arrestata.

E mentre il nostro presidente della repubblica commemora uno dei massimi artefici dei guasti di ieri che oggi siamo chiamati a pagare, emerge il fenomeno dei “bamboccioni” (i fortunati vituperati dall'inutile Padoa Schioppa, che almeno possono restare a casa fino ai 30 anni), quello dei precari (a cui mai verrà concesso un mutuo) dei collaboratori a progetto (i nuovi schiavi creati da grandi giuslavoristi, commerorati anche loro di tanto in tanto, come D’Antona e Biagi). Gente condannata alla Caienna dei call center, a 600 euro al mese, senza diritti, senza pensione, senza niente!

E a quelli che, come Francesco si azzardano a trovare un proprio spazio nel lavoro autonomo, ci pensano l'INPS e l'ADE a spremerli per bene. E al tg minzoliniano del minculpop assistiamo alle performances di massimi dirigenti, macchiette superpagate (quelli dell'INPS e dell'ADE) sbandierare ai quattro venti l'andamento ottimale nel recupero crediti contributivo e tributario. Aumenti del 50, 60, 70%.

Stanno tirando via il sangue a gente che di sangue non ne ha più (mentre a quelli che di sangue ne hanno a litri, regalano lo scudo fiscale). E vivendo in un mondo dorato, fatto di benefits, di bonus stipendiali, di auto blu, di pensioni milionarie, di privilegi e di scandali, neanche si accorgono del baratro su cui ci incamminiamo.

O forse ne sono consapevoli, ma la scarsa memoria o l'eccessiva sicurezza non li aiuta a riflettere sul fatto che in quel baratro potranno finirci anche loro.

Ed allora Francesco, concludo.

Non se ne esce “da questa situazione che col passare del tempo diventa sempre più grave”. Non se ne uscirà, almeno, fino a quando non prenderemo coscienza che questa situazione non è la nostra, singolare, familiare, ma è una condizione sociale, collettiva. Senza speranza.

Quando ci renderemo conto che in fondo non c'è la fine del tunnel, che non c'è nulla da salvare o conservare in questo sistema, che ogni giorno sarà peggiore di ieri e migliore di domani, allora, solo allora, forse, ci sarà qualche speranza di miglioramento.

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18 settembre 2010 · Chiara Nicolai

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